La tornata elettorale ci consegna tre crisi o, se qualcuno preferisce, due e mezza. Partiamo dalla più evidente, quella della sinistra e, al suo interno o quasi, quella del partito democratico. Indipendentemente dalla cifra della sconfitta, che già di per sé è notevole, ciò che maggiormente fa pensare è l’assenza assoluta di una prospettiva politica, circostanza che però accomuna, sia pur con diverse gradazioni, tutte le forze che oggi stanno all’opposizione. Ma in primo luogo il partito guidato da Franceschini non può ribaltare il risultato ed illudersi che non sia successo nulla, anzi di aver retto il confronto, soltanto in virtù della constatazione che anche l’avversario non ha raggiunto gli ambizioni obiettivi che si proponeva e sbandierava. Né d’altra parte si può trovare consolazione nella contemporanea sconfitta delle forze socialiste e di sinistra in Europa. Il primo punto non ha bisogno d’illustrazioni. Quando al secondo, fermo restando che il declino della socialdemocrazia continentale, oltre che al congiunturale spostamento a destra dell’elettorato, è dovuto in primo luogo all’involuzione della stessa istituzione europea, resta il dubbio di quanto possa essere rappresentativa nella sinistra europea e passibile degli stessi destini una formazione ancora formata da ex-comunisti ed ex-democristiani che niente o poco hanno innovato rispetto alle loro caratteristiche da ex.
Quanto all’altro versante della sinistra, l’istituzionalizzazione del karakiri come metodo di azione politica ha portato alle conseguenze che sono ben visibili, ma se per i Ferrero ed i Di Liberto non può esservi alcuna meraviglia, dato che si tratta di un perpetuarsi senza alcuna ragione convincente del suicidio autocompiaciuto, perplessità mi giungono dai comportamenti dell’area di Sinistra e Libertà, le cui componenti si sono limitate a proporre un mero cartello elettorale, rinviando a data da destinarsi le riflessioni sul passato e magari anche la ricerca di un futuro. Questo futuro tutto da disegnare non esclude che un giorno si possano raggiungere anche case un po’ più spaziose, però è augurabile non soltanto che ciò si verifichi a condizione che in questa case vengano fatte molte pulizie, ma anche che chi si appresta a raggiungerle ci vada con solide basi di confronto.
Una discreta sensazione di preoccupazione latente, se proprio non vogliamo parlare di crisi, si diffonde anche nel fronte contrapposto. Lo rivela una certa insoddisfazione o la mancata esibizione del trionfalismo di prammatica; ed è anche la sensazione di una certa parte dell’opinione pubblica che riflette l’elettorato potenziale, che mostra minori segni di apprezzamento per le vicende personali del capo ed i suoi atteggiamenti. Tutto questo induce a pensare che in quell’area il problema non riguardi tanto il dato numerico, pur ridimensionato rispetto alla consultazione politica ed alle successive aspettative, quanto il livello di rappresentatività e conseguente, possibile decozione del massimo esponente. È vero anche che, accanto ad un certo appannamento dell’immagine del leader, si verifica un consolidamento dei poteri locali, ma c’è da chiedersi se questo avvenga in concomitanza sia della perduta carica del centro sinistra sia della forte domanda di sicurezza che, proprio a livello locale, produce le sue maggiori conseguenze. Non è un caso che sia la Lega in quell’area a trarne maggiore profitto.
L’ultima crisi, quella però da ritenere più grave, è dell’Europa. Non è facile capire se si debba dare precedenza al difetto di rappresentatività oppure a quello di prospettive. Certo è che l’Europa, così come è venuta configurandosi negli ultimi anni – e non a caso dopo la scomparsa dell’ipoteca comunista su parte del continente – è sostanzialmente diversa, anzi contraddittoria rispetto all’idea che ne avevano le nazioni fondatrici, ma soprattutto all’evoluzione ed al potenziamento dei concetti che, sia pur con lentezza e difficoltà, si erano venuti via via affermando e consolidando negli anni successivi. Così, da una parte si è assistito alla ricerca ed all’adozione di buone pratiche, che sono il proseguimento della via di crescita degli anni settanta ed ottanta; e vanno in questa direzione gli importanti passi in avanti compiuti nel campo del diritto del lavoro, dell’armonizzazione delle politiche sociali, dei tempi e dei contenuti della giustizia europea. Dall’altra invece si è ritardata, anzi è stata praticamente messa da parte, la costruzione politica e le new entry un po’ affrettate hanno messo in discussione il processo di integrazione economica, ed in più sconvolto anche alcuni equilibri sociali che già erano stati pesantemente segnati dai flussi migratori. La crisi dei partiti socialisti e socialdemocratici è anche la loro impotenza, o meglio, mancata risposta a fronte di queste implicazioni sociali e difetto di alternativa politica ai risorgenti nazionalismi, in particolar modo nei paesi dell’ex blocco sovietico. Sotto questo profilo non si può parlare, come qualcuno fa, di esaurimento dell’esperienza socialista, sia nella sua applicazione socialdemocratica che in quella radicale, ma di difetto nella costruzione di un’ipotesi e di una strategia socialista pensata a misura europea e non come improbabile sommatoria delle singole esperienze nazionali. Un auspicio questo che dovrà valere anche per tutte le altre grandi correnti di pensiero della nostra civiltà politica, di matrice liberale, cristiana o di democrazia moderata.
Silla Cellino

Quello che mi preoccupa è la mancanza di coraggio dimostrata dagli elettori : le liste civiche presentate dagli stessi uomini di partito hanno ricevuto buoni consensi ,ma numericamente insignificanti rispetto alle liste di apparato . Il che dimostra due cose: la prima,la mancanza di coraggio e di coscenza politica degli elettori ; la seconda , che delle segreterie di partito (che con i partiti previsti dalla nostra Costituzione non hanno niente a che vedere ) nessun “candidato” potrà eludere desiderata ed aspettative . Una grande occasione persa dall’elettorato,a mio parere .
Quanto all’ Europa , si è rivelata una istituzione forzosa ,burocratica , di cui non avevamo proprio bisogno . Prestigioso rifugio per politici venuti a noia nel proprio Paese , con l’aggravante che non si distinguono certo per la gratuità delle proprie prestazioni . Una “novità istituzionale” …dèjà vue !