Qualche settimana fa su Pensalibero si ragionava, così quasi per celia e senza impegno, di crisi familiari e possibili crisi politiche. Erano considerazioni condotte per assurdo, in un momento in cui il consenso su Berlusconi pareva toccare il punto massimo nell’opinione pubblica, quella magari meno attenta alle argomentazioni dei politici, ma più orientabile per sensazioni e tutto sommato soddisfatta di riconoscersi in un leader popolare, attento ad interpretare e fors’anche a compartecipare gli umori e magari le debolezze della gente comune.
Oggi si può constatare che quegl’indizi, che timidamente contraddicevano il sentire prevalente, potevano esser colti come segnale di un processo che s’è venuto via via allargando per cause sinora non politiche, ma che sulla situazione politica poggiano e trovano basi per evolversi. Non possiamo dire che si tratti di un processo irreversibile, però è chiaro che le cose non stanno più come stavano due o tre mesi fa e che il capo presenta segni indiscutibili di usura.
Vorremmo però passare a considerare non le vicende personali, che sono utili in accompagnamento, ma che non spiegano tutto e soprattutto non creano prospettiva, ma il quadro politico che alle vicende personali si accompagna e che non fa solamente da sfondo. In primo luogo il dato elettorale del Popolo della Libertà su cui occorre dire due cose: la prima, soprattutto per quanto riguarda la consultazione europea, che l’esito non è stato trionfale come certi sondaggi pilotati volevano accreditare, la seconda che la presa di potere in molte amministrazioni è il frutto dell’affermarsi di nuove leadership locali, oggi per necessità omologhe alla leadership nazionale, ma sulle quali non c’è alcuna certezza per il futuro. Al nord pesa e condiziona la crescita della Lega, che ormai non può più essere considerata un incidente di percorso ed è anzi un pericoloso spostamento di settori non marginali dell’opinione pubblica; in alcune zone del centro ma soprattutto al sud si ricompone il tessuto dei notabili, spesso disponibili, come ci dice l’esperienza, per qualsiasi politica.
Sull’azione di governo, ad un anno dalla sua costituzione, sarebbe opportuno aprire un capitolo a parte, ma per ora, in tutta concisione, occorre constatare che esso non è riuscito a dare un’impronta unitaria alla sua azione, agendo solo per iniziativa di singoli ministri, alcuni dei quali restano attenti magari più alla parte spettacolare che a quella dei contenuti, altri si trovano invischiati nella palude del non fare o del fare in maniera insufficiente. Gelmini e Brunetta sono da considerarsi tra i primi, ma tra i secondi occorre segnalare Sacconi, il quale spreca l’occasione della crisi allargando a pioggia gli ammortizzatori sociali, ma non riformandoli, con il che, come osserva anche Giavazzi, si protegge chi perde il lavoro, ma non si dà nessun incentivo a chi pensa, in termini positivi, di cercarne un altro: problema tutt’altro che individuale, ma fatto sociale. Altri esempi potrebbero essere citati, ma sarà sufficiente rifarsi all’azione del Presidente, che va per proclami, ma le gambe poi stentano a seguire.
Che cosa ci si può aspettare dall’opposizione? Premesso, ma solo in parte accettato, che in una dialettica politica una grossa parte dell’impegno debba essere diretta a far cadere il governo, ci si può limitare alla politica del “per ora” e pensare che possa bastare? Scontiamo che non esiste e non c’è all’orizzonte un’ipotesi di governo alternativo, però sarebbe augurabile per lo meno poter far riferimento a forze che comincino a discutere all’ interno, ma anche all’esterno, dei problemi più urgenti di prospettiva, che abbiano una certa idea sulle alleanze possibili e sui contenuti a cui le alleanze fanno supporto, che abbiano definito quali componenti siano disponibili per un nuovo e diverso modo di governare (senza scomodare l’alternativa) e quali rami invece debbano essere lasciati al loro destino. Oggi purtroppo ci rendiamo conto che nella dinamica degli schieramenti “che contano” c’è solo il contrario, con in più l’aggravante dell’insorgere, all’interno della stessa sinistra, di tendenze integraliste ed autoritarie come quelle che si affermano nel movimento dipietrista.
In un certo senso però la crisi del partito democratico aiuta. Al suo interno infatti non si sono ridisegnati equilibri diversi da quelli che ne costituivano l’origine e che passavano tra ex democristiani ed ex comunisti. Le due componenti pare che viaggino ormai affrancate da condizionamenti ideologici, ma in realtà hanno solo rinunciato a far prevalere l’ideologia a vantaggio di una indiscriminata gestione del potere nei momenti e negli spazi in cui il potere può essere gestito. Il superamento dei vecchi equilibri avrebbe presupposto una svolta di pensiero e di strategia che invece non c’è stata. Avrebbe avuto anche come conseguenza l’affermarsi di un nuovo partito egemone nella sinistra: egemonia, certo, d’infausta memoria, ma che avrebbe per lo meno ottenuto il risultato di una certa semplificazione del quadro politico e, a sinistra, la marginalizzazione delle voci fuori dal coro.
E’ un fatto invece che il partito democratico non è riuscito affatto a rimescolare le carte, non è riuscito ad imporre alcuna egemonia e rimane strutturato in tante piccole correnti di pensiero, non unificate da un leader di statura. Tutto questo autorizza in qualche modo le voci che sono rimaste fuori, in primo luogo ad esistere; ma nella prospettiva dovrebbe indirizzarle anche ad essere propositive per un nuovo assetto, per il quale non è importante che qualcuno lo possa ritenere più a destra o più a sinistra, però più adatto ad essere valido protagonista del cambiamento ed in grado di rispondere ai venti di crisi che si stanno affacciando sull’altro versante. Magari per ora è un po’ poco, però da qualche parte bisogna pur cominciare.
Silla Cellino

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