Il blitz di Walter Veltroni che ha portato all’approvazione a tamburo battente del decreto sulla sicurezza (leggi espulsioni) dopo l’efferato assassinio ad opera di un rumeno della signora Giovanna Reggiani, si è presto rivelato per ciò che in effetti era: una furbata. E come tale si è presto ritorto contro il suo ispiratore: in misura inimmaginabile nelle sue proporzioni. Infatti:
Primo: il decreto “ad horas” avrebbe dovuto sancire chi ora comanda davvero nella coalizione di maggioranza, non solo nel PD, e sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi di Roma dove è iniziato un processo di “desantificazione” del sindaco. L’effetto è stato disastroso, soprattutto se si considera che Veltroni è ritenuto uomo capace di alternare prudenza e decisionismo, oltre che grande esperto di segreti e tecniche mediatici. I riflettori invece che spengersi si sono accesi ed hanno fatto vedere con chiarezza che Roma soffre dei problemi di tutte le medie e grandi città: traffico, sicurezza, periferie incontrollabili. I problemi nascosti dalla capacità comunicativa del sindaco e dai rapporti stretti con vasti segmenti del mondo economico, mediatico, politico, sindacale e, cosa che non guasta nella città santa, del clero.
A tutto ciò si aggiunga il malumore di Prodi per aver dovuto subire, e, soprattutto, quello degli alleati dell’estrema sinistra che non possono certo dare l’impressione di essersi sottomessi al “manico” nuovo.
Secondo: il blitz dava per scontato un presupposto. Il centro-destra sarebbe stato in difficoltà a votare contro al decreto, su una materia (ordine e sicurezza) che è il suo pane. Una ingenuità che ignora l’abc della guerriglia parlamentare, gravissima nell’esponente di un partito che è pur sempre l’erede anche della tradizione del vecchio PCI che in questa materia era maestro, se non altro per essere stato sempre all’opposizione. Come era facile e logico attendersi, il centro-destra ha alzato la posta: il decreto è insufficiente ed occorre inserire altre cose. E, naturalmente, si tratta di cose che lo avrebbero reso ancor più indigesto alla sinistra estrema.
Terzo: un disastro le conseguenze sull’immagine da statista che Veltroni voleva acquisire con il suo decisionismo. Il decreto è stato criticato a livello internazionale, a Bruxelles e, soprattutto, ha provocato la risentita reazione del governo e del popolo della Romania che si sono, non senza ragione, sentiti messi sotto accusa in maniera indiscriminata. E pensare che, per carità di patria e per gli ottimi rapporti di Veltroni con il mondo della stampa, è stata tenuta in secondo piano la considerazione più importante: in Romania vivono e lavorano migliaia di Italiani ed opera un diffuso tessuto di nostre imprese.
Ultimo e non da meno: le conseguenze negative hanno coinvolto l’intera maggioranza ed il governo. E’ diventato di dominio pubblico che l’ingresso della Romania nella Comunità europea non rendeva inesorabile e inarrestabile un così grande afflusso di rumeni. Solo l’imprevidenza del governo lo ha consentito.
E non abbiamo affrontato il merito della questione, per il quale non mancheranno il tempo e, purtroppo, le occasioni…
P.

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