Napolitano e Renzi: due traghettatori in concorrenza tra loro. Il prezzo della corsa è assai più pesante (almeno qui e oggi) nel caso di Napolitano, ma la sua autorità lo rende immune da contestazioni.

È la sintesi magistrale di un rapporto mutualmente benefico. Da una parte la forza, cioè la capacità di cui il Pds è titolare di costruire e organizzare il consenso, dall’altra la serietà e cioè quel misto di competenza e di equilibrio suscettibile di allargare quest’area di consenso nell’elettorato fluttuante, decisivo per vincere in un sistema maggioritario.
E però questo rapporto è interpretato dai suoi contraenti in modo radicalmente diverso. Così, il professore emiliano e i suoi sostenitori ritengono di incarnare, contro gli apparati di partito e le ideologie del passato, lo spirito autentico della coalizione, l’unico in grado di garantirne, nel tempo, l’egemonia. Mentre i dirigenti ex comunisti considerano il ricorso alla leadership prodiana un passaggio tattico e contingente che nulla toglie, in prospettiva, al ruolo centrale del partito.
Nel gergo politico di oggi, Prodi si considera dunque, a tutti gli effetti, un papa esterno, abilitato a guidare la coalizione in generale e il Pds in particolare lungo il percorso che li renderà, in futuro, compiutamente legittimati come forza di governo. Mentre D’Alema e il gruppo dirigente del partito di papi esterni ritengono di non avere alcun bisogno.
Con il senno del poi, la “quèrelle” potrà sembrarci astratta. Per i suoi protagonisti è e rimane una questione esistenziale. Perché, per i nuovisti l’ex Pci è un’anomalia da cancellare mentre, per la classe dirigente postcomunista il papa esterno è un pericolo da esorcizzare. Ora, la vicende della seconda repubblica saranno contrassegnate dal fallimento di ambedue i contendenti. Prodi potrà cullare, da allora e per gli anni a venire, la sua naturale propensione al rancore con l’immagine di un duplice tradimento: quello di D’Alema nel 1998 e di Veltroni nel 2008 (e, a coronare il tutto per l’eternità, con l’umiliazione del 2013). Dimenticando però che il “prodismo reale” aveva vinto nel 1996 solo grazie alla divisione del centro-destra mentre era clamorosamente fallito nel 2008.
I suoi avversari erano riusciti poi a collezionare nel corso del ventennio ben quattro, dico quattro, umilianti sconfitte. Perché tutte dovute alla sopravvalutazione di se stessi e all’incapacità di misurarsi con la realtà. Così la carovana nuovista-moraleggiante di Occhetto era stata spazzata via da quella nuovista-antipartitica di Berlusconi. Così il tentativo dalemiano di fare del Pds un normale partito di governo era franato sul quadruplice fronte della bicamerale, della Cosa 2, del rapporto con i “capitani coraggiosi” e, infine, delle guerre balcaniche.
Così l’autosufficienza buonista di Veltroni ha portato il centro-sinistra alla disfatta più pesante dell’ultimo ventennio.
Così, infine, la linea emiliano-piacentina di Bersani è riuscita a mancare una vittoria che era scontata in partenza.
A questo punto qualunque militante Pd è portato a leggere sul muro l’antica maledizione. Perché, nei sessantotto anni intercorsi dalla Liberazione ad oggi, l’ex Pci può segnare al suo attivo solo i diciotto mesi della presidenza D’Alema e, a giustificare il disastro, non c’è più l’alibi del fattore K … Da qui il ritorno in forze dei “papi esterni”; dei traghettatori autoproclamatisi tali. Oggi ce ne sono due. Provenienti dall’interno. E, forse per questo, assai più esigenti di Prodi. Quest’ultimo chiedeva semplicemente di essere riconosciuto come comandante della nave; Napolitano e Renzi pretendono di cambiare la natura stessa del passeggero. Nel primo caso, il Pd dovrebbe indossare sino in fondo il cilicio della “responsabilità nazionale” sino ad accantonare i fondamenti stessi della sua esistenza politica sperando che qualcuno (la storia? dio? o magari l’elettorato italiano?) gliene renda merito. Nel secondo, dovrebbe trasformarsi in un partito di tipo americano: prima la persona, poi la forza a suo sostegno. Due traghettatori in concorrenza tra loro. Il prezzo della corsa è assai più pesante (almeno qui e oggi) nel caso di Napolitano, ma la sua autorità lo rende immune da contestazioni.
Perciò dire di no a Renzi (“toglietemi tutto, ma non il mio Breil”) diventa l’ultima trincea. Una trincea contro la quale lo stesso Renzi rischia di rompersi le ossa. Perché non può aspettare, rischiando di finire nel tritacarne nuovista (il fattore tempo: in pochi giorni da uomo del destino a patetico rompiscatole) e perché, chiedendo qualcosa subito, rischia di consolidare il fronte a lui avverso.
Per chiudere, un modesto consiglio. Parli di politica. Spieghi in cosa consiste la sua rivoluzione. Lasci perdere Briatore e gli uomini di successo e si preoccupi piuttosto di quelli che lo meriterebbero, ma non possono conseguirlo. Così facendo aprirà delle brecce nel partito e lo costringerà a discutere di se stesso. Un bene per Renzi, ma soprattutto per il partito stesso.

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