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Democrazia o è partecipazione o insopportabile inferno’

di Gianfranco Sabattini | 20 Maggio 2012

E’ anche il miglior modo per evitare che i cittadini siano “catturati” da movimenti populisti portatori di facili ricette destinate a non sortire effetto alcuno.


La politica europea è precipitata in una crisi della quale al momento attuale non si vede la fine.
Un fatto in larga parte dovuto, secondo Kirsty Hughes dell’Università di Oxford (Limes, 2012, n.3), alla natura di fondo dell’Europa comunitaria. Nonostante sia da molti punti vista l’organizzazione regionale più integrata del mondo, rimane dal punto di vista istituzionale una specie di “mostro”, nel quale convivono istituzioni federali ed organismi intergovernativi. Le istituzioni federali sono intrinsecamente fragili; poco dotate di capacità operative, suppliscono ai suoi limiti organismi intergovernativi sulla base di protocolli predisposti da apparati tecnocratici i cui componenti sono totalmente sconosciuti ai cittadini. E questi, a spese della democrazia finiscono spesso per allontanarsi tanto dalla politica dell’Europa comunitaria quanto dalla politica nazionale, la quale “della prima è giudicata complice”.
Per Hughes, le propensioni tecnocratiche rappresentano il “cuore del problema europeo”. A determinare la disaffezione dei cittadini dalla democrazia non sarebbe tanto l’asimmetria istituzionale esistente tra l’organizzazione istituzionale europea e quella dei singoli Stati membri, ma l’incapacità delle istituzioni federali europee di assumere decisioni partecipate rispettandone i risultati.
Quando le crisi economiche investono le società civili dei sistemi sociali, il funzionamento di una reale democrazia, in grado di preservare il dibattito civile, il contraddittorio politico, l’autonomia della stampa e la responsabilità della società politica, è di vitale importanza. è il miglior modo per evitare la disaffezione dalla politica dei cittadini quando sono chiamati a sopportare i sacrifici imposti dalla necessità di superare le crisi. Ma è anche il miglior modo per evitare che i cittadini siano “catturati” da movimenti populisti portatori di facili ricette destinate a non sortire effetto alcuno.
Infatti, per evitare la “deriva” e l’incertezza dei cittadini, in tempo di crisi occorre adottare un programma politico-sociale alternativo alle ricette tecnocratiche alle quali spesso si fa ricorso. Il programma deve essere portatore di istanze che propongano visioni di assetti istituzionali, sociali ed economici completamente diversi da quelli di origine tenocratica.
In tempo di crisi alcuni studiosi del problema della modernizzazione della riflessività sociale propendono per l’attribuzione del governo dei sistemi sociali ai depositari del sapere; una propensione basata sul convincimento che i singoli cittadini siano inidonei ad affrontare questioni complesse e ad esprimere giudizi critici sulle soluzioni da adottare.
Il cittadino onnicompetente è giudicato un anacronismo di fronte alla complessità dei problemi. Si giunge così ad un inspiegabile paradosso: l’aumento della riflessività che segue la modernizzazione del sistema sociale dovrebbe comportare un approfondimento della conoscenza dei problemi sociali da parte dei cittadini. Ciononostante, i cittadini continuerebbero a risultare inidonei ai fini della determinazione delle soluzioni più convenienti da assumere, con la conseguente considerazione dell’“inefficienza” della democrazia a consentire ai cittadini di assumere decisioni responsabili.
In realtà, la democrazia si invera attraverso il dibattito pubblico e non attraverso la trasmissione istituzionalizzata ed unidirezionale di un’informazione esperta; naturalmente, anche l’informazione è necessaria, ma solo l’informazione che origina dal dibattito democratico. I cittadini non sanno cosa devono sapere finché non possono sottoporre all’esame del dibattito pubblico le loro idee sugli stati del mondo. L’informazione, pre-condizione per il funzionamento della democrazia, è quindi il prodotto del dibattito democratico sulle decisioni da assumere; dibattito che verrebbe eluso se si accettasse la sostituzione della riflessività democratica con la riflessività degli esperti.
La democrazia, perciò, rifiuta l’idea che la storia rappresenti il dispiegarsi dell’accumulazione della conoscenza umana per la soluzione dei problemi sociali e rifiuta anche l’idea che le moderne comunità possano avvalersi infallibilmente di tutte le conquiste conoscitive del passato. L’affermarsi della democrazia è valsa a radicare il convincimento che quando la critica, sorretta dalla consapevole accettazione del principio del fallibilismo nella formulazione e nell’attuazione delle decisioni collettive, non è vivificata dal buon senso derivato dal pubblico dibattito, può solo esporre i cittadini al rischio che il mondo intero sia ridotto ad un “insopportabile inferno”.

Pubblicato in : Primo piano

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