
Venerdì gli indici azionari statunitensi hanno chiuso a ridosso di un -2%, a causa dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente e dell’impennata dei costi energetici. La crisi si acuisce perché il mercato non crede più alle dichiarazioni di questa o quella parte, ma osserva i fatti, che in questo momento, ci raccontano una narrazione diversa, ovvero che quasi 10 mila soldati Usa si stanno dirigendo verso lo stretto di Hormuz. Tutti gli asset risk on sono in deciso calo, dall’azionario, ai bonds governativi, con l’oro in ripresa, insieme al dollaro, in ragione della loro qualità di asset rifugio. Il Dow Jones è crollato dell’1,7%, scendendo di oltre il 10% rispetto al suo massimo recente, mentre il Nasdaq ha esteso il calo all’1,9% e l’S&P 500 ha perso l’1,7%. Da un punto di vista dei movimenti di medio e lungo periodo, non possiamo dire che i prezzi siano scesi abbastanza, anzi, tecnicamente sembra di poter dire che siamo solo all’inizio di una possibile correzione di lungo termine sull’equity e, a meno di cambiamenti rilevanti che prevedono la fine della guerra e successivi accordi su una pace duratura, il mercato potrebbe accelerare al ribasso con obiettivi ben più significativi rispetto a quelli osservati sin d’ora. I titoli tecnologici di punta sono rimasti sotto forte pressione, con Nvidia in calo del 2,2%, Microsoft del 2,5% e Alphabet del 2,5%, mentre Meta ha registrato cali più marcati del 4% a causa del mutato sentiment di rischio. Anche i titoli finanziari e sensibili al credito hanno faticato, con JPMorgan in calo del 3% e Visa del 3,3%, mentre i giganti dell’energia come Exxon Mobil sono andati controcorrente guadagnando il 3,5%, con i future sul petrolio WTI che hanno superato i 99 dollari al barile. Sebbene il presidente Trump abbia prorogato al 6 aprile la scadenza per lo sciopero contro le infrastrutture iraniane, la chiusura dello Stretto di Hormuz continua ad alimentare i timori di stagflazione globale e a consolidare le aspettative di una quinta settimana consecutiva di perdite.
PETROLIO SENZA FRENI.
Venerdì i futures del petrolio greggio sono balzati di oltre il 5%, superando i 99 dollari al barile (Wti) e raggiungendo il livello più alto da luglio 2022, mentre le nuove interruzioni nello Stretto di Hormuz hanno di fatto annullato le speranze di accordi, sebbene Trump abbia esteso al 6 aprile la scadenza per gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. La tensione e l’incertezza rimangono elevati in seguito alle notizie secondo cui il Pentagono starebbe valutando il dispiegamento di ulteriori 10.000 soldati statunitensi. Le tensioni si sono ulteriormente acuite quando il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane ha annunciato una dura risposta a qualsiasi transito attraverso lo stretto, dopo aver respinto due navi cinesi. Sebbene precedenti notizie avessero segnalato un breve passaggio di dieci petroliere, l’effettiva chiusura dello stretto continua a soffocare un quinto dei flussi energetici globali e mantiene i prezzi del WTI in rialzo del 40% dall’inizio del conflitto. Gli investitori ora valutano l’impatto di un potenziale conflitto terrestre rispetto ai programmi assicurativi promessi a sostegno del trasporto marittimo futuro.
VALUTE, DOLLARO SUGLI SCUDI
Il fatto maggiormente degno di nota, sul mercato valutario, è la caduta dell’EurUsd, accompagnata al recupero dello stesso biglietto verde sullo Jpy, entrambi su punti chiave. Per lo Jpy poi, potremmo a breve osservare un intervento della Boj visto che UsdJpy ha superato quota 160.00, ove, nel recente passato la banca centrale giapponese si è fatta vedere più volte. L’EurUsd si trovato a ridosso di 1.1500 che se violato potrebbe portare i prezzi a 1.1390 – 00. UsdJPy invece ha violato 160.00 con i compratori che hanno provocato la Boj rompendo la quota psicologica. A questo punto vedremo se la banca centrale risponderà adeguatamente o meno.
DECENNALE USA AL 4.5% !
Il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 10 anni è salito fino al 4,48% venerdì, il livello più alto da luglio 2025, prima di ritracciare al 4,42%. Gli operatori di mercato rimangono preoccupati per l’impatto della guerra con l’Iran sia sull’inflazione che sulla crescita economica, poiché le prospettive di de-escalation restano incerte e i prezzi del petrolio continuano a salire. Il petrolio si sta avvicinando ai massimi del 2022, con i mercati che si preparano a un’eventuale prosecuzione del conflitto fino ad aprile, mentre gli attacchi continuano in tutto il Medio Oriente. Ciò avviene nonostante l’annuncio del presidente statunitense Trump di una tregua di 10 giorni sugli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, fino al 6 aprile, volta a concedere più tempo per i negoziati. Tuttavia, alcuni investitori temono che questa finestra temporale possa essere utilizzata dagli Stati Uniti per rafforzare la propria presenza militare nella regione. Nel frattempo, gli operatori di mercato hanno ridimensionato le aspettative di tagli dei tassi da parte della Fed quest’anno, sebbene la banca centrale preveda ancora un taglio di 25 punti base nel 2026.
Saverio Berlinzani

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