La notizia è passata pressoché inosservata e pure molto dice sulla situazione in cui versa attualmente l’amministrazione capitolina. Il degrado morale ed istituzionale illustrato in maniera molto analitica nella relazione redatta dall’Anac non fa distinzioni politiche e boccia senza appello sia la gestione di centrodestra che quella di centrosinistra. Infatti, secondo il documento ispettivo [1] , non vi sarebbe un solo settore in cui agli amministratori comunali non siano addebitabili significative anomalie ed irregolarità. Le contestazioni vanno dalla manutenzione delle strade ai servizi per i disabili, dagli ospizi agli affitti delle case (di cui molto si è parlato negli ultimi giorni), dalla macellazione della carne alla tutela del verde pubblico, dall’acquisto di nuovi software alla gestione dei canili ! Sempre secondo l’Anac , nel periodo di riferimento preso in considerazione – cioè quello che va dal 2012 al 2014, a cavallo tra la gestione di Gianni Alemanno e quella di Ignazio Marino – «è emerso un quadro estremamente critico nella gestione amministrativa delle procedure di affidamento espletate da Roma Capitale ». L ‘Authority ha riscontrato «significative carenze nelle modalità di gestione delle attività contrattuali, in parte imputabili alla struttura organizzativa di Roma Capitale ed in parte dipendenti da superficialità ed omissioni in violazione delle disposizioni vigenti in materia». Sono stati riscontrato un abuso degli affidamenti degli appalti senza gara, la mancata verifica dei requisiti delle imprese, un numero eccessivo di deleghe in bianco ai responsabili del procedimento e, dulcis in fundo, una miriade di società amiche alle quali sono stati aggiudicati moltissimi contratti senza minimamente rispettare i principi di rotazione e di concorrenza.
In particolare, Cantone stigmatizza il facile ricorso alle procedure negoziate che non danno le stesse garanzie di una gara pubblica, pur in “carenza o difetto di motivazione dei presupposti”. “L’indagine – è scritto nella relazione – ha rivelato la sistematica e diffusa violazione delle norme. Ha palesato il ricorso generalizzato e indiscriminato a procedure prive di evidenza pubblica, con il conseguente incremento di possibili fenomeni distorsivi che agevolano il radicarsi di prassi corruttive.”
Ma non finisce qui. Ci sono le proroghe, anch’esse ingiustificate e non motivate, l’improprio frazionamento degli appalti, le varianti non motivate e manca completamente la rotazione degli operatori economici. Soprattutto per le cooperative che operano nel sociale, nel triennio 2012-2014 “c’è stato un esorbitante numero di affidamenti di cospicuo valore economico avvenuti in gran parte in forma diretta, a conferma del mancato rispetto dei principi basilari di concorrenza, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza e proporzionalità”.
L’Anac, inoltre, nella sua indagine ha scoperto che nel Comune di Roma “ciascun dipartimento ha sistemi informativi diversi”, che quindi non si parlano tra di loro e l’Ufficio contratti, incardinato presso il Segretariato generale, “è dotato di un sistema centralizzato esclusivamente per le gare ad evidenza pubblica”. Tutte le altre perciò non passano sotto la sua lente e si perdono in mille rivoli incontrollabili.
Inutilmente Roma Capitale, con i suoi numerosi dipartimenti, ha cercato di difendersi inviando a Cantone, dopo il primo rapporto del settembre 2015, altrettanti dossier a difesa del suo operato. Che però non hanno fatto cambiare idea all’Autorità anticorruzione. Il rapporto conferma le indagini della procura di Roma su “Mafia Capitale” e sul malaffare come prassi abituale di comportamento ed è stato inviato sia alla Procura che alla Corte dei conti.
Addirittura l’Anac ha ravvisato comportamenti anticostituzionali giacché, è scritto nel corposo rapporto di ben 15 pagine, “La gestione delle attività contrattuali di Roma Capitale, nei suoi molteplici aspetti e modalità, non è conforme ai principi di buon andamento e di imparzialità dell’amministrazione sanciti dall’articolo 97 della Costituzione”.
Insomma un vero disastro. La questione secondo noi non è però inquadrabile solamente in un contesto giudiziario. Come ben sappiamo l’indagine investigativa a cui è stato dato il nome di “Mafia Capitale” si è a suo tempo conclusa con il rinvio a giudizio di molti indagati per reati anche particolarmente gravi quali l’ estorsione, la corruzione, la turbativa d’asta nonché l’associazione a delinquere di stampo mafioso.
Ma nell’analisi fatta da Cantone probabilmente c’è dell’altro. C’è un modo di pensare, una sottocultura che, a nostro giudizio, è anche più allarmante. Non possiamo seriamente credere che gli uffici comunali romani siano stati in questi ultimi anni la serra della più prolifica genia di malavitosi che le amministrazioni locali nostrane abbiano mai conosciuto. Quindi, a fronte di 15 pagine di contestazioni, non si può comprendere appieno il fenomeno avvalendosi degli strumenti del penalista e del criminologo. Va fatta innanzitutto una interpretazione sulla base del costume e dell’humus sociale di una città che ha quasi tre millenni sul groppone e che troppe ne ha viste per avere una visione rigorosa e impegnativa della vita.
Cantone ha sicuramente individuato un sistema potenzialmente cancerogeno fatto di violazioni sistematiche alle norme di legge ed alla buona prassi amministrativa ma crediamo anche che abbia percepito un difetto di origine, e cioè quello di vivere il lavoro come un reddito, un qualcosa per cui è necessario timbrare il cartellino e rimanere otto ore nello stesso ufficio ma per il quale non vale la pena di andare oltre. Le buone prassi non nascono per caso ma conseguono ad impegno, approfondimento, studio. Tutto questo costa fatica. Non è detto che tutti siano disposti a farlo in una società dove, peraltro, il merito conta sempre di meno e l’omologazione è la regola.
[1] http://www.anticorruzione.it/portal/rest/jcr/repository/collaboration/Digital%20Assets/anacdocs/Attivita/Atti/Delibere/2016/del.207.2016.pdf

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