
Mary Blindflowers ha all’attivo diverse pubblicazioni tra saggi, romanzi e poesie che illustra e rappresenta anche visivamente attraverso la sua pittura destrutturalista. Vive attualmente in U.K. Da molti anni svolge un’intensissima attività culturale, è anche curatrice di un sito raffinatissimo e seguitissimo https://antichecuriosita.co.uk/blogs/ e capofila di un movimento che prende il nome di Destrutturalismo, termine da lei coniato una ventina d’anni fa. Il Destrutturalismo dal 2020 ha una sua rivista disponibile in cartaceo ma anche gratuitamente on line: https://en.calameo.com/read/0062373361d7556bb3ead
Mary Blindflowers ha avuto numerosi riconoscimenti, in particolare ha vinto il primo premio di disegno nella categoria adulti alla Henry Moore Foundation nel 2019 con “Mother and Son in War”. L’opera è stata esposta nel Visitor Center della Henry Moore Foundation in Hertfordshire. Ha partecipato con i suoi lavori d’arte pittorica al SYN Festival Edinburgh 2018 (9th – 22nd March 2018) in Upper Church, Summerhall Edinburgh, Scotland. Ha partecipato di recente al Festival di Francoforte e al Festival di Edimburgo con il suo libro The Black Star of Mu, tradotto in varie lingue.
Al fine di presentarla e farla conoscere meglio anche ai lettori di Pensalibero.it, abbiamo rivolto a Mary alcune domande.
D – Ciao, cosa pensi di questa mia sintesi? Mary Blindflowers, un “cervello” in fuga dall’Italia, fondatrice del movimento noto come Destrutturalismo.
Per la sintesi ti ringrazio. Una ventina d’anni fa nasceva Il Destrutturalismo, controcomune buon senso e ritmi d’arte, un blog modesto dalle cui ceneri, tre anni fa, è nato il mio attuale sito. Il Destrutturalismo più che un movimento è uno stato d’animo, forse più che altro un’utopia, la condizione di chi non si rassegna all’idea che l’arte sia solo per l’upper class. I punti essenziali del Destrutturalismo sono molto semplici: l’anti-piaggeria; il contro-antropocentrismo; l’anti-accademismo; il disvelamento dei meccanismi dell’editoria; l’esaltazione della visionarietà letteraria attraverso dinamiche nuove e sperimentali, nuovi linguaggi e possibili neologismi; l’abbattimento del mito preconfezionato e della presunta quanto fallace indiscutibilità della poesia, dell’arte e della letteratura; la lotta contro la tendenza odierna a non leggere criticamente il testo che occorre invece smontare così come si può fare coi meccanismi di un orologio. Tutto questo potrà sembrare quasi banale ma non lo è affatto.
Nel mondo dell’arte c’è una piaggeria incredibile, prevale l’antropocentrismo del nome come garanzia che consente a molti, troppi, di non leggere nulla, pubblicizzando con toni elogiativi, testi che non hanno in realtà mai letto. Pochi giorni fa ho avuto una discussione con un blogger di un noto blog letterario che segnala con molti aggettivi qualificativi tutti positivi, libri pubblicati da grossi e medi editori. Durante la conversazione ha candidamente confessato che non legge i libri di cui dice che sono “casi letterari”, “grandi capolavori”, “testi sconvolgenti”, insomma non li apre nemmeno, però non si fa scrupolo di dire in giro che sono libri meravigliosi.
Non si legge più. Sui social circolano sempre gli stessi nomi di quei 4 scrittori resi famosi dal marketing e dalla propaganda, scrittori che poi non legge veramente nessuno ma che tutti conoscono. Il Destrutturalismo invece auspica un ritorno allo scavo critico sul testo, indipendentemente dal nome di chi lo ha scritto o dal punto fisso e indiscutibile che questo nome rappresenta perché la visione critica e la ricerca non possono e non devono essere appannaggio dei soli accademici. Tutto questo ovviamente non si può fare impunemente perché se si critica il testo ci si espone alle antipatie di coloro che segnalano libri mai letti, alle antipatie degli editori e dei loro fedelissimi seguaci. Sembra che la simpatia non sia il mio miglior pregio.
D – Si dice comunemente che l’arte abbia a che fare con un’esperienza creativa, aggiungerei personalmente: di scoperta o invenzione della realtà. Per te, che cos’è l’arte?
Definirsi artisti oggi ha poco senso perché si tratta di un termine così abusato che è stato depauperato di ogni significato possibile e immaginifico. L’arte è prima di tutto divertimento e poi una ricerca continua, la voglia di superare se stessi nell’invenzione e nella scoperta. Il problema è che se nasci povero e fai arte, sei povero e lì finisce; se nasci ricco e fai arte, qualcuno che conta pronto a dire che sei un artista lo trovi sempre anche se non sai fare nulla.
D – Hai scritto un romanzo, “La Stella nera di Mu”, tradotto anche in inglese; la cui storia è presentata come “metaforiconirica di un mondo minacciato, un universo parallelo dove regna la rara anarchia delle Madri, principio originario di Mu, la Terra di Sotto …”. Cos’è Mu?
Il romanzo scritto in italiano è stato tradotto in inglese e in francese, è disponibile in copertina rigida con sovraccoperta, in copertina morbida e da quest’anno anche in e-book, per gli amanti del libro digitale. Mu è un universo concentrazionario, ideale ma speculare al nostro, è ispirato al mito dell’Agharti, il mondo sotterraneo, rielaborato creativamente come metafora dei nostri tempi. Si tratta di una metafora onirica in cui, attraverso le deformazioni del sogno, vicende immaginarie descrivono situazioni storiche reali, un gioco di scatole cinesi con vari sensi incastrati uno dentro l’altro.
Ci tengo a precisare che non si tratta di un fantasy, non ho mai scritto fantasy fini a se stessi ma sempre romanzi metafisici fortemente simbolici e sperimentali il cui significato va oltre la parola scritta stessa che si nutre di continui rimandi e collegamenti di significato, intuibili dall’analisi dei simboli e soprattutto fra le righe.
D – Non sono un esperto di pittura. Ma è indubbio che il tuo stile, la tua linea, i tuoi colori, le tue immagini hanno un carattere autonomo e del tutto personale; che cattura immediatamente l’attenzione di chi guarda. Ma è naturale che dietro l’immagine ci sia una spinta anche concettuale di rappresentazione. Come descriveresti la tua relazione tra idea e immagine rappresentativa?
In questo periodo di lockdown in cui è tutto un poco fermo, mi diverto molto a sperimentare nuove tecniche. Per me l’esigenza della pittura nasce dal desiderio di illustrare visivamente quello che scrivo, quindi è una naturale conseguenza della scrittura e la forza vibrante dei colori, le immagini, le figure, rimandano sempre ad un significato elaborato precedentemente sulla pagina scritta. La relazione tra idea e immagini è dunque fortissima, fondamentale. L’immagine è l’espressione naturale di un’idea, nasce dall’idea che è la sua matrice.
Ecco perché penso che l’arte concettuale sia un pleonastico bluff, una finzione del business. L’arte è tutta concettuale in quanto nasce da un pensiero creativo, ha già insito dentro di sé il concetto. Senza creazione non si dà arte. Parte tutto da un concetto. Quindi il termine concettuale accanto alla parola arte, è del tutto superfluo. E nonostante si possa riuscire a mettere in scena lo shock (si fa per dire) delle banane appese al muro con il nastro adesivo e avere successo grazie a sapienti operazioni di marketing (i soldi si fanno sempre coi soldi), l’arte forse sta altrove. L’arte poi non ha compiti, non ha doveri, se non quello della significazione e della scoperta che è implicita nella sua folle natura.
D – Progetti futuri?
Ho molti scritti inediti in attesa di pubblicazione, sia di saggistica che di narrativa che di poesia, ho tanta di quella roba che potrei anche non scrivere più, ma di fatto scrivo a getto continuo, mi viene naturale, è per me un divertimento. A fine Aprile è prevista comunque la pubblicazione di un mio nuovo libro di poesie destrutturaliste che avrà un titolo volutamente provocatorio. Chi vivrà vedrà.
Angelo Giubileo

di destrutturalismo non ne capisco molto per non dire nulla
sugli scrittori e poeti compreso il sottoscritto sono poesie e racconti da passatempo per quanto mi riguarda credo che chi li osanna lo fa perche non ha capito la poesia o il racconto e ecco come vanno avanti