Questi 60 giorni non resteranno senza conseguenze: essi hanno visto tutte le forze politiche fare tra loro a gara nel tentativo dichiarato di subordinare, svilendola, la scelta del Presidente della Repubblica ai propri desiderata circa la formazione del governo.

C’è adesso il rischio che i pretoriani rialzino la testa sulla nomina dei sottosegretari, come era avvenuto con la formazione del governo Monti, nel quale la compagine dei sottosegretari era risultata mediamente molto più legata ai singoli sottopotentati politici (e di minor spessore), di quanto non lo sia stata quella dei ministri.
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Ma, arrivati a questo punto, è necessaria una riflessione su quanto è avvenuto in questi mesi e su come sia potuto avvenire che un Centrosinistra dato per vincente sino a poco tempo prima delle elezioni, non solo non le abbia vinte, ma sia poi risultato incapace di esprimere una candidatura alla Presidenza della Repubblica ed una linea praticabile in merito alla formazione del nuovo Governo, sino ad arrivare al punto che il suo maggior partito, ormai privo di capacità d’iniziativa e di potere contrattuale, abbia dovuto invocare una sorta di salvataggio da parte di Napolitano ed abbia dovuto adattarsi a quanto era stato categoricamente escluso all’indomani delle elezioni.
Questo governo rivede insieme le stesse forze che avevano sostenuto più o meno convintamente il precedente governo; ma è tutt’altro che vero che non sia cambiato nulla:
Berlusconi ha vinto la battaglia ingaggiata con Monti per la rappresentanza dell’elettorato conservatore, ed ha reso chiaro a tutti che, piaccia o meno, ed a meno di alleanze del tutto inconsistenti e contradditorie, l’Italia non è governabile senza o contro di lui. E ciò resterà valido perlomeno sin quando le forze di centrosinistra non saranno in grado di presentarsi come portatrici credibili e coese di un progetto politico alternativo, concreto, e tale da proporre, più che formule politiche astratte, suggestioni e luoghi comuni, innovazione e prospettive all’intero Paese.
E’ proprio su questo piano che il centrosinistra è venuto meno. Quanto è avvenuto nei due mesi trascorsi tra le elezioni e la formazione del nuovo governo non è solo il risultato di errori di conduzione politica, ma è soprattutto la conseguenza diretta del non aver saputo dar seguito e concretezza alla Carta d’Intenti “Italia Bene Comune”, che è andata via via immiserendosi e restando nulla più che una pura formula politica, incentrata sulla presunzione della capacità del centrosinistra di esprimere comunque un’alternativa di governo alla destra ed ai centristi.
Così, della declamata diversità del centrosinistra, si sono viste ben poche manifestazioni, sia per quanto riguarda la politica economica, che per quanto riguarda l’avviare a soluzione la crisi politica ed istituzionale del Paese. Troppo esitanti sono apparse infatti le indicazioni riguardanti le questioni riguardanti la finanza pubblica, i tagli alla spesa, le questioni della produzione e del lavoro, sostanzialmente limitate al generico annuncio di un cambiamento, senza che fosse ben chiaro se di passo o di rotta.
E troppo timide sono apparse le posizioni riguardanti il sistema elettorale, la moralizzazione della politica, la questione del finanziamento dei partiti, lasciando negli italiani la convinzione che, ammesso che qualcosa al riguardo sarebbe stato fatto, ciò sarebbe avvenuto senza alcuna convinzione, nella misura più limitata possibile, e non in forza del maturare di un ragionamento complessivo e di alto profilo sul funzionamento della democrazia, ma piuttosto in termini di accondiscendenza ad un’opinione pubblica sempre più insofferente, come d’altra parte è dimostrato dalla sbrigativa e non eccelsa qualità delle proposte che si sono sentite al riguardo.
A questo si aggiunga la supponente presunzione di vittoria scontata che ha caratterizzato una campagna elettorale debole nei contenuti e condotta di fatto sul terreno e sui temi scelti dalla destra.
Non c’è quindi affatto da stupirsi se il recupero di Berlusconi nei confronti del centro e degli indecisi, l’incapacità del PD di recuperare sull’area del non-voto, ed il trasferimento di settori non piccoli del suo elettorato alle 5 Stelle, solo per pochissimi voti non si siano tradotti nella vittoria del Cavaliere.
Tali i presupposti dei 60 giorni più incredibili nella storia della Repubblica Italiana, sviluppatisi a partire dal tentativo di un Bersani abbarbicato agli effetti perversi del Porcellum, cercando il sostegno di chi peraltro lo aveva già preventivamente platealmente rifiutato, di dar vita ad una ipotetica pseudo-maggioranza esposta ad ogni possibile imboscata (o ad una minoranza tenuta in vita artificiosamente).
Operazione rocambolesca, del tutto impraticabile sul piano politico, priva di credibilità interna ed esterna, ed i cui costi per il Paese e per la democrazia sarebbero dipesi dalla discrezionalità di Grillo. (vedi, al riguardo, quanto scritto il……….).
Questi 60 giorni non resteranno senza conseguenze: essi hanno visto tutte le forze politiche fare tra loro a gara nel tentativo dichiarato di subordinare, svilendola, la scelta del Presidente della Repubblica ai propri desiderata circa la formazione del governo, con ciò mostrando un ben misero senso delle istituzioni, nel momento in cui si è subordinata la scelta del Capo dello Stato, che dura in carica sette anni e rappresenta tutti gli italiani, alle prospettive del successivo conferimento dell’incarico di formare un governo, che ha sì per fine quello di governare gli italiani, ma non quello di rappresentarli tutti.
In maniera non molto dissimile i pretoriani tentavano di fare e disfare, secondo le proprie opportunità, gli imperatori del declinante Impero Romano.
Sino ad arrivare al punto, non sapendo più a che santo votarsi, di dover ricorrere al vecchio Capo dello Stato, il quale non ha preteso, ma si è visto affidare dalle forze politiche un ruolo che supera largamente la funzione notarile e di pura garanzia cui alcuni vorrebbero confinare la Presidenza della Repubblica.
Il che, detto per inciso, conferma la preveggenza di un impianto costituzionale che lascia al Presidente della Repubblica estesi poteri in merito alla scelta del Presidente del Consiglio incaricato, senza stabilire criteri imperativi se non quelli dell’unità e dell’interesse nazionale, fatti salvi i poteri del Parlamento.
Cosa questa, detto per inciso, della quale farebbero bene a ricordarsi coloro che faranno parte della costituenda “Convenzione” per le Riforme.
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Tutto bene, allora?
Non proprio, a mio parere, e per diverse ragioni.
Intanto, va osservato che, comunque sia, è condizione anomala di una democrazia rappresentativa quella in cui non esista una opposizione sostanziale e credibile, o quella in cui la gran parte delle forze di opposizione non si riconoscano nelle regole del gioco democratico, o tendano ad utilizzarne le aperture per scardinarle nell’intento di pervenire a forme politiche ben diverse dalla democrazia rappresentativa e parlamentare.
Nella storia delle democrazie moderne, vi sono stati casi nei quali si è governato senza opposizione: tale fu il Governo di Unità Nazionale britannico tra il 1940 ed il 1945; o, più vicini a noi, i primi tre governi presieduti da De Gasperi tra il dicembre 1945 ed il maggio 1947 e, più avanti, il “Governo di Solidarietà Nazionale”.
Ma si trattò di governi nati per fronteggiare emergenze nazionali che riguardavano la stessa sopravvivenza fisica del Paese, o quella delle sue Istituzioni.
Oggi siamo di fronte ad un Governo che vede insieme quelle che in precedenza erano state maggioranza ed opposizione, chiamate sì ad affrontare questioni istituzionali di grande portata, ma soprattutto chiamate ad affrontare la gravissima emergenza economica e sociale di un Paese che si è “fermato”. E, se è vero che i due schieramenti che sino a poco tempo si combattevano possono convergere sulle riforme istituzionali, a condizione che non si pretenda di stravolgere il quadro di una Costituzione democratica, e che possono convenire sulla necessità comune a tutti di far ripartire l’economia, non è detto che altrettanta convergenza possa manifestarsi anche nel ripartire pesi e costi e, quando una ripresa vi sarà, nel distribuirne i benefici.
Occorre poi riconoscere che l’inutile tentativo del PD e di SEL di vezzeggiare, sino al limite del ridicolo, le 5 Stelle è risultato alla fine fallimentare ed esiziale per un centrosinistra che si è frantumato, avendo avuto quale risultato per gli uni la strada di un’opposizione a prescindere e non certo in buona compagnia, e per gli altri l’aver dovuto trattare con il Cavaliere su una prospettiva che era esattamente l’opposto di quella imboccata all’indomani delle elezioni. Il tutto, in una posizione di debolezza ben più grave di quella che si sarebbe manifestata se, sin dall’inizio, si fosse tenuto maggior conto della realtà e del risultato elettorale, avviando ragionamenti aperti all’intero Parlamento e non solo ad una parte di esso.
La politica non ammette, alla lunga, giochi di prestigio: e l’immaginare di poter governare da soli, forti del premio di maggioranza a Montecitorio, ma di fatto sconfitti elettoralmente, e con l’unico sostegno, facente parte del mondo dei sogni, di coloro che non hanno perso occasione per dichiarare la loro avversione alla democrazia rappresentativa, altro non sarebbe stato che un gioco di prestigio destinato a gettare il Paese in una crisi ancor più grave di quella cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere.
Non era infatti sostenibile che un’intesa con chi ha parlato di “Marcia su Roma”, indica come obbiettivo il proprio soppiantare la totalità degli avversari politici, proclama l’uscita dall’euro, e vaticina la bancarotta del Paese, potesse essere utilizzabile per portar fuori l’Italia dalla crisi.
Non aver tenuto conto di questi elementi e della realtà parlamentare, aver presunto di poter affrontare un’emergenza economica che mina le stesse basi materiali della democrazia senza una maggioranza adeguata in termini numerici e politici, non essersi resi conto di una situazione del tutto diversa da quella su cui erano state costruite le strategie preelettorali, aver fatto delle ondivaghe candidature alla Presidenza della Repubblica le prove generali, tutte fallite, di nuove maggioranze di governo, sono le tappe di un percorso che ha portato il PD allo sbando ed a dover invocare il salvataggio da parte di Napolitano, col risultato che il Cavaliere è tornato in pieno al centro della politica, non fosse altro che per il fatto di aver visto realizzarsi quanto da parte sua era stato richiesto sin dall’inizio.
Non è un brillante risultato per una sinistra che, oltre che dividersi, dopo esser venuta meno in quanto alla capacità di progetto politico, ancor più è venuta meno riguardo alla propria capacità di dare uno sbocco praticabile e realistico alle obbligatorie incombenze istituzionali del dopo elezioni, sino al punto di dover ricorrere al salvataggio operato da Napolitano e da Letta, che ha avuto il necessario costo della rilegittimazione della destra e di un leader che sino a pochi mesi fa era dato per finito.
Ciò non potrà non produrre conseguenze, in particolar modo su quattro aspetti importanti, che una destra che ha visto regalatole dall’insipienza altrui un accresciuto peso contrattuale cercherà di orientare secondo le proprie vedute:
- Quello delle riforme, con particolare riferimento alla giustizia, alla forma di governo, alla separazione dei poteri dello Stato, alla legge elettorale, al sistema dei partiti.
- Quello delle politiche di bilancio, sulle quali il governo si troverà di fronte alla necessità di far quadrare un cerchio fatto di molti impegni e di troppo modeste risorse, e riguardo alle quali già si sono sentiti, a proposito dell’IMU, nel giorno stesso in cui veniva accordata la fiducia, i primi distinguo tra restituzione, abolizione, rimodulazione.
In effetti, ridurre, o ancor più rimborsare l’IMU, non aumentare l’IVA, rifinanziare la Cassa Integrazione, estendere le protezioni sociali, ridurre il carico fiscale sul lavoro ed eliminarlo sulle nuove assunzioni, allentare i vincoli del Patto di Stabilità interno, risolvere la vergogna degli “esodati”, sono tutti provvedimenti utili, necessari ad attutire la crisi economica e sociale, ma che devono iniziare a trovare copertura sul fronte della riduzione della spese improduttive: spese militari, acquisti di beni e servizi, razionalizzazioni; né sembra facile che BCE ed Europa possano concedere deroghe agli impegni di stabilità già presi.
Su questo fronte è facile prevedere che debba presto o tardi riproporsi la questione di rendere meno iniquo il sistema fiscale spostando parte del prelievo dal lavoro dipendente e non, dalla produzione, dai consumi, dalla casa, ad una più adeguata imposizione sulle rendite e sui grandi patrimoni.
- Le questioni relative ai diritti individuali, civili, sociali, che forse l’emergenza economica fa passare in seconda linea, ma che rappresentano uno dei maggiori fattori di arretratezza del Paese, e non possono essere ulteriormente disattese.
- Le questioni relative ai costi impropri delle rendite di posizione delle sacche di corporativismo presenti nella nostra società e dei monopoli ed oligopoli privati e pubblici.
Si tratta, a ben vedere, proprio di questioni che le forze di centrosinistra non hanno adeguatamente affrontato prima delle elezioni; e, riguardo alle quali, è opportuno che quei riformatori che hanno riconosciuto come non vi siano alternative a questo governo se non quella di tornare al voto, non dismettano la loro impostazione riformatrice e le tengano vive ed oggetto di iniziative politiche, non facendosi cogliere impreparati a dover giocare di rimessa sull’agenda della destra, come troppe volte è accaduto.
Vi è, infine, da aggiungere realisticamente la non marginale considerazione che la diversa valutazione politica e morale sull’ultimo ventennio e sulle relative responsabilità, e la generale diversità di vedute nei confronti della destra berlusconiana non possono essere cancellate dal fatto che, non sussistendo altre strade accettabili, le condizioni del Paese abbiano imposto la comune assunzione di responsabilità che si è configurata nel governo Letta.
A tali considerazioni si può dare, del tutto legittimamente, la risposta che ha dato SEL, e riconoscere nelle “5 Stelle” un’espressione politica utile al fine della costruzione di una grande sinistra; ma solo alla condizione di passar sopra a quanto c’è di intimamente autoritario e demagogico in quel movimento, nel quale sono presenti suggestioni, aspirazioni, prese di posizione, ed una forma–partito, che non hanno nulla a che fare con una concezione tollerante, aperta, e democratica della sinistra.
Ed alla condizione di non trarre le conseguenze di quanto, come è stato osservato, le condizioni del Paese siano tali da vedere messe in forse le stesse basi materiali della democrazia: la battaglia per ripristinare e rendere compiuta la nostra democrazia non può esser disgiunta da quella per ammodernare il Paese e salvarlo dalla sfiducia e dal declino.
Concludendo, la transizione, quindi, non è finita, e sbagliava chi supponeva che, una volta dimissionato nella generale disistima il governo Berlusconi, si fosse chiuso il ciclo della destra.
Occorre adesso che veda la luce un’area riformatrice, laica, europea, indirizzata alla visione non ideologica di una sinistra moderna ed efficace, capace di comprendere come e quanto il mondo ed il Paese siano cambiati, e si richiedano risposte e metodi nuovi a promuovere libertà, giustizia, diffusione del benessere.
Risposte e metodi che non sono reperibili nei bagagli neo-massimalisti; ma tantomeno lo sono, come si è visto, in quelli di un PD che non è riuscito ad esprimere una capacità effettiva di comprensione della realtà e di guida politica.
E, citando testualmente l’amico Pier Paolo Caserta, “Rimane, ed anzi si palesa con forza e urgenza ancora maggiori, la necessità di costruire su basi nuove, finalmente liberi dall’equivoco del PD, quell’area laica, riformista, liberalsocialista, europeista (nel senso di Spinelli e non del rigore) della quale ieri c’era un disperato bisogno, e oggi c’è ancor più bisogno che ieri. A patto di volgerci, per tesserne la trama, alle ragioni della società prima che a quelle della politica. È tempo che ampi segmenti della società civile, dell’associazionismo, del mondo intellettuale, che sono rimasti fino ad oggi lontani dall’impegno politico, ma che sono portatori di una visione irrinunciabile per costruire la sinistra che non c’è, rompano gli indugi. Allarghiamo il cantiere. Abbiamo l’ultima occasione di fare la Sinistra”.

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