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Danzare sull’orlo del baratro

Il Paese intero sta danzando sull’orlo del baratro. Il risvolto straordinario è che non se ne rende conto. O meglio a rendersene conto sono le persone costrette alla quotidianità delle difficoltà, della sofferenza (compresa quella provocata dal caldo soffocante), della ignoranza, della mancanza di compassione, del lavoro carente o insoddisfacente, della mobilità faticosa o inesistente, della migrazione più o meno obbligata (perché l’Italia che rinnega il suo passato resta un paese di migranti: sei milioni di residenti all’estero e sessanta milioni con ascendenze italiche nel mondo).

di Antonio Corvino | 1 Luglio 2026

Il Paese intero sta danzando sull’orlo del baratro.

Il risvolto straordinario è che non se ne rende conto.

O meglio a rendersene conto sono le persone costrette alla quotidianità delle difficoltà, della sofferenza (compresa quella provocata dal caldo soffocante), della ignoranza, della mancanza di compassione, del lavoro carente o insoddisfacente, della mobilità faticosa o inesistente, della migrazione più o meno obbligata (perché l’Italia che rinnega il suo passato resta un paese di migranti: sei milioni di residenti all’estero e sessanta milioni con ascendenze italiche nel mondo).

Per parte sua la cosiddetta classe dirigente, sempre più raccogliticcia e/o preoccupata di garantire il suo coltivando frustrazioni antiche, ambizioni più o meno recenti, ambiguità e confusioni intermittenti, interessi egoistici, non se ne preoccupa.

Vi è un caldo che non fa ragionare e spinge a nascondersi, incapaci o impossibilitati ovunque a farvi fronte. O indisponibili a farvi fronte.

Il carbone e il petrolio la fanno da padroni e le montagne e campagne vengono sacrificate all’energia alternativa, le città, metropoli e megalopoli senza alberi,  immerse nell’inquinamento oltre che nella frenesia dei palazzi-alveari e nella calura del catrame.

Vi è anche una crisi conclamata della rappresentanza sociale che attende di essere metabolizzata con una legge elettorale che andrà a perpetrare una torsione autoritaria senza ritorno, compromettendo le prerogative del Parlamento e scardinando  il ruolo del Presidente della Repubblica.

Il popolo come soggetto collettivo non esiste già più.

Il potere un tempo in esso radicato è stato trasferito ai capi partito, il Parlamento è in via di trasformazione in un’aula sorda chiamata a ratificare, se va bene, il Presidente della Repubblica è in predicato di scadere a figura coreografica, il potere tutto intero in via di essere concentrato in un presidente del consiglio. Il tutto fuori da ogni norma costituzionale.

Ma tutto va bene… la danza può continuare.

I cambiamenti climatici stanno compromettendo la vita sul pianeta ed anche in questo caso il massimo che si registra nei vertici delle istituzioni è qualche espressione più o meno becera e irresponsabile che nega ogni preoccupazione.

L’invito ad adattarsi e attendere gli effetti del cambiamento viene lanciato dal titolare dello scranno della presidenza del Senato, bontà sua, al riparo di privilegi infiniti compresa la frescura sia pure artificiale.

Intanto in Europa sono morte negli ultimi giorni 1300 persone per il caldo.

A Parigi ed  in centro Europa  si boccheggia con le metropolitane sguarnite di aria condizionata che fino a ieri non serviva.

A Milano il termometro tocca i 47 gradi, raccontava il direttore di PensaLibero con una foto emblematica del cruscotto della sua auto.

Ma tutto va bene. La danza può continuare.

Basta abituarsi e lasciare che i cambiamenti climatici facciamo il loro corso.

Così come tutto va bene per le sorti future della nazione italiana…

Anche qui basta solo lasciare che le cose vadano come devono andare, fino allo scardinamento dell’intero sistema politico nato dalla lotta contro il fascismo per la libertà e  il desiderio di progresso, attendendo supinamente  l’avvento della paura che nega ogni felicità, della finanza parassitaria, dell’arroganza contro la compassione, della ricchezza più o meno trasparente contro la miseria e la povertà, della rendita contro il rischio…

Di rimedi non si discute.

Di progetti manco a parlarne.

Una spessa nuvolaglia sembra incombere su questo Paese esattamente allo stesso modo in cui essa sembra offuscare il cielo del pianeta. Ovunque.

Eppure questo è il tempo della responsabilità.

Dell’ultima chiamata.

Della consapevolezza che un tetro futuro incombe sulle future generazioni.

A meno che non sia passato nelle coscienze il convincimento che il futuro sarà privo di nuove generazioni ed esso apparterrà ai signori delle dittature permanenti, della tecnologia  monopolizzatrice, dei padroni del pianeta pronti a vivere per adesso sino a 150 anni da qualche parte e poi si vedrà.

Ci si illude di dare un contributo al pianeta viaggiando sulle auto elettriche rimuovendo il dato che la produzione di quelle auto distrugge il pianeta al pari se non più delle altre.

Ma si sta ben attenti a varare un sistema di mobilità collettiva che soppianti o almeno limiti la mobilità privata.

Esattamente allo stesso modo in cui  ci si preoccupa di mantenere saldo il potere politico a garanzia delle ambizioni di chi lo detiene e manovra e a discapito della felicità delle comunità per cui esso dovrebbe essere adoperato.

Questo è il tempo per varare progetti nazionali di rigenerazione urbana improcrastinabile.

Di riempire le città di alberi.

Di liberarle dal sarcofago di catrame che le seppellisce.

Di inondarle di  spazi di vita sostenibile.

Di svuotarle delle auto moltiplicando gli spostamenti collettivi…

Invece la risposta al cambiamento climatico è l’invito a rassegnarsi, ad abituarsi a vivere come ai tropici… ovviamente tacendo sulle terribili conseguenze.

Anche sul fronte istituzionale questo è il tempo  dell’ultima chiamata.

Oltre c’è il crollo.

Il paese arranca sotto il suo debito pubblico.

È privo di un’industria nazionale in grado di guidare un processo di fuoruscita dalla stasi che dura da trent’anni.

L’agricoltura langue nonostante le grandi potenzialità mediterranee.

I trasporti, meglio non parlare.

Dulcis in fundo il paese sembra essersi messo in vendita. Addirittura esso è diventato oggetto del desiderio di aspiranti “coloni” più o meno identificati anche in questo caso.

Tanto le proiezioni demografiche indicano lo spopolamento generale non solo del Mezzogiorno come prospettiva dei futuri decenni.

Dal canto suo il Pianeta non sta meglio.

Gli USA sono schiacciati da 40.000 miliardi di dollari di debito.

Il mondo a sua volta ne conta 360.000.

Andrebbe promosso un grande movimento, questo si, globale per salvarlo il mondo, sconfiggendo il nugolo di ascari famelici  che, saltatigli in groppa, si esercitano a spolparlo definitivamente questo povero mondo, in attesa del collasso finale.

Tutto configura più di un buon motivo per provare a fare qualcosa a casa propria per rimettere ordine e magari contribuire a ridare speranza, per quanto possibile, a chi ci guarda.

Cominciando magari a restituire al popolo, secondo Costituzione, il potere che gli appartiene lasciando a movimenti e partiti il compito di servirlo e non di sottometterlo o sfruttarlo a proprio vantaggio.

Ripartendo dal rispetto del pluralismo sociale  e della diversità delle idee, dal rispetto per l’ambiente, il  tutto finalizzato al progresso della nazione  ed alla felicità del popolo.

E allora andrebbe innescato un processo ampio e partecipato, per rimetterlo in piedi questo Paese  ricominciando dalla rappresentanza proporzionale che garantisca il concorso di tutti nelle forme e con gli strumenti stabiliti dalla costituzione, leghi gli eletti ai territori ed i partiti agli orizzonti generali a tutti comuni e da tutti condivisi.

Quanti si oppongono alla deriva violenta ed antidemocratica incombente dovrebbero riporre gli interessi particolari o addirittura personali e  mettere in atto tutte le tecniche parlamentari sino all’ostruzionismo per impedire lo scempio e promuovere forme sociali  di coinvolgimento e partecipazione.

Si tratta di una scelta  che andrebbe  sostenuta e vivificata con  programmi ambiziosi  e concreti per l’azione dello Stato.

Sul lavoro, restituendogli centralità e futuro al netto delle attuale derive tutte centrate sulla massimizzazione di rendite e profitti.

Sulle tecnologie e sulla Intelligenza Artificiale assegnando un ruolo guida allo Stato ed alle sue diramazioni.

Sul fronte fiscale  disegnando finalmente  un sistema che definisca le condizioni per una autentica redistribuzione della ricchezza e del carico delle imposte oggi esclusivamente sulle spalle dei redditi da lavoro ( pensioni comprese).

Sul piano dell’economia recuperando una visione pubblica di controllo, programmazione e presidio diretto dei comparti strategici rioccupando spazi colpevolmente dismessi e riprendendosi responsabilità e competenze non delegabili.

Sul fronte dell’ambiente, delle città, delle terre di mezzo, della antropizzazione naturalmente diffusa e non patologicamente  concentrata.

Ma ahimè di tutto questo non si discute.

Il Presidente del Senato gigioneggia con battute da bar in attesa di tempi ancora migliori, ovviamente per lui oltre che gratificanti per le sue nostalgie.

L’opposizione si frantuma e disperde le sue energie discutendo sulla natura ed i recinti delle alleanze e su chi deve comandare in caso di vittoria.

La presidente del consiglio, che pretende di essere declinata rigorosamente al maschile, intanto si confeziona un abito su misura per scardinare la democrazia e qualche nostalgico delle croci naziste ribattezzare celtiche e della fede militaresca contro inermi e diversi in cerca di pace fanno esercizi di razzismo…

Cosa rimane? Dipende da noi. Ciascuno di noi

Difficile essere ottimisti ma rinunciare sarebbe da colpevoli.

Antonio Corvino

Pubblicato in : Editoriale

Info Antonio Corvino

Di origini pugliesi, napoletano di formazione è un scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Già Direttore Generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, ha organizzato, in tale veste, dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, con il concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti.

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