La democrazia ha un futuro nel nostro paese? Il panorama politico, culturale, civile in Italia non lascia ben sperare. La democrazia è una forma di educazione che presuppone un valore specifico: il valore del rispetto reciproco. E la tolleranza si colloca agli antipodi rispetto all’arroganza, alla prepotenza, al cinismo che sembrano connotare la realtà politica.
Senza ricambio, senza trasparenza, senza informazione, non c’è democrazia dell’alternanza ma consociativismo subdolo. Tolleranza è rispetto delle ragioni dell’altro e mancanza di assolutezza nella difesa delle proprie: in altri termini, pluralismo relativistico. Ecco perché la coercizione necessaria alla realizzazione di valori relativi (umani) richiede, almeno, l’assenso di una maggioranza.
Il caso Napoli è emblematico. Qui più che altrove si manifesta l’essenza della crisi italiana, qui bisogna capire i processi degenerativi della democrazia nel suo complesso. Processi che ruotano attorno alla scomparsa di un elemento indispensabile per la sopravvivenza di una democrazia possibile: la responsabilità.
Napoli è una città che appare priva di una guida capace di proporre obiettivi condivisibili. Una società civile “prostituita” ai ricatti clientelari di un ceto politico autoreferenziale che ha smarrito il senso della realtà e il controllo di un territorio sempre più preda delle illegalità.
Le potenzialità fuggono, s’addormentano, le garanzie democratiche proprie di uno stato di diritto sono conculcate, un’intera area appare condannata alla marginalità nell’era della competizione globale
Banche, Vaticano e mafie rappresentano i principali centri decisionali del nostro paese. L’assenza di una classe politica autonoma dalle legittime pressioni di parte non è una prerogativa del Mezzogiorno ma una questione nazionale.
La bottiglia del malessere sociale rischia d’esplodere in forme imprevedibili di ribellione senza il filtro delle Ideologie, senza lasciarsi manipolare dall’alto.
I calmieri della pubblica amministrazione, dell’esercito, dell’illegalità non bastano più e il sistema non riesce o non vuole autoriformarsi. Fino a che punto, a che prezzo, dividere per imperare o costruire nuovi colossei dello sfogo sociale? Per il potere, mentre il Titanic affonda?
I venti mercatisti, i proclami sulla fine della storia degli anni ’90 hanno segnato il trionfo delle forze anonime del denaro sulla ragione. Un capitalismo astratto e monetario racchiude nelle sue mani il principale strumento della produzione: la conoscenza. Avanzano nuove forme di povertà e d’analfabetismo, logiche plebiscitarie e populistiche cancellano differenze e diversità in nome di un’omologazione culturale coatta.
Una classe dirigente rinnovata e responsabile, e un nuovo repubblicanesimo civico non scendono dalla luna, non si costruiscono con le rivoluzioni mediatico-giudiziarie o con la riproposizione acritica di nomenclature stanche che cercano di riciclarsi. Si è visto che siam finiti peggio.
Faticosamente va intessuto dal basso un insieme di relazioni tra gruppi e associazioni per tracciare quei percorsi di contenuti e di concretezza che possono interessare gli individui concreti.
Malgrado la merda, io ci provo …
Fabio Amiranda

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