
Che cosa unisce personaggi politici così diversi, come Veltroni e Vendola, sino al punto di sostenere, insieme, il “mattarellum” e le primarie, qui ed oggi?
Non certo la visione del mondo: al primo va benissimo l’Europa figlia della globalizzazione e dell’ortodossia finanziaria; il secondo contesta radicalmente l’una e l’altra. E nemmeno la visione della politica italiana e del ruolo della sinistra: l’orizzonte, non tattico ma permanente, dell’ex sindaco di Roma è quello dell’unità nazionale (o quanto meno dei buoni e degli onesti) all’interno di opzioni strategiche non molto diverse da quelle attuali (anche se praticate in modo più equo e razionale); l’orizzonte, altrettanto permanente, del governatore è quello di una sinistra posta a servizio di una alternativa di sistema tutta da costruire.
Ma, attenzione, ad unirli, non sono nemmeno i loro specifici interessi. Così, il “mattarellum” (“o di là o di qua”, con la conseguente liquidazione del centro) stride radicalmente con l’unanimismo buonista di Veltroni e con la sua vocazione al moderatismo; mentre lo stesso sistema, giova, apparentemente alla narrazione alternativa di Vendola, ma al prezzo della liquidazione del suo partito e della stessa sinistra radicale. Così, ancora, Vendola può sperare di vedere rilanciato, con le primarie, il suo ruolo, tutto personale, di punto di riferimento per tutta la sinistra mentre, se Dio vuole, questa carta non può assolutamente essere giuocata da Veltroni.
E, allora, per dirla in sintesi, i due V. (e, con loro, molti altri…) non sono uniti da qualcosa e qualcuno, ma piuttosto contro qualcosa e qualcuno. E, tanto per non far nomi, contro il Pd e contro il suo attuale segretario.
E in una logica in cui la rimessa in discussione della attuale leadership e delle attuali strutture politiche e istituzionali della sinistra finisce con l’essere considerato obbiettivo prioritario, almeno nei tempi, rispetto alla stessa sconfitta di Berlusconi.
A sostegno di questa tesi gli stessi due totem all’ordine dei giorno dei nostri nuovi picconatori: appunto il sostegno al referendum per il ritorno del mattarellum e l’invocazione di nuove primarie.
Sia detto per inciso: le ragioni del successo del referendum del 2011 non hanno niente a che fare con il merito della questione; oggi, come nel 1991, la gente ha avuto l’occasione di segnalare il suo disgusto per tutta la baracca e l’ha sfruttata. E però, prima o poi, bisognerà entrare nel merito; e allora ci si accorgerà che, in quanto al “diritto degli elettori di scegliere i loro rappresentanti”, il mattarellum è anche peggio del porcellum; quest’ultimo almeno ti dava il diritto di votare per il partito di tua scelta; l’altro soltanto quello di optare tra i candidati dei due blocchi, spesso del tutto sconosciuti, perché designati, al centro, da un vertice assai ristretto.
A questo punto, però, i nostri nuovi picconatori avranno già pronta la loro risposta; ricorrere, in ognuno dei collegi, al metodo delle primarie. E questo sarà, appunto, la fine dei partiti: e non tanto per supposta indegnità quanto per manifesta inutilità.
Questi hanno già perso il loro ruolo di formazione di classi dirigenti e di “produttori di politica”; se gli togliete anche il diritto di scegliere i loro rappresentanti nelle istituzioni si ridurranno a un guscio vuoto. E, sempre per inciso, a sostituirsi a loro, non sarà il popolo dei fax o dei blog o di quant’altro; questo farà, certo, irruzione sulla scena, e magari anche in modo positivo, ma per abbandonarla ben presto e essere sostituito da ben più consistenti e organizzati “formatori d’opinione”.
Lo scenario qui tracciato è, qui e oggi, del tutto ipotetico. Rappresenta, cioè, ciò che avverrebbe in caso di ripristino del “mattarellum”; e non è affatto detto che questo ci sia.
Molto concreta è invece la proposta di scegliere, qui e oggi, con le primarie il leader della coalizione di sinistra. Come se non ce ne fosse già uno e designato, sempre con le primarie, appena due anni fa. Si dirà che Prodi e Veltroni – anch’essi legittimati dal popolo – avevano “perso il titolo”, e in tempi assai rapidi. Ma la loro delegittimazione nasceva dal disastro politico ed elettorale mentre, a onor del vero, Bersani non ne ha subito alcuno.
Si dirà, ancora, che queste nuove primarie servono a rimettere in discussione non la persona di Bersani ma la sua politica. Benissimo; ma quale? E, soprattutto, quale è l’alternativa che si propone?
Domande, lo diciamo subito, del tutto retoriche. Perché le risposte dei “referendari primaristi”sarebbero diverse, anzi opposte.
Ma anche perché l’incontro sul programma proposto dallo stesso Bersani ( diciamo sul che fare e con chi ) sarebbe stata la sede più corretta per affrontare il problema.
E allora, le primarie targate Veltrola “non aiutano”; e non aiutano anche perché, in barba ai nuovisti vecchi e nuovi, ripropongono una abitudine che più vecchia non si può; quella di evadere il dibattito sulle cose trasformandolo in una rissa sulle persone.

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