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Craxi e la modernizzazione del socialismo

di Gianfranco Sabattini | 17 Giugno 2013

Un libro di Andrea Spiri: La svolta socialista. Il Psi e la leadership di Craxi dal Midas a Palermo (1976-1981).

La svolta socialista. Il Psi e la leadership di Craxi dal Midas a PalermoIn nessun Paese, forse, come in Italia, i rapporti tra i principali partiti della sinistra sono stati improntati ad una lotta senza quartiere, perlopiù condotta dal PCI con metodi di chiara natura stalinista per la soppressione del PSI.
Quando Bettino Craxi, nel luglio del 1976, divenne segretario del PSI, nessuno del gruppo dirigente del PCI immaginava che ciò avrebbe segnato una nuova fase nella vita del socialismo italiano. Al Midas seguirono anni di ricupero del partito dalla ghettizzazione alla quale il PSI era stato relegato dopo l’esperienza frontista fallimentare di Nenni. Negli anni successivi alla sua ascesa alla segreteria, però, per sottrarre il partito agli esiti dell’abbraccio asfissiante tra PCI e DC, avvalendosi dell’elaborazione teorica degli intellettuali che si raccoglievano intorno a Mondoperaio, il nuovo segretario fece del confronto sulle idealità della sinistra il motivo di una nuova battaglia per approfondire e consolidare la visibilità e l’autonomia del partito.
Craxi fece dell’autonomia politica e culturale del PSI il punto di non ritorno dell’evoluzione della sinistra italiana in senso riformista. Sul terreno del riformismo il PCI incontrò però insormontabili difficoltà al proprio interno e sarebbe stato necessario attendere il 1989 perché il “crollo del muro” imponesse anche al partito di Togliatti, Longo e Berlinguer la convenienza opportunistica di una sua “svolta”. È questo in sintesi l’impatto che la breve parabola di Craxi ha avuto sull’evoluzione riformista dell’intera sinistra italiana; essa emerge chiaramente dal recente libro di Andrea Spiri “La svolta socialista. Il Psi e la leadership di Craxi dal Midas a Palermo (1976-1981)”; ma è bene ricordare il prezzo che Craxi è stato chiamato a pagare col concorso irresponsabile di quel partito che egli stesso aveva concorso a legittimare presso la famiglia dei partiti socialisti democratici europei.
Nel 1990 a Madrid erano riuniti i rappresentanti delle più diverse sinistre europee in occasione di una tavola rotonda sul socialismo del futuro. In quell’occasione, Occhetto, intervenuto in rappresentanza del PCI, ricevette da Claudio Martelli, anch’egli presente alla riunione di Madrid, l’impegno che il PSI non avrebbe posto alcun ostacolo all’ammissione del PCI all’Internazionale socialista. Quasi a titolo di riconoscenza, Occhetto colse l’occasione per esternare che l’ingresso del PCI nell’Internazionale avrebbe facilitato i rapporti a sinistra, soprattutto a livello nazionale; un’apertura di credito, quella del segretario del PCI, che avrebbe dovuto indurre a sperare che la svolta della Bolognina e l’ammissione all’Internazionale avrebbero sicuramente affievolito la concorrenza a sinistra e facilitato i rapporti tra i partiti socialisti italiani.
Nonostante i buoni propositi ed il “favore” ricevuto, Occhetto non seppe evitare, dopo l’inizio di “tangentopoli” nel 1992, che il segretario del Partito socialista italiano ne divenisse il capro espiatorio; nulla, lui e il suo nuovo partito, fecero per impedire che, dopo la negata autorizzazione a procedere della Camera dei deputati nei confronti di Craxi, fosse inscenata la gazzarra di Piazza Navona e che, all’Hotel Raphael, Craxi fosse il bersaglio del lancio di oggetti di ogni tipo e il destinatario di slogan che auspicavano per lui il carcere (Bettino, Bettino il carcere è vicino). La prosecuzione delle inchieste portò Craxi a collezionare svariati “avvisi di garanzia”, costringendolo nel 1993 a dimettersi da segretario del Partito per scegliere, dopo la condanna definitiva a diversi anni di carcere, l’esilio volontario ad Hammamet in Tunisia, dove rimase dal 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000. Con la caduta di Craxi, il Partito socialista è sostanzialmente scomparso e le sue veci sono state assunte, maldestramente, da quel partito, il PCI, che dopo essere stato accreditato dai socialisti italiani presso l’Internazionale socialista, si è impossessato, come ha avuto modo di affermare Ugo Intini, degli abiti del PSI, unitamente ai suoi documenti di identità, con cui ha potuto definitivamente legittimarsi per inserirsi nella storia del Paese sotto le mentite spoglie del PDS.
Non c’è dubbio che l’atteggiamento del PCI-PDS e dei suoi massimi dirigenti sia stato ambiguo e reticente di fronte alle difficoltà del leader socialista, il quale, peraltro, aveva avuto il coraggio, in piena “tangentopoli”, di pronunciare alla Camera un discorso severo contro il problema del finanziamento illegale dei partiti, riguardante non soltanto il PSI, ma l’intero sistema politico. Craxi, in realtà, abbandonato a sé stesso, pagò il coraggio col quale aveva connotato il socialismo italiano in termini di riformismo, che il PCI-PDS solo obtorto collo e opportunisticamente accettò come requisito essenziale della sua identità per riproporsi all’elettorato nazionale.
Ironia della storia, nel giorni scorsi, la SPD tedesca, considerata la madre di tutte le sinistre, in occasione della celebrazione dei 150 anni dalla sua costituzione ha riunito a Lipsia trenta “partiti fratelli”, tra i quali il PD, rappresentato da D’Alema e Bersani, per lanciare la proposta di rifondare l’Internazionale socialista attraverso la costituzione di un’“Alleanza dei progressisti”; ciò al fine di portare il riformismo socialista all’internazionalismo delle origini, in considerazione del fatto che negli ultimi decenni i socialisti democratici e riformisti hanno privilegiato la politica nazionale rispetto a quella internazionale. Viene spontaneo chiedersi se, per caso, i rappresentanti del PD, dopo aver versato tardivamente alcune lacrime di coccodrillo sulla fine del PSI e del suo leader, abbiano mai pensato che ai socialisti italiani, dopo aver loro negato ogni visibilità in occasione della recente alleanza elettorale, sarebbe stato opportuno riservargli, almeno nella “loro casa d’origine”, lo “strapuntino” che gli è stato negato, come ha di recente ricordato Mauro Del Bue, in occasione della costituzione del governo delle “larghe intese” nel loro Paese di residenza, quasi a sottolinearne il “peso” marginale. Sic transit gloria mundi.

Pubblicato in : Invito alla lettura

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