Le vedo in tre o in quattro, campionesse di virtù. Eccole appollaiate sulle sedie salottiere. Le sento dire che hanno saputo opporre un eroico “no” al molestatore. Che brave! Applausi! Che carattere! Yesssss. Se non c’erano loro non avremmo mai capito si potesse fare!
Vedo poi una discreta muta di uomini dabbene, incravattati e tanto seri: il gran giornalista (di un quotidiano che senza contribuiti all’editoria sarebbe carta da cesso), il super conduttore della serata e l’amico in collegamento da chissssadove. Tutti, all’unisono, a sparare ad alzo zero nel mucchio di quelle molestate ma troppo ritardatarie nel trovare il coraggio per una pubblica denuncia. Chemmmeraviglia di umanità.
Mi viene da pensare che quando alla giornalista sapiente le faranno una rapina, potrò chiederle come mai non ha saputo dire di no? Come mai non è stata così coraggiosa da opporre un rifiuto (lei che è tanto ganza)? Quando alla scrittrice di fama un teppista le mollerà una bella ciaffata, potrò chiederle come mai non avesse intuito prima chi aveva di fronte? Quando al gran giornalista un tir guidato da un ubriaco gli transiterà sopra l’automobile in autostrada, potrò ricordargli che si deve guidare con un occhio alle spalle: non si può mica sempre sperare nella buona sorte! Nell’attesa della rapina, del ceffone e del tir, ascolto incantata tutte ste lezioni circa la banalità del “no” e come magicamente prevedere quando un molestatore sta per mettersi all’opera.
Ascolto incantata l’umanità dei salotti televisivi. Quella così adorabile e così sapiente da dispensarci fesse verità.
Ascolto i loro discorsi da una stanza dalla Questura. Sì, perché sono qui grazie alla mia paura. Ad una storia iniziata perché non ho avuto abbastanza coraggio. Perché non avuto l’intelligenza per capire.
Quando mi ha chiesto di andare da lui dopo cena, mi è mancata la prontezza di dire “no”. Dopo aver bevuto mi ha toccata ed ho avuto paura (non sapevo come reagire). Ero stata assunta nella sua azienda da soli tre mesi (appena laureata). Fino al giorno prima era stato simpatico e gentile. Quando mi ha dolcemente baciata sul collo, sono rimasta impietrita. Mezz’ora dopo era (grazie al cielo) tutto finito. Non ne ho parlato per anni… e con lui tutto come se nulla fosse. Lo so! Solo per vigliaccheria e per il terrore di contraccolpi in carriera. Poi mi sono decisa. La mia parola contro la sua. Non era per un fatto giuridico (tanto era estinto) ma solo per me e per quel briciolo di dignità che avevo raggranellato.
Mi sono trovata sui giornali dipinta (da un’altra donna) come un’approfittatrice. A scrivere una giornalista che credeva (come le sacerdotesse televisive) che una dovesse saper dire di “no”. Ma io ho un terribile difetto: sono debole. Non ho coraggio. Forse neppure intelligenza. Dai giornali ho capito che si può essere vili di fronte ad un rapinatore, ad un teppista o si può non avere prontezza di riflessi in autostrada, ma non si può non avere coraggio di fronte ad un molestatore. Credo che sia così perché è più comodo dare ad una donna la responsabilità di mettere all’uccello di uomo quel guinzaglio che lui stesso non è capace di mettere. Un po’ come chiedere alla possibile vittima di una rapina la responsabilità di evitarla. Per la nostra misera civiltà, l’indefesso istinto fallico gode (ancora) di privilegi e di una nutrita schiera di fan.
Da quell’episodio, in me, è cambiato qualcosa. Oggi faccio la mignotta d’alto bordo. Capita che la Polizia mi fermi. Da mignotta (io) a mignotte (loro), scrivo dalla Questura solo una cosa: io mi faccio pagare in soldi per ubbidire a dei porci, voi (nel salottino televisivo) lo fate gratis per di compiacerli.
In treno, ormai quasi a Milano. Tailleur grigio (e sexy sotto) per un fine settimana da urlo. Ma nel frattempo, pensando male di chi crede che una donna non possa godersi gli uomini se fosse femminista, e immedesimandomi in una vittima e nel suo diritto (mio, vostro) di non avere il dono del coraggio

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