
Grazie, Francia. Per aver impartito una lezione di savoir faire e di alta diplomazia ai soliti riottosi Italiens che proprio non ne vogliono sapere di imparare dai maestri del tutto, quelli che sanno sempre cosa si fa e come si fa. Che si sono inchiodati alla cattedra della filosofia e della modernità e non perdono occasione per stare col ditino alzato, il nasino all’insù e l’occhietto semichiuso per albagia. Gérald Moussa Darmanin che non è un venditore di libri usati sul Lungosenna, ma un ministro della République, e parbleu, sa quello che fa e quello che dice. Non gli hanno spiegato forse che gli Affari interni non sono propriamente gli Affari degli altri, e quindi si è sentito in dovere di bacchettare i cugini cisalpini come il buon curato di campagna di una volta, ignorando che spesso occorre fare quel che il parroco dice e non quel che il parroco fa. I cugini transalpini ci dicono spesso e volentieri quel che dovremmo fare e poi ci dicono ben poco di quel che fanno loro, al loro posto, non certamente al nostro.
Non è la prima volta, e c’è da temere che non sarà l’ultima. Prendiamo la questione dei migranti, tanto per usare un tema irrilevante. Darmanin “le magnifique” sontuosamente dichiara che l’Italia non sa gestire il fenomeno migratorio. A suo dire, è dunque la Francia a dover sopportare il peso della situazione alla frontiera, per cui è necessario militarizzarla con i flic, impegnati ad applicare con le maniere spicce quei decreti di espulsione che in Italia sono un gentile e inascoltato invito a togliere il disturbo. Come facciano non lo dicono, ma si sa: con pulmini che passano la frontiera e fanno scendere i migranti in “Cisalpinia”, senza troppe cortesie; con respingimenti di minorenni per i quali vige la presunzione di maggiore età; e con blitz sui treni e ri-accompagnamenti coattivi nel Belpaese.
Grazie, Francia. Per i toni garbati e per aver fatto finta di accogliere una nave Ong rimbalzata dall’Italia sotto pressione; per l’accuratezza diplomatica di non aver fatto sbarcare nessun africano sul territorio nazionale, ma in una base militare; per aver sbrigato in chiave di diniego e con sospetta celerità tutte le pratiche dei bei princìpi umanitari della rivoluzione francese, per aver rimpacchettato il carico – questo sì residuale, altro che chiacchiere – con destinazione Mali e aver chiuso porti e partita. Ci pensassero altri alla fraternité, e persino all’égalité, perché a Parigi difendono la liberté della convenienza, dell’applicazione del trattato di Dublino a mo’ di clava e quello di Schengen à la carte.
Grazie, Francia. Per la politica umanitaria e per la sensibilità dimostrata in ogni epoca e nel presente in mezza Africa colonizzata a fil di spada e tenuta alla cavezza con quella trappola economica del franco francese africano CFAche le consente di stringere (quasi sempre) e allentare (quasi mai) la morsa. E anche per quel capolavoro della politica internazionale che è stato lo sconquasso della Libia, con la defenestrazione cruenta di Gheddafi e la destabilizzazione del Paese, che riversa a ondate i problemi del Continente proprio in Italia.
(fonte Wikimedia Commons)
Ah, les italiens, sempre a lamentarsi, sempre oscillanti tra il buonismo e il senso astratto della realtà, tra le divisioni su tutto e la necessità di avere una posizione nazionale condivisa, tra le furberie e gli opportunismi, tra il fatalismo e la fatalità.
Gli allievi discoli, insomma, da indirizzare e redarguire come bambini capricciosi con lo spirito di una presunta grandeur legata al Dna, capace di ribaltare la storia attraverso i luoghi comuni: come Asterix che le suona a Giulio Cesare. Jean-Baptiste Lully per Giovanbattista Lulli, i francesissimi Ettore Bugatti e Flaminio Bertoni col semplice slittamento dell’accento sulla “i” che ne ha infilati di tutti e di più fino a Platini, Alesi, Sarkozy e Carla-Brunì.
Grazie, Francia, per aver rivelato che i migranti non sono una risorsa, ma sono un problema, e anche grosso, che sta pure sfuggendo di mano. Non ci pagheranno le pensioni e non risolveranno la denatalità (basta saper leggere i dati e non piegarli ai pii desideri), ma incidono e incideranno sull’economia e sul sociale (basta saper guardare la realtà). È qualcosa che si pensa ma non si dice, che è come la lettera rubata di Poe che nessuno vede perché è dove possono vederla tutti. Non sarà un caso se a parole i migranti vanno salvati e accolti, ma poi l’importante è che se ne stiano buoni nel Belpaese dove fioriscono i limoni, dove il sole sferza il terreno e dove si trovano facilmente musei a cielo aperto tanto apprezzati dagli ospiti; dove ci si imbatte in stazioni e piccole città accoglienti e in periferie eque e solidali. Chiedere a Danimarca, Germania, Grecia, Malta, Spagna, Gran Bretagna, come si fa. E alla Francia, naturalmente.
Grazie, Francia. Per essere riuscita nell’impresa impossibile, mai tentata e mai riuscita di mettere tutti d’accordo in Italia, a destra e sinistra, bianchi e neri, guelfi e ghibellini, sull’inaccettabilità di un’ingerenza arrogante da galletto da pollaio, in cui la prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo. À la coque.
Stefano Maullu

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