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COP30: divisi sul clima

Molte speranze e poche attese: si apre in Brasile la COP30, ma i maggiori inquinatori disertano il vertice e l’urgenza della crisi climatica si scontra con l’inerzia della politica. Che la COP “della verità”, come l’ha definita il presidente brasiliano Inácio Lula da Silva, si tenga alle porte dell’Amazzonia è insieme un segnale e un monito. Il simbolo del polmone verde del pianeta fa da cornice a una conferenza delle parti che arriva in un momento cruciale, ma non necessariamente propizio. La scorsa settimana il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha definito il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali una “linea rossa”. Il mancato raggiungimento di tale obiettivo entro la fine del secolo, ha avvertito, costituirebbe un “fallimento morale e una negligenza mortale”.

di Alessia De Luca | 11 Novembre 2025
Brazil’s President Luiz Inacio Lula da Silva speaks during the opening of the Belem Climate Summit plenary session, as part of the United Nations Climate Change Conference (COP30), in Belem, Brazil, November 6, 2025.

Che la COP “della verità”, come l’ha definita il presidente brasiliano Inácio Lula da Silva, si tenga alle porte dell’Amazzonia è insieme un segnale e un monito. Il simbolo del polmone verde del pianeta fa da cornice a una conferenza delle parti che arriva in un momento cruciale, ma non necessariamente propizio. La scorsa settimana il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha definito il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali una “linea rossa”. Il mancato raggiungimento di tale obiettivo entro la fine del secolo, ha avvertito, costituirebbe un “fallimento morale e una negligenza mortale”. A dieci anni esatti dall’Accordo di Parigi, però, le premesse non sono incoraggianti. Le emissioni nocive continuano a crescere, e il traguardo di limitare l’aumento della temperatura entro i due gradi appare ormai fuori portata. C’è scetticismo anche sulla possibilità di nuovi accordi vincolanti, sia per ridurre i gas serra sia per far avanzare la cosiddetta “finanza climatica” – il sostegno ai Paesi più poveri che già oggi pagano il prezzo del cambiamento climatico. Il vertice si apre, inoltre, in un contesto geopolitico instabile: gran parte del mondo è distratta dai conflitti e gli Stati Uniti di Donald Trump frenano gli sforzi di cooperazione internazionale. La missione della COP resta semplice nella teoria, ma ambiziosa nella pratica: il mondo sa cosa deve fare e le tecnologie ci sono – le energie rinnovabili sono oggi più economiche dei combustibili fossili. Ma la volontà politica, quella che dovrebbe imprimere un “cambiamento di paradigma”, sembra ancora mancare.

I maggiori inquinatori sono assenti?

Nell’idea di Lula, quella che si apre oggi dovrebbe essere “la COP della verità”, con meno parole e più impegni concreti. Ma sul vertice pesa l’assenza di molti leader: saranno infatti meno di sessanta i capi di Stato e di governo presenti, in netto calo rispetto al 2024, quando furono settantacinque. A mancare soprattutto sono i massimi rappresentanti di Stati Uniti, India e Cina – i tre Paesi responsabili di quasi il 50% delle emissioni globali. La Casa Bianca ha confermato che gli Stati Uniti non invieranno alcun rappresentante di alto livello: il presidente Trump, che considera il cambiamento climatico una “bufala”, ha ritirato il Paese dall’Accordo di Parigi il giorno stesso del suo insediamento. Non ci saranno neanche Narendra Modi, Vladimir Putin e Xi Jinping, i cui paesi comunque invieranno delle delegazioni. Oggi la Cina è di gran lunga il primo emettitore mondiale, con quasi 12 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno – più del doppio di Stati Uniti e Unione Europea messi insieme. Seguono l’India, che ha già superato la Ue e potrebbe raggiungere gli Usa entro un decennio. In questo scenario, le assenze non sono soltanto simboliche: senza la collaborazione dei grandi inquinatori, e in qualche caso con il loro aperto contrasto, i risultati stessi della Conferenza delle Parti rischiano di svuotarsi di senso e di efficacia.

L’Europa paga il conto?

Anche la marcia indietro dell’Unione Europea sul fronte ambientale rischia di pesare sugli equilibri della COP30. I 27 hanno confermato sulla carta l’obiettivo di ridurre le emissioni del 90% entro il 2040 rispetto al 1990, ma introducendo margini di flessibilità e meccanismi di compensazione extraeuropei. Intanto la corsa al riarmo assorbe ingenti risorse, sottraendole alle politiche per la transizione verde. La presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha ribadito che la COP30 “deve produrre risultati tangibili per i Paesi più vulnerabili” agli impatti climatici, ma l’Europa – che contribuisce per ‘appena’ il 6% alle emissioni globali – teme di dover sostenere quasi da sola il peso del finanziamento climatico verso il Sud globale. Nel 2024, l’Unione e gli Stati membri hanno mobilitato 42,7 miliardi di euro in fondi pubblici e privati, ma la richiesta globale è ormai salita a 1,3 trilioni di dollari l’anno. Questo squilibrio rende evidente quanto la lotta climatica resti diseguale, tanto sul piano politico quanto su quello finanziario. In teoria, l’UE è la candidata ovvia a colmare il vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti, ma mentre il blocco appare sempre più incerto sulla transizione verde, i suoi governi, come osserva Politico “stanno indebolendo le politiche verdi e litigando sulle tempistiche della decarbonizzazione”.

La “trappola” dei biocarburanti?

“L’epoca dei bei discorsi e delle buone intenzioni è finita”, ha dichiarato Lula, inaugurando i lavori del vertice. “Questa sarà la COP delle azioni”, ribattezzata “COP della verità”, perché “se falliamo nel trasformare le parole in fatti, la società perderà fiducia – non solo nelle COP, ma anche nel multilateralismo e nella politica internazionale”. Tra le azioni più discusse c’è la promozione dei biocarburanti come alternativa ai combustibili fossili, ancora oggi responsabili del 70% delle emissioni globali. Biomasse e scarti agricoli vengono presentati come la nuova frontiera “verde”, soprattutto da Paesi come il Brasile, che ne sono grandi produttori. Ma molti scienziati e ambientalisti mettono in guardia: quella dei biofuels rischia di rivelarsi una “trappola verde”. Secondo la ONG Transport and Environment, la produzione di biocarburanti, dalla coltivazione alla combustione, genera in media il 16% di CO2 in più rispetto ai combustibili fossili. Inoltre favorisce le monocolture, riduce la biodiversità, sottrae terreni all’agricoltura alimentare e consuma enormi quantità d’acqua — in un mondo già alle prese con la crisi idrica: “La cura – avvisano gli esperti – rischia di rivelarsi peggiore del danno”.

Il commento

di Matteo Villa, ISPI Senior Research Fellow

“La ‘COP della verità’ potrebbe rivelarne una scomoda: il mondo non ha voglia di compiere ulteriori sforzi per accelerare la transizione energetica. Al passo indietro di Trump si somma il mezzo passo indietro della UE sugli obiettivi al 2040, mentre la Cina raccoglie indisturbata lo scettro di unica superpotenza industriale delle tecnologie verdi. Eppure esiste anche una realtà meno amara: oggi la transizione costa molto meno di ieri. E così, anno dopo anno, anche senza il sostegno della politica le installazioni di rinnovabili macinano nuovi record”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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