
Si parla di quei movimenti occidentali che si presentano come paladini dell’autodeterminazione e poi si accodano, in piazza e online, a sigle jihadiste come Hamas e Hezbollah, o ai regimi iraniano, russo e nordcoreano. Parliamo di spezzoni studenteschi; reti “decoloniali”, cioe’ gruppi che leggono quasi ogni rapporto di potere come eredità del colonialismo e che puntano a “smontare” simboli, linguaggi e istituzioni dell’Occidente; sindacalismi da passerella, pezzi di attivismo LGBTQ+ e femminismi militanti.
Tra slogan e striscioni, fingono di non vedere l’ovvio: quelle aree del mondo difese in nome della democrazia, mettono il bavaglio al dissenso, decidono in cosa puoi e non puoi credere, chi puoi e non puoi amare, trattano la democrazia come una parentesi da chiudere.
Se trasformi i principi in gomme da masticare, prima o poi li ingoi o li sputi.
Con tutti i suoi difetti, la democrazia occidentale resta la parte del mondo che tutela i diritti inalienabili e ne garantisce la massima liberta’ di espressione. Puoi criticare il governo senza sparire, cambiare fede senza tribunali speciali, amare chi vuoi senza codice penale, organizzarti, votare, fare opposizione, andare in piazza e perfino insultare chi governa. Questa cornice non è un vezzo, è la condizione che permette all’ autodeterminazione di esistere ed è costata secoli di storia e un mare di sangue.
È legittimo chiedersi perché certi movimenti finiscano per sostenere chi nega tutto questo. Scatta il riflesso del nemico comodo: l’Occidente viene ridotto a caricatura e diventa il mostro da abbattere, così chiunque lo colpisca passa per alleato, a prescindere da ciò che impone a casa propria. La bussola smette di essere la libertà e diventa il risentimento. Si perdono senso della realta’ e memoria.
Pesa anche la dinamica del branco. In campus, associazioni, salotti mediatici e social, stare nel coro porta inviti, visibilità, carriere. Dire che marciare con chi metterebbe sotto tutela culto, corpi e parola è un suicidio politico costa: meno applausi, meno amici, meno visibilita’.
E’, tuttavia, un coro pericoloso. Se il nuovo amico impone il dogma religioso come legge civile, se sorveglia il dissenso e tratta l’omosessualità come colpa, non stai rispettando una cultura, stai normalizzando l’illiberalismo mentre dici di difendere l’autodeterminazione. Sei in piena contraddizione.
All’ origine c’è anche un senso di colpa mal gestito. Per riparare torti veri o presunti dell’Occidente si sospende il giudizio su chiunque alzi la voce dai paesi un tempo subalterni.
È una scorciatoia che scambia espiazione con resa. La linea tra solidarietà e complicità evapora.
Viviamo nell’ area più tranquilla che l’Occidente ricordi e questo disabitua al valore della libertà. Se per anni non paghi nulla per parlare, credere, amare, votare, quei diritti diventano sfondo e perdono peso; quando manca un nemico reale, se ne fabbricano di simbolici pur di tenere viva l’epica della lotta. Troppa pace porta ad apprezzare modelli rigorosi, leader sanguinari che promettono una via chiara, sistemi che in cambio dell’ordine ti tolgono il diritto di pensare e dissentire. Piace la disciplina che elimina la fatica del dubbio. Ma la traiettoria è nota: dall’ansia di senso alla tentazione del manganello. Il passo successivo è una fossa comune.
La domanda è semplice. In quel
mondo che, inconsapevolmente, si finisce con il legittimare, potremmo domani pregare come si crede, amare chi si vuole, criticare i capi e votare l’opposizione senza ritorsioni? Se la risposta è no, non è emancipazione, è un comportamento demenziale. Tu ci metti la faccia oggi, loro ti toglieranno la voce domani.
Serve rimettere la persona al centro, senza eccezioni. Nessuna alleanza vale la museruola. Nessuna causa è così sacra da autorizzarti a calpestare ciò che dici di proteggere. Se il compagno di marcia non supera il test, non è un compagno, è il potere che chiede silenzio anticipato.
L’autodeterminazione non è un logo, è una disciplina. E la cornice che la rende possibile è quella occidentale liberale, con anticorpi, tribunali, libertà concrete. Se per arrivarci chiudi un occhio su chi spegne libertà elementari, stai facendo da claque al prossimo censore. Quando entrera’ in scena, le luci si spengeranno per tutti, anche per chi oggi applaude.
Piero Terracina

Lascia un commento