Capo dello Stato, capitani e capi-popolo ieri e oggi
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando dichiara, epigrammatico e allusivo, e soprattutto quando osserva, distaccato e silente, sempre più evoca Carlo Alberto di Savoia, il sovrano che il 4 marzo 1848 promulgò lo Statuto del Regno di Sardegna. Identiche le loro virtù teologali, Fede, Speranza e Carità. Uguale la compostezza. E quel velo di arcana mestizia che trapela anche quando il volto sorride a labbra strette. Entrambi rappresentano il passaggio da uno ad altro Ordinamento dello Stato. Quello varato da Carlo Alberto durò un secolo. Il Presidente Mattarella regge il timone della Nave Italia, repubblica da appena 71 anni. È il nocchiero di cui il Paese ha bisogno, mentre i venti di tempesta rafforzano. Oggi non sono in discussione un governo, una maggioranza, poltrone varie. Sotto l’infuriare della tempesta stridono le funi e gemono i legni dello Stato. Reggeranno? Gli ufficiali di bordo conoscono la rotta? Ascoltano e capiscono gli ordini del Condottiero? Di sicuro tanta parte della ciurma alle urne fa l’“ammuina”, correndo tumultuosa da un capitano a un capo fazione, tutti “nomi” estranei alla nobile tradizione durata dalle “Vite Parallele” di Plutarco ai “Rerum Gestarum” di Ammiano Marcellino.
Aprendo la rievocazione di Camillo Cavour nell’avito Castello di Santena (Torino) il 6 giugno Nerio Nesi, presidente della Fondazione intitolata al Gran Conte, bene eretto dall’alto dei suoi 94 anni, ha detto che, pur avendone viste tante, per la prima volta è davvero preoccupato per le sorti del Paese: l’Italia, aggiungiamo, costruita dai Re, dai loro ministri, da una miriade di patrioti che avevano imparato a sentirsi italiani durante secoli di dominio straniero: Asburgo, Borbone, incursioni di “saraceni”, venturieri…, tutti in vario modo collusi coi papi che non solo condannavano alle fiamme eterne le anime dei miscredenti e dei devoti di altre confessioni cristiane ma ne perseguitavano i corpi (e questa era ed è sempre una seccatura, anche se non si finisce sul rogo).
La Costituzione nacque come Venere dalle acque?
Vi è una differenza profonda tra la Costituzione della Repubblica e lo Statuto Albertino. Mentre altre grandi Carte, incluse quelle dell’ONU e dei Diritti universali dell’uomo, sono precedute da un Preambolo motivante, quella vigente in Italia si apre “ex abrupto” con i principi fondamentali: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…”. Come Venere sorgente dalle acque, essa enuncia, afferma e ammicca. Dichiara, per esempio, che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…”. Non ci voleva molto per uno Stato uscito a pezzi dalla Seconda guerra mondiale. Pagava il prezzo del dilettantismo di Benito Mussolini che “sua sponte” dichiarò guerra all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti d’America come fossero Montecarlo e Seborga, ma non riuscì mai a mettere le mani su Malta e perse in poco tempo l’Africa Orientale Italiana. La Costituzione del 1° gennaio 1948 lascia tra parentesi la storia. Solo nelle Disposizioni transitorie e finali essa mescola passato prossimo e remoto, come fossero tutt’uno: un “mondo” da condannare e da dimenticare. Interdice agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e discendenti maschi l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale, senza spiegarne il perché; e vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” (ma non precisa se si tratti di quello sorto nel congresso di Roma del 1921, quello al potere dal 30 ottobre 1922 in una coalizione comprendente tutti i partiti costituzionali o del Fascista repubblicano del 1943, quasi i tre siano stati una medesima cosa). Di sicuro vi è che con la XIII disposizione transitoria e finale la Repubblica riconosce la legge salica, vigente dall’origine in Casa Savoia, e implicitamente la ritiene immutabile (è un segno di rispetto per le leggi della dinastia che risalgono a fine Settecento, checché ne pensino certi “monarchisti”, già deplorati da Luigi Federzoni nel “Diario inedito” ora pubblicato da Pontecorboli). Diversamente avrebbe vietato l’Italia anche alle Principesse. Come noto, la Repubblica “scordò” di esiliare il Principe Amedeo di Savoia, duca di Aosta, figlio di Aimone, già duca di Spoleto, a sua volta invece esule in Argentina e morto quando l’erede era infante, e sua madre, Irene. Ne scrivono lo stesso Principe Amedeo, Capo della Real Casa di Savoia, e Danila Satta in “Cifra Reale” (ed. La Compagnia del Libro). A chi gli rimproverò di averli “dimenticati” Alcide De Gasperi rispose che la Repubblica non poteva aver paura di una vedova e di un bambino di cinque anni… Ne aveva invece molta di Re Umberto e doveva averne ancor più di più di se stessa, di quanti, spesso in nome della sovranità del popolo, vi si incistarono e piano piano ne succhiarono la linfa vitale sino a renderla qual è: disertata alle urne dal 50% degli aventi diritto al voto e isolata da quell’Europa che pur non manca occasione per celebrarne maestosità, bellezza, sacralità. Valga a conferma che da duemila anni la Chiesa cattolica e apostolica è romana ancora.
Lo Statuto albertino: “ grazia di Dio” per l’“itala Corona”
Di tutt’altro tenore è lo Statuto Albertino. La sua premessa è un prodotto alchemico: unisce teo-teleologia e percezione pragmatica delle incombenze. Come le doppie finestre di un tempo si aprivano l’una verso l’interno l’altra verso l’esterno, così è lo Statuto. Di mezzo vi è il Re. Per comprenderne la complessità basta scorrere le poche righe del suo Preambolo. Carlo Alberto, “per la grazia di Dio re di Sardegna, prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del suo cuore” deliberò “in mezzo agli eventi straordinari che circondano il paese” di “conformare le sorti dei regnicoli alla ragione dei tempi”. Sicuro delle tante prove di fedeltà date dal popolo (sic) alla “itala sua Corona” (itala, non piemontese o “sarda”), il Re decise dunque di varare “larghe e forti istituzioni rappresentative”. Non si trova nulla di analogo nelle altre Carte promulgate o votate nel 1848-1849 a Napoli, a Palermo, a Firenze, nella Roma di Pio IX. Anche la tanto celebrata costituzione “mazziniana” del 2 luglio 1849 dichiara costituito in repubblica democratica lo “Stato romano”, non l’Italia. L’itala opzione dello Statuto Abertino precedette di pochi giorni il regio decreto con il quale il re sostituì la coccarda azzurra, “sola bandiera nazionale”, con il “tricolore italiano”, per “viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana”. Dal 1° gennaio 1948 ne venne strappato lo “scudo di Savoia”, ma il tricolore rimase e rimane contro ogni fatua negazione della storia. Sempre più, anzi, esso torna a campeggiare nei modi e nei luoghi più disparati…
Il cambio drammatico
Con lo Statuto albertino il Regno di Sardegna si trasformò da monarchia consultiva e amministrativa in monarchia rappresentativa, come ricorda una miriade di studiosi di fama: Emilio Crosa, Mario Viora, Carlo Ghisalberti, sino a Isidoro Soffietti e Gian Savino Pene Vidari, che ne scrissero vent’anni orsono, seguiti poi da Domenico Fisichella e altri molti. A riproporre il confronto tra lo Statuto Albertino e la Costituzione Italiana è ora un convegno organizzato dal Gruppo Croce Bianca, presieduto da Alessandro Cremonte Pastorello, nel 25° della sua fondazione, con relazioni di Aldo G. Ricci, sovrintendente emerito dell’Archivio Centrale dello Stato, e di Tito Lucrezio Rizzo, già Consigliere per la Sicurezza della Presidenza della Repubblica (*). Nessun feticismo, dunque, ma una “esortazione alla storia”, per dirla con Ugo Foscolo.
La firma dello Statuto avvenne in una scena solenne e drammatica. Carlo Alberto (oltre due metri di altezza, silente, emaciato dai ricordi…) siglò con mano ferma il testo, messo a punto dal “Conseil de Conférence”, presenti tutti i suoi componenti. I verbali dei lavori (quattro sedute in poche settimane), redatti in francese e firmati dal conte Radicati (nel 1945 pubblicati dallo storico Giorgio Falco) esplicitano la concitazione e al tempo stesso la consapevolezza dell’urgenza di mettere al sicuro la Corona quale sintesi dello Stato. “Videant consules ne quid detrimenti res publica capiat…”
Lo Statuto introdusse i capisaldi del patto tra il sovrano e i “regnicoli”, scandito dagli 84 articoli della “legge fondamentale perpetua e irrevocabile della monarchia”: potere legislativo collettivamente esercitato dal Re e da due Camere, composte l’una, di senatori di nomina regia e vitalizia e l’altra, di deputati da eleggere secondo una legge da scrivere; regolamentazione (futura) delle istituzioni comunali e provinciali; inamovibilità dei magistrati, inviolabilità dei diritti individuali. Suo cardine fu l’articolo 24: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinnanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessibili alle cariche civili e militari…”. I cittadini potevano compartecipare alla vita pubblica e alla gloria dello Stato. Perciò dal 17 febbraio erano già state e subito dopo vennero abolite tutte le discriminazioni per i cittadini valdesi e israeliti.
Il Re Magnanimo
Ma chi era Carlo Alberto?
Nato a Torino il 2 ottobre 1798 da Carlo Emanuele principe di Carignano e da Maria Cristina Albertina principessa di Curlandia, orfano di padre a due anni, non sempre accudito dalla madre, conte dell’Impero dei Francesi con maggiorasco a quindici anni, dragone di Napoleone I, Carlo Alberto venne tenuto in serbo dalla dirigenza sabauda descritta da Walter Barberis, storico non sospetto di indulgenze filo-monarchiche. Lo fecero intendere i cinque volumi dell’“Histoire militaire du Pìémont” di Alessandro Saluzzo di Monesiglio. La forza del Piemonte, che “fa grado”, era stata mostrata per secoli nella capacità di battersi per la propria identità. Segnato da quelle vicende angosciose, il principe aveva due scelte: il pessimismo più cupo o affidarsi alla Provvidenza. Il Congresso di Vienna (tradizione e legittimità) lo designò erede della corona sabauda in forza della legge salica. Carlo Alberto, principe di Savoia- Carignano, parente di tredicesimo grado dei tre fratelli che si erano susseguiti al trono subito prima di lui (Carlo Emanuele IV, Vittorio Emanuele I e Carlo Felice) voltò le spalle al pessimismo e optò per la Grazia di Dio, la Provvidenza. Nel marzo 1821 concesse la spagnola “Costituzione di Cadice” con la riserva della libertà dei culti ammessi. Era l’anticipazione dello Statuto di trent’anni dopo. Mortificato da Carlo Felice, relegato a Firenze, poi in Spagna contro i liberali, nella lunga vigilia della Corona sempre più si radicò nella certezza del proprio destino: attendeva il suo Astro. Da Re (1831) operò anno dopo anno a innovare lo Stato dall’interno. Lo descrisse bene Luigi Des Ambrois de Nevache, che visse quella lunga esperienza, e lo ha narrato lo storico Narciso Nada in pagine insuperate. La redazione e la promulgazione dello Statuto non avvennero sotto l’onda di rivoluzioni eterogenee. Furono l’approdo del lungo processo che candidò il Regno sardo, esso solo, a guida della lotta per l’indipendenza, l’unità e la libertà degli italiani da secoli di dominazioni straniere.
Appena il re ebbe firmata la Carta, il conte Giacinto Borelli, ministro dell’Interno, annunciò le dimissioni del Consiglio di Conferenza. Aveva coronato la sua missione. Il Re si mostrò fortemente contrariato. I Consiglieri, uno per uno, gli baciarono la mano. Carlo Alberto li abbracciò, uno alla volta. Furono minuti di alta commozione. Lì si posero le basi della storia d’Italia. Due settimane dopo il regno dichiarò guerra all’Impero d’Austria. Nel 1859 ottenne il Ducato di Lombardia, poi i Ducati padani, le Legazioni pontificie, la Toscana, Umbria e Marche, il regno delle Due Sicilie. Nacque il regno d’Italia. Vinto in battaglia a Novara il 23 marzo 1849, esule a Oporto, Carlo Alberto morì il 28 luglio. Si scusò con l’archiatra di corte Alessandro Riberi inviatogli dal figlio, Vittorio Emanuele II: “Le voglio bene Riberi, ma muoio”. È sepolto a Superga.
Cent’anni di Statuto e la “Volontà della Nazione”
Lo Statuto resse a prove durissime. Dalla sua promulgazione al 1849 si susseguirono sette diversi governi, presieduti da Cesare Balbo, Gabrio Casati, Cesare Alfieri di Sostegno, Ettore Perrone di Sanmartino (morto nella battaglia di Novara), Vincenzo Gioberti, teologo, Agostino Chiodo, Gabriele de Launay. Presidente dal 7 maggio 1849 Massimo d’Azeglio ispirò il Proclama di Moncalieri (novembre) con il quale il Re chiese agli elettori di votare una Camera ragionevole: per risalire la china bisognava firmare la pace con l’Austria. Iniziò l’età di Cavour e del centro-sinistro con Urbano Rattazzi. Seguì di tutto: l’annessione di Roma nel settembre 1870, la rinnovata scomunica del re e dei suoi uomini da parte di Pio IX (per il quale Risorgimento e unità d’Italia erano frutto di un complotto massonico: e c’è ancora chi lo crede), il passaggio dalla Destra alla Sinistra, la politica coloniale di Depretis e Crispi, il regicidio di Monza, l’età giolittiana, la Grande guerra… Lo Statuto resse alle procelle, incardinato sui pochi robusti pilastri: l’elettività alle cariche pubbliche, l’indipendenza dell’ordine (non potere) giudiziario, la fedeltà delle Forze armate e dei pubblici impiegati, il profondo e sempre più diffuso “senso dello Stato”. Se c’è qualche cosa da rimpiangere di quel passato è che esso non sempre è abbastanza presente e vivo.
Il 17 aprile 1861 il Parlamento nazionale deliberò a larga maggioranza che i regi decreti e le leggi sarebbero state firmate dal Re “per grazia di Dio e volontà della Nazione”. Lo Statuto però rimase immutato. In colloqui riservati anche Vittorio Emanuele III si dichiarò convinto che i re tali erano per volontà divina. Impersonavano un destino imperscrutabile. Sfugge alla generalità e spesso anche a chi ricopre cariche apicali.
A chi voglia soffermarsi sulla meta-storia lo Statuto risulta affascinante non solo per quanto dice ma anche per ciò che lascia tra parentesi, sotto traccia, ma va inteso. Esso dedica tredici articoli (dall’11 al 23) al Re e alla Reggenza. Non mancano due articoli sibillini: “In mancanza di parenti maschi la Reggenza apparterrà alla Regina madre”. “Se manca anche la regina madre le Camere, convocate fra dieci giorni dai Ministri nomineranno il Reggente”. Titolari del potere della convocazione erano i Ministri del Re (non esisteva ancora la figura del presidente del consiglio; men che meno quella del mussoliniano capo del governo). E se per effetto della secolare legge salica la successione fosse spettata a un congiunto straniero?
Occorreva davvero confidare nell’Astro, nella Provvidenza, nello Stellone d’Italia, al quale guardarono e ancora guardano quanti credono nella Patria, una libera grande, “gran madre” della civiltà euro-occidentale.
Aldo A. Mola
(*) Mercoledì 12 giugno, dalle h. 16.30, si svolge al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino (Palazzo Carignano, Piazza Carlo Alberto 5) il Convegno “Dallo Statuto Albertino alla Costituzione della Repubblica italiana”.


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