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Dai titoli ai contenuti, dalla spontaneità all’organizzazione. La sfida di Renzi per la leadership

di Vincenzo Caciulli | 4 Marzo 2013

E’ nell’ordine delle cose che, non subito ma in un futuro prossimo, Matteo Renzi debba impegnarsi per conquistare la leadership del disastrato PD e dell’altrettanto disastrato campo del centrosinistra italiano.

100312832l43-matteo-renzi-120803115641_bigE’ nell’ordine delle cose che, non subito ma in un futuro prossimo, Matteo Renzi debba impegnarsi per conquistare la leadership del disastrato PD e dell’altrettanto disastrato campo del centrosinistra italiano. Debba impegnarsi perché non è scontato che trovi strade sgombre e coperte di petali di rosa. Dovrà allora compiere un vero e proprio salto di qualità e lasciarsi alle spalle l’immagine di “ragazzetto ambizioso” che lui stesso, nell’ottimo “discorso della sconfitta”, ammise di avere appiccicata addosso. Dovrà fare i conti con la complessità di gestire un grande movimento nazionale che è, per sua natura, policentrico, composto da tante culture, linguaggi, esperienze diverse. Nel corso della sfida delle primarie, il sindaco di Firenze ha portato efficacemente nel dibattito del PD e del centrosinistra una diversa visione della società e del suo rapporto con lo stato, nuove parole d’ordine e nuove suggestioni. Ha abbozzato i titoli di un linguaggio e di una cultura politica coraggiosa, innovativa, riformatrice, ispirata alle migliori tradizioni del movimento democratico e socialista europeo. Li ha solo abbozzati creando un movimento ampio e riuscendo a dare una base di massa a quel riformismo concreto e moderno che in Italia ha sempre avuto vita difficile. Il piatto forte della sua campagna per la leadership è stato tuttavia, impossibile negarlo, il tormentone della rottamazione e del ricambio generazionale nel ceto politico. Oggi, quel tormentone non ha più l’aurea della novità. La necessità della rottamazione e del ricambio generazionale, del ripristino di regole per la circolazione delle élites in tutti i campi, è ormai cognizione comune e il movimento 5Stelle rappresenta il cane da guardia che gli italiani si sono scelti per raggiungere l’obiettivo. Renzi deve allora dare ai titoli abbozzati dei paragrafi pieni d’idee e di azioni da compiere. Deve scrivere il libro del riformismo per il centrosinistra e la nuova repubblica. Accanto alla riforma della politica deve indicare quale forma di governo ritiene utile rafforzando il bipolarismo, come intende riorganizzare le istituzioni e calibrare gli assetti della giustizia italiana, come creare un sistema di pesi e contrappesi per i diversi poteri trascinando la zoppicante democrazia italiana nel novero delle democrazie occidentali. Deve far capire come ritiene di dare maggiori libertà e nuove regole di trasparenza a un’economia e a una finanza arcaica, familiare, che tende continuamente a negare il mercato per ritagliarsi posizioni di rendita. Come trasformerà in regola la valorizzazione del talento e del merito. L’elenco potrebbe essere infinito e non occorre che scriva un programma di centinaia di pagine. La sua abilità di trasformare in pillole e in slogan concetti pesanti lo aiuterà a trovare la giusta misura, l’equilibrio tra idee ed emozioni sulle quali costruire il consenso. Deve anche, superando un limite emerso nella campagna per le primarie e subito dopo la sconfitta, trasformarsi nel catalizzatore di tutte le energie possibili. Quello che è spontaneamente avvenuto nell’autunno passato, con il convergere sulla sua figura di reti politiche e associative, d’intellettuali e circoli culturali, d’individualità, è stato grande ma non sufficiente e, soprattutto, non automaticamente riproducibile. Fuori dalla Toscana poi, è stato largamente minoritario. Renzi, è noto, non ama il partito novecentesco. Ne registra, giustamente, la decadenza e predilige l’idea di un partito leggero, quasi “americano” intendendo con questa parola un’organizzazione essenzialmente elettorale.  Peccato che neanche negli USA i partiti siano così volatili. Sono senz’altro aperti, capaci di contaminarsi con associazioni e movimenti, costituiti da strutture leggere più portate alla comunicazione che alla ritualità della vita associativa, ma sono radicati e attivi in sede locale, statale e federale. Per ogni leader che aspira a guidare la nazione è doveroso curare con attenzione la rete delle relazioni. Per questo gli staff dei candidati americani sono vasti e rappresentativi. L’Italia non è equiparabile agli Stati Uniti ma non è neanche una “grande Firenze” e al sindaco occorre non incappare, prima ancora di diventare il leader, nell’inconveniente del circolino degli amici o del cerchio magico che tutto deve filtrare e che spesso rende ciechi e sordi. L’occasione che si presenterà a breve, anzi, sarà utile per ridisegnare e rilanciare il progetto di un partito nuovo, per perimetrarne il campo e consolidarne la vocazione maggioritaria.

Pubblicato in : Editoriale

Info Vincenzo Caciulli

Vincenzo Caciulli. Dottore di ricerca in Crisi e trasformazione sociale si è occupato a lungo di ricerca storica e sociale presso università italiane e straniere. E’ stato consigliere regionale e membro dell’Autorità per le Comunicazioni della Toscana. Da oltre dieci anni lavora nella comunicazione con esperienze di amministrazione di società editoriali. Collabora con vari periodici tradizionali e online. Fa parte della Direzione nazionale del PSI.

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