
Una tregua in Ucraina di sessanta giorni significherebbe il tempo utile a mettere in sicurezza le centrali elettriche del paese e avviare, o completare le riparazioni di quelle già colpite. Un modo per evitare che la Russia riduca al gelo buona parte della popolazione con l’inverno in arrivo. Disgraziatamente, al Cremlino non sono tanto boccaloni come si è subito mostrata l’opinione pubblica italiana nel credere che Trump voglia cacciare Zelensky con una tornata elettorale e difficilmente la concederanno. Anche perché sarebbe tutto da vedere che Zelensky perda una consultazione a guerra in corso.
Altrettanto improbabile che Putin possa soddisfare le richieste di gasolio provenienti da Trump dopo aver proibito le esportazioni. La Russia ha intaccato le sue riserve, mentre Trump può fare la voce grossa fin che gli pare con Kyiv, chiedendo di non attaccare più le raffinerie russe e Kyiv fregarsene altamente. È stato Trump a consentirgli di farlo, mica Biden. Senza contare che Donald non saprà leggere, né scrivere, ma quasi sicuramente alla Casa Bianca dispone di qualcuno in grado di spiegargli che il presunto accordo sul gasolio con Putin non sarebbe in grado di ridurre i prezzi dei prodotti energetici. Al più avrebbe un effetto elettoralistico per qualche settimana. Può darsi che Trump preoccupato dei sondaggi non sappia più a che santo votarsi. Può darsi anche che voglia prendere tempo e revocare le sanzioni, per capire cosa sia accaduto al laboratorio di Irkutsk. Abbiamo già un esercito di infettivologi pronti a giurare che non c’è nessun pericolo di peste bubbonica. Purtroppo un mondo occidentale terrorizzato dall’idea del covid, figurarsi come reagirebbe all’ipotesi di un ritorno della peste. Meglio evitare.
Poi può benissimo essere che di Trump non ci si possa fidare, che davvero detesti Zelensky, che abbia persino un debole per Putin da volergli regalare l’Ucraina intera. Roosevelt doveva amare Stalin per lasciargli mezza Europa, e Kennedy Krusciov per ritirare i missili dalla Turchia, per non parlare di Nixon che regalava i cappelli da cowboy a Leonid Breznev. Chi ha studiato relazione internazionali, la chiama più comunemente distensione. Per la Russia è facile sterminare i ceceni, invadere la Georgia, radere al suolo Aleppo, occupare la Crimea e persino perdere più di un milione di uomini in cinque anni senza riuscire a conquistare un posto ameno dal nome di Pokrovsk. Per l’America è un problema anche solo mandare trecento mila soldati a difendere il Vietnam del sud aggredito da un regime militaristico e autoritario come era quello di Ho ci min. Da che parte stavano le masse europee? Dalla parte dello zio Ho. Chissà cosa si direbbe dell’America se domani bombardasse atomicamente Mosca con un attacco preventivo.
Resta il lato affaristico, a cui Trump come buona parte dei presidenti americani, non si è mai mostrato immune, anzi. Pompidou, come il cancelliere Schmidt era terrorizzato dagli accordi economici che russi e statunitensi avrebbero potuto firmare a danno dei paesi europei. Da allora almeno, i paesi europei hanno fatto tanti da quegli affari con i russi, che ancora nel 2026, nonostante le sanzioni, hanno dato loro 9 miliardi per i prodotti energetici e non sentendosi abbastanza sicuri, altrettanti di ogni genere ne hanno siglati con i cinesi, con gli iraniani, con gli egiziani, con i libici, con chiunque offra prospettive di guadagno. Bisogna pur non farsi schiacciare dallo sporco capitalismo imperialista americano che ha portato un miliardario inaffidabile come Trump a minacciare la stabilità mondiale e a sostenere quell’ebreo sionista di Netanyahu che uccide i tranquilli e pacifici palestinesi.
Riccardo Bruno
Direttore politico de “La Voce Repubblicana”

Lascia un commento