
Clamoroso, devastante, irrimediabile: la maggioranza di governo è crollata alla Camera come un edificio marcio che nessuno aveva il coraggio di dichiarare inagibile. L’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze, quello che Meloni aveva trasformato nell’ennesima prova muscolare dopo la batosta al referendum, è stato bocciato a scrutinio segreto con un risultato che non lascia spazio alle interpretazioni: 188 contrari, 187 favorevoli.
Una sconfitta politica netta, certificata, firmata dai franchi tiratori della sua stessa coalizione.
E qui sta il punto: non volevano le preferenze. Non le vogliono perché sanno perfettamente che, messi davanti al giudizio diretto degli elettori, una buona metà di loro non verrebbe mai rieletta.
La preferenza è la cartina tornasole del consenso reale, non quello gonfiato dalle liste bloccate.
E nel segreto dell’urna, almeno quaranta parlamentari di Lega e Forza Italia hanno scelto la sopravvivenza personale alla fedeltà politica. Hanno votato contro, hanno affossato la linea del governo, hanno dimostrato che la maggioranza non è più una maggioranza ma un condominio litigioso dove ognuno trama contro l’altro.
Meloni aveva chiesto il voto palese, parlando di “operazione verità”.
La verità è arrivata lo stesso, ma non quella che voleva: la sua stessa coalizione non la segue più, non la teme più, non la considera più il baricentro del potere. La considera un rischio. Un rischio per il seggio, per la carriera, per la rendita parlamentare.
Il centrodestra prova a minimizzare, a dire che non è un voto di fiducia, che non cambia nulla. Ma quando un governo parte con 80 voti di vantaggio e finisce sotto di uno, quando decine di deputati ti pugnalano nel buio dell’urna, quando la tua bandiera politica viene stracciata dai tuoi alleati, allora non sei più al comando: sei ostaggio delle paure, delle faide, delle ambizioni personali di chi non vuole rischiare il giudizio degli elettori.
Le opposizioni hanno colto l’occasione come un regalo inatteso: PD, M5S, AVS e +Europa chiedono le dimissioni della premier e parlano di “fine della maggioranza”, “arroganza punita”, “governo allo sbando”.
E non serve condividere la loro linea per riconoscere che il quadro è questo: un esecutivo che non controlla più il Parlamento, che non controlla più i suoi, che non controlla più la narrazione.
Un governo che non governa.
La giornata di oggi segna un punto politico preciso: l’inizio della fine. Non perché lo dicono le opposizioni, ma perché lo dicono i numeri, lo dice il voto, lo dice la dinamica interna di una coalizione che si è sbriciolata nel momento più delicato.
La legge elettorale resta un cantiere aperto, la maggioranza una palude, il governo un organismo che respira per inerzia.
È la giornata più buia di una legislatura già nerissima, un crepuscolo che non ha bisogno di interpretazioni.
Meloni può provare a negare, a minimizzare, a parlare di incidente di percorso, ma quando la tua stessa maggioranza ti smentisce, ti isola, ti mette in minoranza, allora non è un incidente: è una diagnosi. Una diagnosi di crisi politica conclamata.
E a questo punto la responsabilità è solo sua: assumersi il fallimento, riconoscere la frattura, spiegare agli italiani come intende governare un Paese quando non riesce nemmeno a governare la sua coalizione.
Angioletta Massimino

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