Cosa non hanno capito questi medici? Lo Stato deve consentire ad ognuno di esprimere la propria libertà di coscienza. I medici lo fanno quando decidono di non abortire un figlio loro. Non lo fanno quando entrano nelle scelte altrui, le quali, nel caso di un aborto, purtroppo non possono avvenire senza un aiuto esterno di tipo tecnico, attenzione, non morale.
I cosiddetti medici obiettori tra coscienza e conoscenza
(Avvertenza: il presente articolo riprende e amplia di molto – e spero migliori – un mio vecchio intervento uscito tempo fa su “L’Opinione”.)
I medici obiettori sembrano aver preso il servizio pubblico come un teatro dove mettere in scena l’attività della propria coscienza. Chi glielo spiega a questi signori che garantire un aborto non significa sostenerlo, e che lo Stato accetta solo che le donne esprimano la propria libertà di coscienza senza entrare nei suoi risultati? Così dovrebbe fare anche il medico che lo Stato rappresenta, il medico cioè dovrebbe sapere che un ospedale permette di abortire senza per questo incoraggiare una pratica simile, che però non deve neppure permettersi di scoraggiare, tenuto come è, ripeto, a lasciare ad ognuno libertà di scelta.
Un medico è un tecnico, non un confessore, e se si aspetta che gli altri facciano come lui si comporterebbe nella loro stessa situazione, ebbene, non ha capito che la libertà di scelta non significa appoggiare una decisione da parte dello Stato, bensì metterle tutte sullo stesso piano dal suo punto di vista, che evidentemente non è quello di chi tale scelta la fa.
Il medico che attua un aborto ha deciso non di appoggiarlo, bensì di permettere ad altri di prendere una decisione che, anche quando non sia da lui condivisa, deve rispettare in nome di un principio di libertà più alto. Il principio secondo il quale, cioè, possono coesistere diverse possibilità di scelta. Devono coesistere per rispetto della pace – e del patto – sociale e delle differenze individuali, il che significa culturali, religiose, caratteriale, intellettuali, eccetera. Differenze che conducono a diverse concezioni dell’embrione, nonché della capacità dell’uomo di stabilirne la natura nel futuro e, di conseguenza, della validità del cosiddetto, e famigerato, “principio di precauzione”.
Chi difende il principio di precauzione, infatti, lo fa non tanto perché creda che il futuro stia dalla sua parte, posizione che si potrebbe naturalmente capovolgere a beneficio degli avversari: o meglio sì, mi correggo, perché crede esattamente questo, che cioè il futuro stia dalla sua parte, e ciò perché ritiene che esso porterà una soluzione al dilemma circa la natura dell’embrione. Una simile certezza, senza la quale non esisterebbe alcun principio di precauzione, è sufficiente per difenderlo agli occhi degli antiabortisti e, di conseguenza, per spingerli addirittura a pretendere di vederlo applicato, col risultato di ottenere una prima vittoria, la quale sarà pure parziale ma priva di un limite temporale chiaro, che è esattamente ciò che i cosiddetti abortisti non possono accettare.
La mia posizione attuale è diversa, ed è quella per cui il futuro non ci può aiutare a risolvere la questione. Non ci può aiutare a farlo grazie ad una dimostrazione definitiva. Nulla è definitivo nella realtà umana. Non lo è neppure l’attività della scienza, la quale per definizione lavora per ipotesi, per modelli, e non in nome di una verità che suppone di non possedere. La ricerca scientifica punta allo sviluppo di teorie sempre in bilico, in attesa come sono di essere “superate” da altre che interpretano – e, nel caso, funzionano e addirittura “prevedono” – “meglio” (più fenomeni e con maggior precisione).
La scienza pensa di non avere la verità, e per questo continua a far ricerca: la religione ritiene il contrario, ed infatti sta ferma. Se un giorno la scienza dovesse pensare di essere giunta alla verità, ebbene, proprio allora dovrebbe chiedersi cosa sia diventata. Se la scienza pensi o no di poterla raggiungere, questa verità, è un discorso che, secondo me, non tocca i fondamenti della sua natura (legata alle ipotesi, ripeto), bensì “solo” quelli dello spirito dell’uomo che fa ricerca, e delle motivazioni da cui è guidato. E poi, che cosa è la verità? E’, questa, una domanda che tutti ci facciamo, ma a cui nessuno sa replicare… E come mai usiamo con disinvoltura parole che pongono interrogativi senza risposte? Qua infatti non è in discussione la questione dell’uso corretto o meno del linguaggio: è in discussione il significato stesso delle parole, e il loro utilizzo quando non sembrerebbero averne uno chiaro. Ahimè, forse occorre andare a riprendersi in mano i gloriosi manuali di filosofia del linguaggio, anche se dubito a priori che leggendoli si possa arrivare alla… verità. Ma testi del genere possono almeno aiutare a porre in maniera chiara i termini del problema, obiettivo a cui ognuno di noi aspira, compreso il sottoscritto mentre compone il presente articoletto.
Non escludo neppure che un giorno la scienza come la concepiamo venga soppiantata da un altro genere di ricerca e di conoscenza. Dubito però che a svilupparla sarà rimasto un essere umano la cui natura si potrà dire uguale a quella che oggi conosciamo – o pensiamo di conoscere -. Ma è un discorso, questo, che ci porterebbe lontano, immagino.
Tornerei quindi alla natura della scienza. Tornerei al solito Nietzsche, il quale diceva che interpretiamo molto meglio dei nostri avi, ma spieghiamo poco quanto loro. E al grande John von Neumann, un genio-marziano che definisco il Leibniz del Novecento per la molteplicità e profondità dei suoi interessi, il quale sosteneva più o meno lo stesso concetto quando scriveva che la scienza interpreta, non spiega.
Credere che il futuro possa portare a verità, compresa quella sulla natura dell’embrione, significa aspettarsi, da parte degli antiabortisti, che la parte avversa conceda loro un bel vantaggio, permettendo di combattere sul terreno congeniale ai propri oppositori: quello, cioè, in cui domina la credenza nell’esistenza di verità (definitive) – e coglibili dall’uomo, aggiungerei per completezza -. Ma non è questa la mia posizione, e neppure quella di molti “abortisti”, io credo.
I medici obiettori, per lo più cattolici in Italia, non vogliono capire un principio tanto banale? Benissimo: forse preferiscono che lo Stato, prima dell’assunzione, verifichi le loro remore morali, e decida che per ogni zona del territorio nazionale si prenda un totale di medici certamente non obiettori che, sotto pena di rescissione di contratto, si dicano disponibili a fare quanto la legge prescrive, ossia l’erogazione di un servizio garantito per legge. Questo significherebbe entrare nella privacy delle persone, certo, ma non è vero forse che un medico che si oppone all’aborto non fa altro che esporre le proprie posizioni personali più di quanto succederebbe tra le pagine di un contratto riservato?
E, del resto, il mio approccio è sin troppo moderato perché lo Stato, probabilmente, dovrebbe fare di più: lo Stato, prima dell’assunzione, dovrebbe forse verificare le remore morali dei medici che aspirano ad un posto di lavoro pubblico, ed escludere tutti coloro che in nome di convinzioni personali mettono a rischio l’applicazione di un principio laico e liberale nella comunità in cui vivono. Se vogliono difenderle possono farlo benissimo, ovviamente: ma dopo, non prima del cambiamento di una legge che devono contribuire a far approvare con una battaglia politica che, in effetti, trovo di pessimo gusto decidere di condurre tra le corsie di un ospedale. Una battaglia illiberale – lasciatemi aggiungere -, eppure legittima proprio dal punto di vista della cultura che intende ridimensionare – o addirittura abbattere -, e questo a causa di un meccanismo paradossale.
Vorrei precisare che chi scrive non è, come si dice spesso frettolosamente, favorevole all’aborto: è favorevole al diritto di usarlo da parte di chi è coinvolto (anche) col proprio corpo, per utilizzare un vecchio adagio della cultura liberale. Con un auspicio però: l’auspicio, cioè, che lo Stato introduca presto, e in maniera massiccia e puntuale, delle ore di educazione sessuale nelle scuole dell’obbligo. Educazione che non mi pare vada per la maggiore, e che io affiancherei invece all’insegnamento di quella civica – e politica -, utilissime in epoca di rigurgiti neofascisti.
E’ curioso notare, però, che molti di coloro che sono contrari all’aborto non sostengono l’educazione sessuale nelle scuole, e questo con un atteggiamento di incoerenza davvero insopportabile: un’incoerenza che fa dubitare a maggior ragione – al di là dell’ingenua credenza nell’esistenza di verità alla portata dell’uomo, come dicevo prima – della solidità delle loro posizioni da un punto di vista razionale.
Ma l’irrazionalità non è una buona moneta di scambio in questioni tanto delicate. E dispiace che gli antiabortisti senza “se” e senza “ma” non se ne siano accorti, o facciano finta.
Fabrizio Amadori

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