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Dagli al ricco

di Enrico Cisnetto | 26 Agosto 2013

Tanto per aumentare la voglia di fuggire dall’Italia, ecco una norma demagogica e ipocrita

inpsPensioni d’oro, super stipendi, stock options e benefit da favola: in tempi di crisi il “dagli al ricco” – o presunto tale – è sport nazionale tra i più diffusi. Certo, leggere di pensioni mensili da 90 mila euro (200 volte le pensioni sociali minime) o di retribuzioni di manager da diversi milioni, lì per lì è urticante. E, sempre lì per lì, vedere che il governo ha proposto (decreto Fare) e il parlamento ha approvato una norma che taglia di un quarto i compensi degli amministratori delle aziende pubbliche, quotate e non, e ha riconfermato il “tetto” a suo tempo introdotto da Monti, può dare sollievo. Ma se ci si ferma un attimo a ragionare sopra, scevri da ipocrisie, si scopre che molti ragioni militano contro queste pulsioni egualitariste.

Intanto sgombriamo il campo da equivoci: la recessione non l’ha portata la cicogna dei ricchi, e togliere qualcosa a loro – ammesso e non concesso che in un sistema di mercati aperti e di libera circolazione dei capitali sia possibile – non significa alleviare le difficoltà altrui. La condivisione delle sofferenze per legge ha già fatto molti danni nel secolo scorso, evitiamo di ripetere errori già commessi. E non è con quelle risorse (poche) che si creano le condizioni per uscire dalla recessione e acchiappare la ripresa. In secondo luogo, sarebbe opportuno intendersi sul concetto di ricchezza. Io credo vada usato il metro del patrimonio e non del reddito: è ricco chi ha accumulato ricchezza, non chi la produce (utili, dividendi, retribuzioni) o la percepisce in modo differito (pensioni). Tuttavia, visto che il reddito va tassato, prenderei a prestito il metro di misura americano: 250 mila dollari l’anno. Questo è il livello di reddito oltre il quale Obama l’anno scorso ha aumentato le tasse dicendo che i ricchi dovevano pagare di più. Avevano un’aliquota del 35%, si sono avvicinati al 40% (lasciando al 28% chi sta sotto quella soglia). Cioè molto meno di quello che in Italia paga chi sta sopra i 200 mila euro annui (peraltro sono solo lo 0,18%), tanto che se facessimo anche noi quello che ha fatto Obama, la pressione fiscale scenderebbe.

C’è poi il capitolo pensioni, terreno dove l’invidia sociale, da un lato, e la politica redistributiva stracciona, dall’altro, rischiano di combinare guai (anzi, l’hanno già fatti, stando alla sentenza della Consulta che ha bocciato il prelievo voluto dal governo Monti per violazione di “diritti acquisiti”). Ichino ha ottimamente spiegato che esistono due figure di cosiddetti “pensionati d’oro”: quelli che hanno versato contributi pari a ciò che ora percepiscono di pensione, e chi viceversa prende molto perché, grazie a leggi acchiappa-consenso del passato, ha la pensione calcolata sull’ultima retribuzione (più alta). Nel primo caso non ha alcun senso pretendere di effettuare prelievi forzosi, perché non c’è alcuna equanimità violata. Lo Stato, peraltro, preleva il 45% a titolo di Irpef, come su tutti i redditi personali di elevata entità, e non mi pare che sia il caso di immaginare di andare oltre (tenere sempre a mente le aliquote americane, please). In tutti i casi, se si ritiene di aumentarla, la si aumenti per tutti (suprema Corte dixit). Nel secondo caso, per quanto appaia evidente la sproporzione tra il versato e il percepito, trattasi comunque di diritti acquisiti, e non si capisce a che titolo ora si possa negarli. Lo stesso Ichino (con Cazzola e Tinagli) ha preparato una proposta di legge per immaginare un contributo straordinario da calcolare sulla differenza tra la pensione basata sulle ultime retribuzioni e quella in stretta proporzione ai contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa. In un momento di emergenza è difficile dirsi contrari, ma è comunque bene ricordarsi che il sistema retributivo e le varie leggi che si sono susseguite sono state strenuamente difese proprio da coloro che più di altri gridano allo scandalo di fronte a certe classifiche (peraltro stilate senza dirci se coloro che ne fanno parte stanno nella prima o nella seconda categoria di pensionati d’oro). Insomma, un conto è stabilire che in futuro non si possa arrivare a certe cifre, un altro è mettere in discussione ciò che legalmente si è pattuito prima.

Diverso, invece, è il tema delle retribuzioni e dei premi aziendali: è fin troppo ovvio che ci sono state e ci sono esagerazioni – specie certe buonuscite di manager messi alla porta per i cattivi risultati conseguiti – ma bloccare gli eccessi con tetti burocraticamente decisi e tagli indiscriminati, non è una buona soluzione al problema. Un conto sono le aziende multinazionali (Eni, Enel) i cui capi stanno sul mercato manageriale mondiale, altro sono le utilities domestiche che erogano servizi a prezzo controllato. Per il resto, vale quanto ha scritto ottimamente Massimo Mucchetti (Unità del 10 agosto): i tagli lineari e la demagogia spicciola dei provvedimenti appena approvati (anche da lui) nulla hanno a che fare con la riforma di Wall Street di Obama, in cui si cerca di correlare i compensi top a quelli mediani. Così, giusto per aumentare la voglia di fuga dall’Italia.

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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