Non ci chiedono nemmeno, a ben guardare, i soldi per fare chissà cosa se non quelle risorse necessarie per vivere, studiare, allenarsi, cercarsi, conoscersi, viversi. Non ci chiedono nemmeno facilitazioni o scorciatoie, non ci chiedono 18 politici e 6 garantiti.
Basta passare da un padiglione della fiera, quando ci sono i test di ammissione alle facoltà, o da un’aula dove si tiene una lezione o un esame, per capire dalle loro facce che cosa ci chiedono i giovani. Hanno le facce più espressive di quanto non riusciamo a interpretare. Non ci chiedono miracoli perché anche loro hanno capito che la storia è proprio diversa da quella che i loro predecessori vivevano negli anni Settanta o Novanta. E’ un altro mondo.
Non ci chiedono nemmeno, a ben guardare, i soldi per fare chissà cosa se non quelle risorse necessarie per vivere, studiare, allenarsi, cercarsi, conoscersi, viversi. Non ci chiedono nemmeno facilitazioni o scorciatoie, non ci chiedono 18 politici e 6 garantiti. Ci chiedono quello che i sociologi chiamano un “futuro sostenibile”. Lo ammetto: potrebbe essere un luogo comune, uno stereotipo che da una vita combatto, ma nella sintesi non ci sono tante altre parole. E’ un insieme di condizioni, quel futuro sostenibile, che da anni non riusciamo non solo a garantire loro, ma nemmeno riusciamo a pensarlo. Ed è peggio.
Bisognerebbe pensare alle loro facce, a come rosicchiano la penna o la matita mentre rispondono alle domandine di logica o di biologia, di diritto o di economia, quando scopriamo di essere inadempienti su tutela dell’ambiente, sorveglianza climatica, costruzione di una nuova previdenza, strategia per una nuova formazione, trasporti, tecnologie. Anzi le risposte più comode sono alla lunga quelle più sbagliate: tablet e birra, smart e aperitivi come se i bisogni, povero Maslow, si esaurissero tra fisicità e app, tra gola e ingegno tecnologico.
Ancora vent’anni fa un mio illustre collega bolognese, Pier Damiano Ori, romanziere e poeta, ma prima ancora acuto osservatore di fenomeni sociali, mi colpì con una riflessione verità sui costumi e sulle abitudini della “studenteria” bolognese. Se teatri e mostre non sono alla loro portata è ovvio –diceva e scriveva- che la gran massa si butta su una birra o un accampamento in piazza Verdi. Il “cosa ci chiedono i giovani” dovrebbe essere il sottotitolo di ogni progetto o provvedimento che un qualsiasi ente che si occupa di cosa pubblica dovrebbe avere come codice permanente.
A cominciare dall’ascolto. Ma noi li ascoltiamo davvero i nostri giovani o ne sentiamo solo un lontano indistinto rumore? Per poi passare alla decodificazione dei messaggi, delle aspirazioni, delle delusioni, delle sconfitte, delle poche vittorie. Guardate che hanno tutte e tutti voglia di capire, approfondire, interpretare, non solo quelli che noi consideriamo “studenti” che studiano perché vanno in aula o in biblioteca ma anche quelli che cercano un senso nella foresta della rete. Noi in questi anni, decenni, ci siamo fermati a dare delle scatole, anche costose, anche tecnologiche, ma non riusciamo a dare un verso, un senso, una traiettoria. Li riempiamo di applicazioni.
Ci stupiamo perché ogni mese cresce l’esercito di chi non studia e non lavora, senza pensare che non è solo un problema di economia o di ripresa. E’ un problema (altro stereotipo, ma è così) di cultura. Quando una ragazza di 19 anni in coda per i test mi risponde: eh provo medicina poi semmai faccio infermieristica o semmai economia, ti lancia una sfida che non è solo di indirizzo di studio ma è di senso-smarrito. Tradotto: io ce la metto tutta, ma voi vecchietti del mondo dateci le condizioni minime, visto che quelle ottimali ve le siete giocate.

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