
La sua presenza alla direzione artistica del teatro Verdi di Pisa terminerà con l’anno in corso. Ne ha preso le redini nel marzo del 2022 e lo lascia, seppure con molti punti ancora insoluti, con un rafforzamento della presenza di abbonati e di pubblico e con una situazione di gradimento favorevole rispetto al Ministero che ha assegnato al Teatro di Pisa un considerevole aumento del punteggio relativo alla qualità artistica.
Abbiamo inteso provare a fare un punto con lui per comprendere meglio le sue scelte e più ancora per conoscere qualcosa in più del teatro pisano e dei suoi rapporti con i teatri italiani.
Ma chi è Cristian Carrara? Proviamo a riassumere brevemente il suo curriculum Cristian Carrara (Pordenone, 1977) si diploma in Composizione presso il Conservatorio di Udine. Già consulente artistico del Sovrintendente presso il Teatro Lirico di Trieste, Coordinatore Artistico dell’Orchestra della Toscana e Presidente della Commissione Cultura della Regione Lazio, dal gennaio 2019 è Direttore Artistico della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi. Dal marzo 2022 diventa anche direttore artistico del teatro Verdi di Pisa.
Già professore di “Sound Design” presso la facoltà di Media and Performing Arts presso la Link University Campus di Roma, è professore di Composizione presso il Conservatorio di Musica di Adria.
Cristian Carrara è considerato tra i compositori più originali della sua generazione. Scrive prevalentemente musica sinfonica e cameristica, ma anche opere destinate al teatro musicale e alla televisione.
I suoi lavori sono editi da Casa Musicale Sonzogno, Edizioni Curci e Edizioni Stradivarius.
Autore e conduttore di trasmissioni televisive, ha realizzato per Tv2000 “Note di musica” (programma di approfondimento sugli strumenti musicali) e “Sinfonica” (programma divulgativo di presentazione di varie opere sinfoniche).
Ha collaborato con alcuni dei nomi più importanti del teatro italiano, tra cui: Sandro Lombardi, Ugo Pagliai, Sergio Castellitto, Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Enzo De Caro, Alessandro Benvenuti.
L’INTERVISTA
- Marzo 2022 segna il suo ingresso come direttore artistico del Teatro Verdi di Pisa: guardandosi indietro cosa pensa di aver lasciato a Pisa e al suo teatro?
Abbiamo cercato di rispondere ad alcune urgenze che il Teatro di Pisa aveva: ritornare all’interno di percorsi coproduttivi di qualità – riuscire cioè a lavorare con altri importanti teatri italiani; alzare la qualità dell’offerta restando all’interno dei parametri di Bilancio; riacquistare la reputazione che il teatro merita, quella di secondo palcoscenico della Toscana, dopo il Maggio Musicale Fiorentino.
Da questo punto di vista sono molto contento dei risultati ottenuti: abbiamo coprodotto con quasi tutti i Teatri di Tradizione, ovvero i teatri dello stesso livello di quello di Pisa, mettendoci alla prova con processi produttivi complessi che hanno messo a dura prova le maestranze del teatro, ma hanno anche generato entusiasmo. Lavoro che è stato anche sottolineato dal Ministero dei Beni Culturale, assegnando al Teatro di Pisa un considerevole aumento del punteggio relativo alla qualità artistica, un balzo in avanti per nulla scontato, che è indice del lavoro fatto.
In più, abbiamo visto un notevole aumento di pubblico, compresi gli abbonati, cosa che non avveniva da parecchi anni. Segno che la proposta è stata apprezzata.
- Fare il direttore artistico significa, o dovrebbe significare, scegliere una programmazione che segua, con una certa coerenza, fili logici (temi, periodi storici, compositori, etc). Quali sono stati i suoi per la scelta delle sue stagioni?
Fare il Direttore Artistico significa questo, ma anche tanto altro. Innanzitutto, occorre rendersi conto di quale pubblico frequenta le Stagioni del teatro. Per questo motivo, una delle cose che ho fatto appena arrivato a Pisa è stata quella di studiare i flussi di pubblico degli ultimi anni. Non tanto nel numero di spettatori, ma nella tipologia. Che età hanno gli spettatori del teatro di Pisa? Quanti vengono da fuori città? Quanti ritornano più di una volta l’anno a teatro? Quanti invece sono venuti una volta e non sono più tornati? Non è possibile fare una programmazione artistica senza sapere che caratteristiche ha il pubblico del tuo teatro. Perché non esiste una Stagione buona in assoluta. Una Stagione è buona nel momento in cui si adatta al pubblico che hai e nel momento in cui si pone degli obiettivi ben definiti di ampiamento del pubblico. La difficoltà sta sempre nel mantenere il pubblico che hai, senza perderlo, e nell’inventarti qualcosa di nuovo, per aggiungerne d nuovo. In questi anni abbiamo lavorato per ampliare il pubblico in generale, creando una proposta qualitativamente alta e varia. Non solo titoli noti, ma anche riscoperte di titoli meno celebri, cercando di creare curiosità e delineando una identità dell’offerta del teatro diversa da quelle delle città limitrofe, capace di attrarre target di pubblico eterogenei.
Facendo questo lavoro di analisi ci siamo accorti che il Teatro non aveva una stagione dedicata ai bambini e alle loro famiglie. L’abbiamo creata e realizzata con grande soddisfazione.
- Scegliere di portare in scena un’opera credo significhi prima di tutto fare una valutazione di budget, ma non credo che possa essere l’unica ragione: quali motivi l’hanno portata a scegliere quegli allestimenti delle opere che aveva deciso di proporre al pubblico pisano?
Oltre alle ragioni che ho spiegato sopra, un titolo – e un allestimento d’opera – va scelto tenendo conto non solo dei vincoli di budget – Pisa non è La Scala di Milano – ma anche dei titoli che possono interessare altri teatri, potenziali coproduttori. Si realizzano così dei tavoli di confronto e discussione tra direttori artistici per confontarsi su quali titoli possano trovare condivisione tra i teatri, e dunque essere utili a far nascere nuove coproduzioni. Nella scelta dei titoli può contare il fatto che un determinato titolo sia assente da parecchi anni dal teatro, oppure sia una novità assoluta (come lo è stato per Pisa “Juditha Triumphans” di Antonio Vivaldi, o “La Vestale” di Gaspare Spontini), oppure abbia una particolare connessione narrativa con un momento storico (le celebrazioni pucciniane, ad esempio). Tutti questi elementi portano a dar vita ad una programmazione che ha bisogno poi di un’idea narrativa, deve prestarsi cioè ad essere raccontata. Nella stagione di quest’anno (2024/25) ad esempio, abbiamo optato per un grande viaggio all’interno dell’opera dell’ottocento, proponendo titoli che abbracciano un secolo, rappresentando come in cento anni l’opera sia cambiata ed evoluta.
- Personalmente sono abbastanza critico con quei registi che scelgono di “personalizzare” troppo un’opera: cosa ne pensa a riguardo?
Il problema non è quando l’opera venga ambientata (ci sono pessimi allestimenti ambientati nell’epoca voluta dal librettista e dal compositore), ma quanto il regista sia al servizio del compositore e della musica che ha scritto. Il compositore quando scrive un’opera lirica immagina già una sorta di regia, i tempi scenici e i tempi psicologici, ecc. Tutti questi dettagli si trovano nella partitura, non tanto nel libretto. Quando un regista è al servizio di quanto scritto in partitura può decidere di ambientare un titolo anche in epoche diverse da quelle descritte dal libretto, perché la musica sarà al centro. Nel caso contrario invece, si percepirà una netta scollatura tra la musica e quanto avviene in scena. In questi anni abbiamo tentato di offrire, anche dal punto di vista degli allestimenti, una varietà capace di far sperimentare i vari “linguaggi” che può offrire, sapendo che un allestimento potrà piacere di più, un altro di meno. Il pubblico è vario e i gusti non sono tutti uguali. Quello che non deve mancare è la spinta la curiosità, al voler scoprire cose nuove, anche lontane dalle proprie corde, purché siano cose intelligenti.
- Produrre o co-produrre? Costruire sinergie o percorrere una propria strada?
Un giusto mix delle due cose. Coprodurre fa crescere il teatro perché lo mette in relazione anche con teatri meglio organizzati e ciò permette di crescere. Inoltre, una volta raggiunto un buon livello di reputazione ed organizzazione si possono proporre idee ad altri teatri, essere capofila, suggerire, stimolare, vivere la coproduzione in maniera attiva e propositiva.
Avere anche degli spazi di produzione e “sperimentazione” propri, è altrettanto importante perché ci possono essere degli ambiti, come l’opera contemporanea ad esempio, che ha senso costruire con le proprie forse perché è necessario costruirle “su misura” per il proprio pubblico, o con obiettivi ben precisi.
- Nell’anno di Puccini, forse, sono mancate iniziative del teatro a lui dedicate: non ritiene che meritasse valorizzare questo centenario attraverso appuntamenti che ne ripercorressero la produzione artistica e la sua vita?
E’ stata una scelta ben precisa. Titoli pucciniani non sono mancati: ricordo la nostra splendida produzione di “Rondine” poco prima che inziassero le celebrazioni, e poi “Boheme”. Due titoli su 5 non sono pochi. E chiuderemo la stagione di quest’anno con “Tosca”. Per il motivo di cui scrivevo prima, abbiamo preferito che il nostro teatro si caratterizzasse per un’offerta attenta a Puccini, certo, ma varia. Anche perché a due passi da Pisa ci sono teatri che hanno incentrato, giustamente, tutta la programmazione sulle opere del genio lucchese.
- Si dice sempre che il pubblico che va al teatro, almeno per la lirica, “invecchia”: cosa significa secondo lei, che i giovani non sono interessati a questo genere musicale o che non lo conoscono abbastanza? E se fosse questa seconda ipotesi come potrebbe aiutarli concretamente il teatro?
I dati di pubblico del teatro di Pisa dicono altro. Dicono che, certo, la prevalenza del pubblico e adulto, ma in questi anni abbiamo avuto segnali interessanti anche rispetto ad un pubblico più giovane. Certamente per un giovane il genere “opera lirica” può sapere di “vecchio”, ma tutto sta nel sapere porre l’offerta e raccontarla nel modo giusto. Sapendo che, comunque, resta un genere, per loro, di nicchia. Il coinvolgimento dei giovani è un lavoro che ha bisogno di tempo e pazienza, i giovani si conquistano facendo sì che il teatro d’opera sia accessibile a tutti, anche a coloro che non hanno mai visto un’opera e che hanno paura di venire a teatro per non sentirsi ignoranti…
Segnalo che in questi anni, per i più piccoli, abbiamo avviato percorsi di formazione all’opera, in collaborazione con gli istituti scolastici, interamente prodotti dal Verdi. Percorsi che hanno visto la partecipazione di centinaia di bambini. Percorsi apprezzati dagli insegnanti e dalle famiglie che hanno vissuto quest’esperienza.
- Un teatro è un’azienda ma anche “una grande famiglia” dove il lavoro di squadra, l’entusiasmo, la disponibilità possono spesso superare le difficoltà: crede che il teatro di Pisa abbia questo importante requisito e che abbia dimostrato di saper far fronte ai momenti più difficili?
Il Teatro è un’impresa, ed è giusto che lo sia, perché deve fare i conti con un “mercato”. Ma è un’impresa culturale, si occupa cioè di un ambito in cui “l’utile” non è solo economico, ma è soprattutto sociale. Il Teatro di una città come Pisa ha il suo utile nel “benessere” che riesce a creare tra le persone, nell’accrescimento culturale che è capace di offrire, nell’attenzione che è capace di porre in quelle fasce sociali che non sono mai venute a teatro. Perché un teatro, specialmente se utilizza fondi pubblici, non può pensarsi come un luogo per “pochi”. Ciò non vuol dire abbassare la qualità della proposta artistica, tutt’altro, ma scommettere sul fatto che chiunque, anche le persone apparentemente più lontane, hanno il diritto di fare un’esperienza, anche esigente, di bellezza.
- Un rimpianto e un rimorso per questo periodo trascorso a Pisa…
Un rimpianto. Avrei voluto sperimentare di più, avviare progetti ancor più innovativi, il terreno fertile ci sarebbe… ma non sempre ci sono state le condizioni. Un rimorso. No, non ho rimorsi. Ho fatto tutto quello che potevo, tenendo presente che in un teatro i cambiamenti avvengono in tempi medio lunghi ed occorre avere il coraggio di aspettare e di seminare. E di sapere leggere qua e là i timidi segni di miglioramento che affiorano. In più, cosa fondamentale, occorre che tutti abbiano come obiettivo quello di migliorare.
- Un augurio al teatro che lascerà e un consiglio a chi prenderà il suo posto…
L’augurio è quello che il pubblico continui a crescere e a godere di spettacoli di qualità, capaci di stupire e anche di mettere in discussione, perché l’opera lirica è viva e non va trattate come se fosse un museo… Consigli non ne ho, ognuno è diverso ed è giusto che il nuovo porti la propria specificità. E’ il bello di questo mestiere. Si percorre un pezzo di strada, si porta il proprio contributo, poi si lascia a qualcun altro. Ma il proprio contributo resta.
Stefano Mecenate





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