Oggi fra i nostri politici che devono decidere del nostro destino, di conoscenza ce n’è ben poca.
Spesso per amore di conoscenza , per scelta o casualmente mi capita di imbattermi nel pensiero di Einaudi, che considero il mio mentore.
Il secondo Presidente della Repubblica italiana ha scrittto le sue” prediche inutili” nel 1959, alla fine del settennato presidenziale. Il primo Presidente ad interim, come tutti sanno, fu Enrico De Nicola, eletto per due volte capo provvisorio dello Stato dall’Assemblea costituente il 28 giugno 1946 e il 26 giugno del ’47. L’11 maggio del ’48 fu eletto il mio beniamino. Fu la prima elezione condotta dal Parlamento in seduta comune dopo l’entrata in vigore della Costituzione il 1 gennaio del ’48.
“Una sorta di viaggio attraverso le incongruenze, le distorsioni e le contraddizioni della società corporativa e della natura napoleonica dello Stato unitario”. Sono state definite le sue Prediche.
Mi sono soffermata su quella che al momento suscita maggiore interesse.
“Conoscere per deliberare” ” Ebbene, saper “cercare” oggi significa avere la consapevolezza che la “verità” che appare, non sempre può essere una utile indicazione.
Il fine della conoscenza – è un appello, contro la fretta di chi vuol fare per smania di fare, per ambizione, per impulso della folla, e non si cura della fondatezza delle proposte che avanza: “nulla repugna più della conoscenza a molti, forse a troppi di coloro che sono chiamati a risolvere problemi’. Dopo l’incipit ecco una descrizione di decisioni prese in fretta e furia senza conoscenza adeguata.”Le leggi frettolose partoriscono nuove leggi intese ad emendare, a perfezionare; ma le nuove, essendo dettate dall’urgenza di rimediare a difetti propri di quelle male studiate, sono inapplicabili, se non a costo di sotterfugi, e fa d’uopo perfezionarle ancora, sicché ben presto il tutto diventa un groviglio inestricabile, da cui nessuno cava più i piedi”.
La valutazione è dunque lo strumento, certamente non sostitutivo della decisione politica ma consente al legislatore di conoscere e alla fine deliberare in scienza e coscienza, attraverso decisioni informate e consapevoli. Dunque non si tratta di influenzare il politico nelle proprie decisioni, bensì renderlo edotto delle conseguenze delle scelte che si accinge a fare.
Learn, discuss and then decide.
Chissà per quale motivo mi sovviene il noto RDC, altrimenti detto sussidio per fragili e disoccupati. Finalizzato all’inclusione sociale, oltre al sostegno economico del percettore, momentaneamente. Alias reddito di base in realtà associabile a uno schema di reddito minimo garantito. Sì, ma a chi e per chi?
Nasce con decreto legge il 28 gennaio 2019, come misura di contrasto alla povertà. Dettato da una furia scomposta senza la minima considerazione di ciò che sarebbe potuto succedere e che, poi, è successo realmente. Presi dalla foga di mantenere voti piovuti dal cielo che hanno procurato cadreghe di tutto rispetto, dalle aule parlamentari a Palazzo Chigi, i nostri governanti d’epoca, non occorre fare nomi e cognomi, che li sa anche il gatto, portati dal monte con la piena, hanno confezionato il famigerato sussidio o aiuto economico.
E, dopo tre anni, di cui otre due di pandemia, naturalmente le due fazioni sono partite all’arrembaggio come consuetudine. Anche tre fazioni. Forse quattro.
Chi dice che la colpa è dei divanari. Chi dice che la colpa è degli inadeguati salari offerti da imprenditori che, come tutti, hanno sofferto di pandemia con ingenti perdite, chi sostiene che i lavoratori non possono accettare impieghi a termine, come gli stagionali, senza la certezza di riavere il reddito a fine contratto. Insomma uno sfacelo.
In conclusione nessuno aveva previsto una soluzione e , ancora, nessuno è riuscito sbrogliare la matassa di un accordo, un patto, una convenzione o come si voglia definire, che prima o poi avrebbe presentato il conto.
Dopo anni in cui si è fatto di tutto e di più tranne quello che si doveva fare e si era promesso e previsto di fare, oggi si cade dalle nuvole quando ci si rende conto che tanti percettori , non tutti, per carità, intascano il reddito e lavorano al nero per arrotondare. Ma non ci avevano detto, i fivestar, che dopo tre offerte di lavoro rifiutate sarebbe stato ritirato il RDC ai percettori…
Mi rifiuto di parlare del paradosso dei navigator, 1800/1900 e del lavoro che qualcuno gli deve, oggi, trovare. Per esempio il ministro Orlando. Certo, perché è lui il ministro del lavoro.
I navigator, che dovevano procurare lavoro ad altri , sono arrivati, a maggio, al termine del loro contratto. Con un ruolo mai ben definito che, di fatto, li ha costretti a rimanere corpi estranei all’interno dei centri per l’impiego che , per altro, sembra siano stati in panciolle, con un senso di beata e indifferente oziosità, invece di fare il loro dovere. Quel contratto che gli consentiva, anzi li obbligava a trovarlo, il lavoro, e offrirlo a chi non lo aveva e si trovava in condizioni economiche precarie.
E quando si sono ritrovati i sindacati al ministero, previo confronto con il dicastero della PA e con le regioni per trovare una soluzione? Tre giorni prima della scadenza del contratto medesimo. Ma il ministro Orlando , in fretta e furia prepara e introduce, forse in sordina, l’assunzione nell’ambito del Pnrr. Che sembra diventato la gallina dalle uova d’oro. No comment. Naturalmente nessuno, degli struzzi, aveva previsto questa evenienza, pur avendo i navigator un contratto a termine. Insomma, speravano, evidentemente, nella manna dal cielo. Dalla padella nella brace.
Federico Caffè, economista keinesiano, nonchè relatore della tesi di laurea di Mario Draghi, nel 1966 aveva scritto: “i problemi ultimi dell’economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo, comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, far uso della conoscenza come guida dell’azione”. Concetti riportati nel sito dedicato a Einaudi del Senato, ove tutti gli insegnamenti degli ex Presidenti della Repubblica lì transitati dovrebbero allora essere rispettati di più non solo in quell’aula, anziché essere “polvere che il vento disperde”.
Oggi fra i nostri politici che devono decidere del nostro destino, di conoscenza ce n’è ben poca.
Carla Ceretelli

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