Il bilancio 2015, per Matteo Renzi, è il frutto di un attivismo oggettivamente rilevante, indipendentemente dai giudizi di merito, che richiedono comunque la distinzione di due piani diversi: quello economico-sociale, di impatto immediato, e quello delle riforme istituzionali, da verificare a medio termine.
Qui, le criticità e i punti interrogativi non sono pochi, e il 2016 sarà l’anno che dovrà dare le risposte decisive, con l’approvazione della legge elettorale e il referendum sulle riforme costituzionali, sul quale Renzi ha deciso di giocarsi tutto.
Si è visto in Francia e soprattutto in Spagna, ma si intravede leggendo i sondaggi italiani, quanto possa essere forte l’impatto della legge elettorale su tutto il resto.
Applicando l’Italicum alla Spagna, avremmo al ballottaggio due partiti che messi insieme (28,7 + 22) sono a mala pena al 50%, ma uno dei due sarebbe destinato a incassare il 55%, cioè da 21 a 28 punti in più.
E il restante 50% non sarebbe, come si prevede in Italia, composto in prevalenza da rinunciatari e assenteisti, ma paradossalmente dalla parte più viva, dalle generazioni più giovani, come quelli di Podemos, esclusi dal ballottaggio solo per l’1,4% dei voti, o come i più affidabili Ciudadanos (13,9%).
E’ giusto riflettere di più sul populismo che dilaga ovunque, la cui pericolosità non sta certo nell’atteggiamento legittimo e variamente motivato degli elettori, quanto nell’improvvisazione culturale e nella sola capacità di essere “contro” degli eletti. Ma in democrazia il 50% dei voti non può essere messo tra parentesi.
Il vecchio problema non mai risolto dei metodi elettorali è che sull’altare della governabilità non si può sacrificare il rispetto pluralistico del voto, e viceversa. Il più classico di tutti, quello del maggioritario all’inglese, ha in certi momenti penalizzato un partito, il liberale, che arrivava anche ai livelli del partito socialista spagnolo di oggi.
In Francia, pochi giorni fa, il secondo turno ha rimesso le cose “a posto”, dando respiro alle forze tradizionali alleate nell’urna, e sventando così il pericolo Le Pen, ma quello della signora che tanto piace a Salvini (pur somigliando per base sociale ai 5Stelle) era pur sempre il partito di maggioranza relativa. Il problema sembra quasi solo rimandato.
Alla fine, di tutti i metodi, quello più affidabile appare quello americano, perché parte di un sistema di pesi e contrappesi, elezioni sfasate, poteri presidenziali e poteri parlamentari, centralismo e federalismo, che limita lo strapotere potenziale del Presidente eletto, costringendolo a mediazioni e relazioni complesse con i parlamentari. Che nessuno, come da noi, si azzarda a definire riti noiosi ed inutili, perché la politica è un’arte (difficile) proprio per questo.
La legge Boschi dei contrappesi non si è proprio preoccupata, anzi li ha eliminati, fino al punto di mettere a rischio anche il partito che l’ha proposta, che al ballottaggio – secondo tante proiezioni – potrebbe essere battuto dai 5Stelle. Inchino alla democrazia, o incoscienza o soprattutto arroganza?
Si sta ripetendo l’errore fatale dell’epoca referendaria, che predicava il miracolismo del maggioritario bipolare, che ha invece fatto crescere tre poli più un forte assenteismo, infischiandosi anche allora della contraddizione tra legge maggioritaria e Costituzione ispirata al proporzionalismo. Un disastro che ci ha portato al Porcellum e che ora consente di dire che questo Italicum è comunque migliore di quanto tardivamente spazzato via dalla Corte Costituzionale.
Ma è appunto un meno peggio che, nonostante l’autorevole parere conforme di Angelo Panebianco, non riusciamo ad accettare, perchè comporta forti rischi, anche per quella stabilità tanto auspicata. Il premier francese Vals, che è un moderato, ha evocato addirittura la guerra civile per bloccare la Le Pen.
Panebianco accetta qualunque cosa purchè non sia proporzionale, ma omette l’indispensabile riflessione sul fatto che l’Italia è fatta in un certo modo, per ragioni storiche, economiche e persino religiose. Forzare tutto per ridurre a due sole forze contrapposte una realtà tanto articolata, può piacere ai politologi da laboratorio, ma non rispetta la realtà, e le istituzioni che non rispettano la realtà sono instabili per definizione.
Il problema è che in Italia anche i pochi contrappesi esistenti vengono ora spazzati via sul versante delle modifiche costituzionali. Eliminare il più antico localismo, quello delle Province, e dare un contentino alle immeritevoli Regioni in cambio di una abolizione del ruolo legislativo del Senato, toglie di mezzo livelli decisionali essenziali, lasciando tutto ad una Camera eletta da un 30% di elettori, ma nominata ancora dai partiti.
A qualcuno può venir voglia di votare no al referendum confermativo, e saranno dolori.
Democrazia senza rete
Il vecchio problema non mai risolto dei metodi elettorali è che sull’altare della governabilità non si può sacrificare il rispetto pluralistico del voto.

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