Pubblichiamo questo appello. Como da espressa indicazione dell’autore ne manteniamo il riserbo del nominativo.
Vi scrivo per denunciare un fatto di assoluta gravità, che riassumo brevemente. Mentre mi dichiaro disposto a rispondere in qualsiasi sede, ed in prima persona delle mie affermazioni, vi chiedo di mettere in calce alla presente “lettera firmata” in luogo del mio nome” per tenere riservate le generalità di mia figlia ed anzitutto delle sue due bambine di 5 e 7 anni.
Sono stato allertato da mia figlia nella mattinata del 27 maggio 2015, che aveva da poco lasciato la sua abitazione a Melegnano dove vive, decisa a non farvi ritorno a causa delle sempre più pressanti minacce del compagno. Si è portata a Milano, dove ha vagato per l’intera mattinata. Mia figlia riceve ancora minacce attraverso il telefonino dal convivente. Decide di chiamare il comando carabinieri di Melegnano; gli consigliano di entrare nella stazione dei carabinieri più vicina. Intorno alle ore 14 mia figlia mi chiama; l’ho pregata di rimanere nei pressi di viale Umbria Milano, dove ho mandato una vettura a prenderla. Decide di entrare nella caserma Monforte, dove la raggiungo verso le 14,30. Entro in caserma, saluto mia figlia che mi esprime il suo disappunto ad entrare in una comunità protetta; mi rendo conto anch’io che tale soluzione sarebbe stata negativa. Frattanto mi avvertono che è in arrivo una pattuglia per prendere mia figlia e portarla in caserma a Melegnano.Chiedo di salire in auto insieme a mia figlia e mi viene impedito. Erano le ore 15. Mia figlia sale a bordo ed è l’ultima volta che la vedo, nonostante fossi stato rassicurato dal carabiniere che ci saremmo visti a Melegnano.
Dopo Il mio vano tentativo di salire a bordo della vettura dei carabinier, devo raggiungere Melegnano con i miei mezzi. Mi avvio a piedi in direzione sud, e frattanto ho cercato un amico che mi potesse accompagnare. Raggiungo piazzale Corvetto a piedi. Arrivo in caserma a Melegnano verso le 16.30, dove mi aspettavo di trovare mia figlia, come da me richiesto al militare che era venuto a prenderla a Milano. All’agente che l’ha presa in consegna, ho anche chiesto di convocare anche il suo compagno, per cercare una possibile pacificazione. Anche perché il 27 era il compleanno della ragazza, e di lì a poco sarebbero uscite le bambine da scuola.
Niente di tutto questo; alle 16,40 mi viene detto dal vice comandate, che mia figlia e le bambine sono state portate in una comunità protetta. Chiedo al maresciallo di chiamare il pubblico ministero e dire che davanti a lui c’era il sottoscritto (nella veste di padre e nonno delle bambine) pronto a farsi carico di tutto; di prenderle e portarle a 200 chilometri di distanza, dove c’è lo zio delle piccole, che è un professionista molto apprezzato, disposto ad occuparsi di mamma e figlie. Nulla da fare! Mi sono trovato davanti un muro. Il sottouffiiciale, non ha ritenuto di dover alzare il telefono a chiamare il Pm. E’ importate sapere, che non sono mai stato interpellato, da nessuno (nè scuola, nè assisternti sociali, nè carabinieri e neppure il pubblico ministero mi hanno mai convocato).
E non è tutto… Il giorno successivo, mi rivolgo all’insegnate di una delle due bimbe, che per un paio di volte mi aveva parlato al telefono, per chiedere se attraverso qualcuno (assistente sociale o chi per esso) c’èra la possibilità di mandare dei generi di necessità, vestiti e qualche libro a figlia e nipotine. Successivamente non sono più riuscito a parlare al telefono con nessuno, anche a scuola: un muro di omertà. Come famiglia (i nonni, il fratello e i cuginetti) non hanno nessun diritto? Volendo usare una metafora, dico che mia figlia (e le bambine ) è stata sequestrata dallo Stato. Se l’avessero portata via dei malviventi, avremmo saputo qualcosa attraverso la richiesta di riscatto.
Chiedo alla Vostra redazione un commento! Uno Stato può porre in essere una pratica così disumana? Capisco anche possibili ragioni di segretezza, ma consentire alla ragazza di fare una telefonata al padre (al quale aveva detto che mai sarebbe andata in strutture “restrittive della libertà personale”, che altri le avrebbero imposto), in ansia per tutto quanto è accaduto, mi pare che rappresenti il minimo da farsi. E che dire del fatto che mamma e bambine, non possano ricevere qualcosa, una testimonianza di affetto attraverso l’invio di un pacco che anche i carcerati possono ricevere?
Sono incazzato nero, per il comportamento di uno Stato che mette in piedi dei meccanismi infernali come questi; che sottrae i bambini all’affetto dei nonni e del fratello della ragazza, per portarli in uno di quei luoghi che vediamo in televisione, e sui quali evito ogni commento, certo come sono che i vostri lettori si sono già formata una loro precisa opinione.
(lettera firmata)

Lascia un commento