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Contro la crisi compriamo italiano

di Paolo Grassi | 26 Febbraio 2012

Lettera aperta al Presidente del Consiglio dei ministri

Credo si debba far capire alle aziende che il relativo risparmio ottenuto comperando in Paesi a basso costo semilavorati che si possono produrre qui, anche se un po’ più cari, viene poi pagato in maggiori oneri sociali e in maggiori imposte. 

Egregio Presidente, i mass media continuano a parlarci delle liberalizzazioni che il suo Governo sta preparando. Si parla di taxi, farmacie, notai ecc. Tutto utile ma, francamente, da non economista, dubito che questi provvedimenti abbiano la forza necessaria per rilanciare l’economia del nostro Paese.
Per lavoro, giornalmente ho contatti con diverse aziende manifatturiere e per questo ho l’occasione di discutere dei problemi quotidiani delle aziende. Mi permetto quindi di segnalarle cosa pensano tanti artigiani, ma anche dirigenti.
È notorio che In Italia ci sono poche grandi aziende mentre moltissime sono quelle piccole. Abbiamo sempre ritenuto questa una forza perché una piccola azienda offre una flessibilità che consente di rispondere rapidamente alle variazioni del mercato. Quali i limiti: impossibilità di spendere in ricerca perché troppo onerosa per una piccola azienda; capacità d’investimento limitata soprattutto in presenza di una crisi economica e finanziaria; difficoltà ad ottenere adeguati finanziamenti dalle banche; sudditanza nei confronti dei clienti che, nel nostro Paese, costringono ad accettare termini di pagamento eccessivamente lunghi: 100-150 giorni sono ritenuti normali; normative fiscali che penalizzano le aziende che investono; tassazione fortemente più favorevole ai profitti provenienti dalla finanza anziché a quelli prodotti da lavoro; normativa sul lavoro complessa, rigida e confusa, tale da creare possibili pesanti contenziosi, che iper-tutela gli occupati, ma ignora e penalizza tutti gli altri, ecc. ecc.. Tutte cose che lei conosce, ma vorrei rimarcare una questione: i termini di pagamento. Non mi riferisco soltanto agli enti pubblici che, come saprà pagano malissimo e pagano moltissimo ciò che acquistano; penso invece ai pagamenti fra aziende private. Poco sopra le ho segnalato che i pagamenti avvengono dopo 100-150 giorni e, quando i clienti sono grandi aziende, non si possono nemmeno portare le RIBA in banca perché i pagamenti li faranno solo con bonifico bancario. Il risultato sistematico è il non rispetto delle scadenze! Il fornitore, nell’attesa di ricevere il pagamento, avrà pagato per almeno 3 mesi, gli stipendi, i contributi previdenziali, l’IVA, che il cliente ha invece dedotto dal suo versamento di competenza, l’energia elettrica, il riscaldamento e quant’altro. Non basta, si sarà esposto finanziariamente per importi importanti tanto che se il cliente non paga più stante l’esposizione accumulata, l’azienda va in crisi.
Mi fermo qui ma le chiedo: come può un’azienda investire in nuove macchinari e attrezzature quando lo sforzo finanziario principale è finalizzato al finanziamento dei clienti? Quanti soldi deve avere un giovane per poter aprire una nuova impresa ?
Lei saprà certamente che grandi manager che trovano il consenso degli azionisti di controllo quando, con operazioni di bilancio, trovano il modo di distribuire lauti dividendi, magari straordinari, e per farlo indebitano fino al collo l’azienda e, di prepotenza, si fanno finanziare dai fornitori allungando i termini di pagamento. Credo allora sia opportuno vietare la distribuzione di dividendi quando l’indebitamento supera un certo livello e si dovrebbe, per legge, obbligare a pagare i fornitori a 30 giorni prevedendo una sanzione per chi non rispetta i termini di pagamento. Si propone continuamente il modello tedesco, lì i pagamenti si fanno normalmente a 30 giorni. È anche per questo motivo che le aziende possono crescere potendo disporre dei loro soldi e non devono andare ad elemosinare nelle banche soldi per finanziare altri! Ci pensi signor Presidente!
So di dilungarmi, ma l’occasione é ghiotta e voglio esporle un pensiero forse controcorrente:
sappiamo che da anni, l’interesse del “consumatore” é stato messo al centro di ogni cosa. Poiché ogni azione ne influenza altre e può creare squilibri inaspettati, ci siamo accorti che l’inseguire solo l’obiettivo del minor prezzo, ha spinto le aziende che hanno potuto farlo, ad andare a produrre in Paesi dove, oltre ad altri vantaggi, il basso costo della mano d’opera consente di produrre a costi tali che gli consentono di vendere ai prezzi richiesti più dalla grande distribuzione che dai consumatori. Spesso, delocalizzare l’impresa é soltanto una necessità, un modo per sopravvivere. Sono cose risapute ma spesso vengono presentate in modo tale da far apparire l’imprenditore come un capitalista sfruttatore che va all’estero soltanto per guadagnare di più. Come viene affrontato il problema? Ignorandolo!
Per concludere, nel suo messaggio di fine anno ha invitato gli italiani ad acquistare italiano, (come fanno normalmente i tedeschi). Non basta! Credo si debba far capire alle aziende che il relativo risparmio ottenuto comperando in Paesi a basso costo semilavorati che si possono produrre qui, anche se un po’ più cari, viene poi pagato in maggiori oneri sociali e in maggiori imposte che si pagano in più per poter pagare le indennità di disoccupazione a quei lavoratori che hanno perso il lavoro. Sì, le imprese tedesche lo fanno. Credo che la produttività della Germania sia più alta di quella italiana soprattutto perché i tedeschi riescono a vendere a prezzi più alti di quelli italiani. Non credo che lavorino di più degli operai italiani. I tedeschi sono disposti a pagare di più, anche gli italiani pagano più cari i prodotti tedeschi, ma li comprano. Signor Presidente, io non sono un economista e non so cosa si deve fare. Forse Lei sì e per questo spero in provvedimenti che non si limitino a prendere il taxi. Ossequi.

Pubblicato in : Primo piano

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