Era consapevole Dante di aver scritto un “poema sacro/al quale ha posto mano cielo e terra/sì che m’ha fatto per più anni macro”.
La Commedia di Dante ha meritato l’appellativo di Divina ed è universalmente nota
come la Divina Commedia. Fu Boccaccio a chiamarla così per la prima volta, a motivo
della splendidezza poetica e del suo contenuto spirituale. In 100 canti narra un viaggio
oltremondano nei luoghi deputati dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso dimora
delle anime post mortem nella visione professata della Fede cattolica.
Ma se la teologia da sola può risultare divulgativamente difficoltosa, la Poesia qui
sua ancella, diventa divulgatrice di quella professione di Fede, assumendo funzione
anche didattica esplicita, parlando per immagini prima ancor che per concetti, e svolge
temi che attingono all’esperienza della vita per significare anche teologicamente il motivo
e lo scopo dell’essere al mondo, quale preludio e preparazione all’esistenza ultraterrena.
Agli albori del Trecento, quando Dante ha cominciato a scrivere la Commedia
e nella seconda metà del Duecento, durante gli anni della sua formazione umana, poetica
e spirituale, i fermenti religiosi sociali e individuali erano dominanti e molti e diffusi.
La letteratura in senso lato spirituale abbondava. Era quella dei predicatori degli ordini
mendicanti, domenicani e francescani, che infiammavano gli uditori dai pulpiti di basiliche
e cattedrali e di chiese, esortandoli alla fede con esercizi retorici talvolta anche improvvisati
meritando in tal caso il rimprovero di Beatrice nel canto XXIX del Paradiso.
Ed era quella dei poeti dell’epoca, dell’amor cortese, letteratura lirica provenzale,
e del cicloeroico cavalleresco, ciclo carolingio, con la loro forte carica idealistica e virtuosa,
e quella delle le correnti letterarie italiane sfociate nel “dolce stil novo” di fondazione bolognese con Guinizelli e poi fiorentina con Cavalcanti e Dante suo massimo esponente.
Nel Dolce stil novo la donna, angelicata, diventa tramite tra la terra e il cielo,
e dà a questa Poesia una valenza spirituale sottesa forte.
Ed era la letteratura dei pittori, scritta per immagini dipinte a fresco o su tavole, Cimabue
Duccio e Giotto, e quanti altri che esprimevano il senso loro religioso e del pubblico,
in soggetti rappresentati di pressochè esclusiva ispirazione biblica, riproposti nella corrente
di pensiero del tempo con radici nell’arte bizantina, avviandosi peraltro a superarla..
Ed era la letteratura dell’architettura, delle cattedrali e basiliche gotiche con le loro
possenti volte e pilastri con spinte propulsive verso l’alto come a significare un’ascesa,
diventando architettura e metafora, e delle loro vetrate grandi, istoriate, mirabili, narranti
l’Antico e il Nuovo Testamento, rappresentati per un pubblico molto spesso analfabeta,
quindi con intento didattico, come fosse una Bibbia non letta ma dipinta.
E non è un caso che la stessa Divina Commedia venga definita cattedrale gotica
per l’imponenza e il rigore della sua costruzione poetica, morale, teologica, spirituale.
Questa religiosità diffusa permeante in maniera accentuata il vivere sociale, nondimeno
era percorsa da spinte anche contrastanti, se si pensa al dilagare di eresie varie,
e all’infuriare delle lotte poltiche devastanti tra città e abitanti della stessa città, riflesso
di lotte di potere tra fazioni e parti ghibelline e guelfe in una visione di potere più ampio,
imperiale o papale, nelle due accezioni.
Questo dunque il clima in cui la vita e la letteratura trovavano svolgimento, dopo
i secoli bui delle invasioni barbariche, conseguenti al crollo dell’Impero romano nel 476.
Ma a cavallo tra Duecento e Trecento, con il risveglio economico, è come un risveglio primaverile dopo il letargo invernale, che dà i suoi frutti di ingegno e di tensione ideale
e spirituale nelle varie arti, frutti che ancor oggi noi possiamo ammirare e gustare.
E’ in questa temperie che Dante e la sua Opera trova fertile terreno, sapendo egli
cogliere quei fermenti e sublimarli e universalizzarli oltre il tempo in cui erano maturati,
e oltre lo spazio municipale in cui si erano svolti, poichè il tema religioso è universale.
Era consapevole Dante di aver scritto un “poema sacro/al quale ha posto mano
cielo e terra/sì che m’ha fatto per più anni macro” come egli stesso dice nel canto XXV Par..
Ed è qui la sua grandezza; figlio del suo secolo, si innalza al di sopra dei contemporanei
per farsi contemporaneo dei suoi posteri, tra cui noi, nella proposizione di una spiritualità
che affonda le sue radici nell’immanenza del tempo per proiettarla nella trascendenza
dell’eternità, ricordando a tutti il motivo e il significato dell’essere al mondo, non esauribile
nel breve spazio di una vita terrena fragile e precaria. Trascendenza è ciò che va oltre l’esperienza sensibile, spesso imbrigliante, per divenire aspirazione e fede in una dimensione
liberante, fino alla visione totalizzante della Luce ” Luce intellettuale, piena d’amore;/amor
di vero ben, pien di letizia;/letizia che trascende ogni dolzore.” canto XXX Par, visione che Dante ripropone specialmente nel Paradiso, meta e conseguimento del fine ultimo per uscire dalle inquietudini e controversie che anch’egli ha sperimentato al par di noi nel nostro pellegrinaggio terreno, teso alla conquista del divino.

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