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Corte Suprema: la debole difesa di Alito

I giudici della Corte Suprema di solito non pubblicano articoli sui giornali, preferendo mantenere il silenzio, o in rari casi commentare con comunicati emanati dalla Corte Suprema. Il fatto che ambedue giudici di orientamento conservatore si siano sentiti obbligati a spiegare le loro ragioni ci convince a credere che il lavoro prezioso di ProPublica li avrà influenzati.

di Domenico Maceri | 29 Giugno 2023
Judge Samuel Alito. Collection of the Supreme Court of the United States
(Photographer: Steve Petteway, Public domain, via Wikimedia Commons)

“Il giudice Alito voleva che la sua difesa fosse ricevuta in una comunicazione completa invece di venire a galla in modo frammentario”. Così la direzione del Wall Street Journal (WSJ) ha spiegato la pubblicazione dell’articolo di opinione di Samuel Alito, mediante il quale il giudice della Corte Suprema ha tentato di chiarire una possibile infrazione etica. Alito aveva ricevuto una richiesta da giornalisti di ProPublica di chiarire una vacanza lussuosa valutata a più di 100 mila dollari ricevuta dall’ultra ricco imprenditore Paul Singer nel 2008. Invece di rispondere a ProPublica Alito ha deciso di spiegare le sue ragioni poche ore prima che il sito internet pubblicasse le sue informazioni.

I giudici della Corte Suprema di solito non pubblicano articoli sui giornali, preferendo mantenere il silenzio, o in rari casi commentare con comunicati emanati dalla Corte Suprema. Ecco cosa ha fatto poco tempo fa il giudice Clarence Thomas il quale è stato anche lui oggetto di inchieste dal giornale ProPublica per avere anche lui ottenuto regali dall’imprenditore Harlan Crow. Nessuno dei due giudici ha dichiarato questi regali nel modulo annuale richiesto per identificare le fonti del loro reddito, considerandoli non necessari. In linea generale gli analisti sostengono invece che lo avrebbero dovuto fare.

Il fatto che ambedue giudici di orientamento conservatore si siano sentiti obbligati a spiegare le loro ragioni ci convince a credere che il lavoro prezioso di ProPublica li avrà influenzati. Alito appare più offeso del collega Thomas ed ha ovviamente scelto un giornale che si addice alla sua visione ideologica conservatrice per difendersi. Alito sostiene nel suo articolo, pubblicato un giorno prima di quello di ProPublica, che le informazioni sono fuorvianti. Il giudice italo-americano si difende ma con poca efficacia. Asserisce di conoscere a malapena Singer continuando a dire che se non avesse accettato l’offerta del posto nell’aereo personale che lo portò in Alaska sarebbe rimasto vuoto. Spiegazione tutt’altro che convincente poiché non menziona perché gli sarebbe stato offerto il posto se lui non fosse giudice della Corte Suprema. Alito non spiega nemmeno il resort in Alaska dove le camere costano 1000 dollari a notte e lui ricevette alloggio gratis.

Alito continua ad asserire che non era a conoscenza dei casi pendenti che Singer aveva alla Corte Suprema. Uno di questi, iniziato nel 2004, consisteva della contesa con l’Argentina da cui Singer aveva comprato un’ingente parte del debito pubblico, pagando una cifra irrisoria poiché il Paese sudamericano versava in pessime condizioni finanziarie. Dopo la decisione del caso, durato una decina di anni, la Corte Suprema diede ragione a Singer il quale intascò 2,4 miliardi di dollari. Alito votò con la maggioranza a favore di Singer ma adesso si giustifica che nessuna persona ragionevole potrebbe accusarlo di quid pro quo. Probabilmente no poiché avrebbe certamente votato a favore di Singer considerando il suo orientamento conservatore nella Corte Suprema. Ma quando i giudici accettano regali da miliardari e non li dichiarano creano un’immagine molto negativa sulla Corte Suprema. Ciò spiega almeno in parte la visione degli americani dell’organo giudiziario più importante. Solo il 39 percento approva l’operato della Corte Suprema, secondo un sondaggio della NPR/PBS NewsHour/Marist, un calo di 18 punti dal 2018. La visione più negativa (57 percento) emerge dagli americani di orientamento democratico, delusi dalla decisione della Corte Suprema di revocare il diritto all’aborto.

In un’intervista al WSJ del mese di aprile di quest’anno Alito ha dichiarato che la bassa opinione della Corte Suprema si deve agli attacchi “giornalieri” e al fatto che “nessuno li difende”. La colpa dunque è degli altri. Il problema però è che i giudici della Corte Suprema non possono essere giudicati da nessuno. Mancano regole che sfortunatamente potrebbero essere imposte dal Congresso il quale però non vuole toccare la questione. In mancanza di azione politica rimarrebbe l’alternativa dei giudici di comportarsi in maniera da non causare sospetti sulla loro obiettività mediante regole interne che il presidente della Corte Suprema John Roberts non è interessato né capace di mettere in atto. L’unico spiraglio di luce rimane nella stampa, anch’essa poco interessata eccetto per il lavoro prezioso di ProPublica e altri rari media che ci informano sull’operato dei giudici.

Come abbiamo scritto in queste pagine in precedenza Donald Trump è riuscito a nominare 3 giudici alla Corte Suprema durante i quattro anni del suo mandato. Quindi 6 dei 9 giudici pendono a destra. Con ciò non si vuole suggerire che la Corte Suprema rifletta completamente l’ideologia e le necessità del presidente che li ha nominati. L’esempio più chiaro è ovviamente il rifiuto della Corte Suprema di ribaltare l’elezione del 2020 come aveva richiesto Trump. Ma anche due casi recenti ci dimostrano una certa indipendenza. All’inizio di questo mese i nove giudici hanno bocciato un tentativo dell’Alabama che avrebbe imposto severi limiti sul diritto al voto degli afro-americani (voto 6 a 3). In un altro recentissimo caso, anche con un voto di 6 a 3, la Corte Suprema ha bocciato una legge approvata dal North Carolina che conferiva alle legislature statali il potere assoluto di stabilire le metodologie per le elezioni e di avere la decisione finale sugli esiti elettorali, oltrepassando il potere giudiziario. In effetti, la Corte Suprema ha saggiamente tolto il potere alle legislature statali di ribaltare risultati elettorali espressi democraticamente dai cittadini.

Domenico Maceri

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, debito pubblico, dichiarato, elezioni, giornali, intervista, lavoro, orientamento, risultati elettorali, wall street

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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