“Certo che mi riconosco nei valori cristiani
ma che c’entrano questi con l’andare con una prostituta?”
Poiché sono ormai mesi che si discute di lavori usuranti, vorremmo portare all’attenzione dei pii legislatori che ci governano – tra una girata con un trans, un tiro di cocaina, una scalata ad una banca ed i provini alle aspiranti soubrette sui divani del Palazzo – una categoria di lavoratori ad alto, anzi altissimo rischio, professionale: i maestri di vita morale.
Sono, costoro, un genere particolare di professionisti, convinti di appartenere ad un livello superiore della specie umana – riservato, manco a dirlo, a pochi pochissimi eletti – e convinti, altresì, che il senso della loro esistenza consista principalmente in una fermissima missione: impedire agli altri ciò che invece riservano con tanta generosità a se stessi. Gli esponenti di questa eletta compagnia, per una botta di fortuna che solo il nostro paese è in grado di vantare, siedono tutti in Parlamento e sono specializzati nella ripetizione ossessiva di un ritornello: siamo cattolici e quindi obbediamo ai dettami della Chiesa, alla sua dottrina sociale ed al suo codice etico. Quindi diciamo NO.
NO a coloro che credono di essere portatori del diritto di decidere della propria vita – e persino, orrore, della propria morte – e non hanno capito che sono solo servi della gleba in un paese dove il confine fra diritto e privilegio è sancito non dalla Costituzione ma dallo statuto parlamentare che stabilisce cosa è permesso ai deputati e cosa è vietato ai comuni cittadini.
NO a chi crede di potersi rivolgere al progresso scientifico per avere un figlio, ritenendo erroneamente la sterilità non una colpa da punire ma una malattia da curare.
NO a chi ritiene che decidere come e quando avere un figlio sia cosa che riguardi solo ed esclusivamente una coppia di adulti consapevoli e consenzienti e non i membri dell’intero Parlamento che stabiliscono, con una legge come la 40, di entrare persino nelle camere da letto degli italiani.
NO a chi non può sposarsi ma desidera comunque tutelare le persone che ama, compagni/e e relativi figli, se ce ne sono, quando sta al Parlamento decidere quale sia l’amore vero e quale no, chi possa essere riconosciuto e chi no.
I maestri di vita morale, professionisti del NO duro e puro pronunciato continuamente a spese della vita degli altri, corrono in realtà un altissimo rischio: quello dello sputtanamento. Essendosi dimenticati con troppa facilità la loro innegabile natura umana, pur nobilitata dalla dottrina di fede che apparentemente professano a gran voce, non tengono in considerazione il fatto che, in realtà, essi non hanno alcun titolo per ergersi a moralizzatori del popolo quando le loro vite vanno in tutt’altra direzione. A noi, che siamo liberali e quindi loro nemici dichiarati per via di quella presunta deriva laicista che propugniamo convinti di batterci, chissà perché, per la libertà di tutti, i loro multipli matrimoni non disturbano affatto: non sono forse costoro a scendere in piazza con lo slogan “Più famiglia”?! Così come non ci dispiace la loro prolificità, una fecondazione eterologa generosa e naturale che permette a più donne di diventare madri, in epoche e momenti diversi della vita, dei loro molti figli. Né ci rattristano le loro pluriennali convivenze more uxorio, ben sapendo che, a differenza di quelle riservate a noi comuni mortali, sono ben tutelate dai Pacs che a suo tempo, con grande senso della previdenza – compresa quella sociale – questi santocchi si sono autoconcessi per la loro serenità e quella dei loro più o meno occasionali compagni di vita.
In realtà, quello che disgusta fino al limite del sopportabile, è lo sprezzo arrogante di ogni comune regola di buon senso che vieterebbe, a chi fa uso ampiamente della propria libertà, di voler limitare rigidamente quella degli altri. Non scomodiamo neanche la parola principio perché, esattamente come la parola fede, meriterebbe ben altri contesti e, soprattutto, ben altri personaggi per essere quantomeno discussa. Ci limitiamo al semplice, comune buon senso: quello che dovrebbe suggerire a tutti i Mele del nostro Parlamento, e sono tanti, di non andare in piazza per il Family Day, di non schernire l’amore omosessuale, di non proclamare battaglie contro la droga, soprattutto di non sentirsi mai e per nessun motivo autorizzati ad ergersi a giudici delle scelte di vita altrui e padroni di decidere i confini delle loro libertà individuali. In un’intervista, che con facile gioco di parole definire “stupefacente” è poco, rilasciata a La Stampa, l’ineffabile Mele ha dichiarato: “E che i parlamentari dell’Udc non fanno l’amore? Certo che mi riconosco nei valori cristiani ma che c’entrano questi con l’andare con una prostituta? E’ una faccenda personale”…“Non gliene frega nulla al mio elettore se io vado con una donnina. A lui interessa che io risolva i problemi del territorio”…“No, questa storia non c’entra nulla con i valori della famiglia. Non posso non essere un buon padre, un buon marito solo perché dopo cinque, sei giorni fuori casa capita un’occasione…”.
Ecco, ci piacerebbe che alla prossima convocazione di piazza in nome di valori che Mele ha ben spiegato con le sue stesse parole, la risposta questa volta fosse diversa: tutti, senza distinzione di sesso o genere, senza discriminazione fra famiglie e coppie di fatto, fra chi ha figli e chi non ne ha, dovremmo riempire la piazza di fronte al Parlamento ed emettere in coro una enorme, rutilante, spettacolare, roboante pernacchia che facesse crollare le mura. Buttiamoli tutti fuori, e giù dallo “scalone”: è bene che i lavoratori usurati se ne tornino a casa, prima che riescano anche a farci pagare il ricongiungimento familiare per non essere costretti a cadere in tentazione. Più famiglia, no?!
Chiara Boriosi

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