Negare l’Olocausto è come affermare che nessuna bomba nucleare è stata lanciata sul Giappone nel 1945 o che Hitler non è mai esistito. E’ un falso storico. Con in più l’aggravante di offendere la memoria di quanti vi sono morti e la sensibilità di quanti ne sono scampati e non solo. Su quanto precede – mi sembra – non c’è molto da aggiungere e penso che tutti (tranne che il Presidente dell’Iran, qualche storico che mette il proprio mestiere al servizio di un’ideologia e alcuni individui ancora sedotti dall’antisemitismo e/o dal nazismo) siamo d’accordo.
Alcuni giorni fa, a seguito della diffusione mediatica delle parole di un oscuro professore dell’Università di Teramo, è stata lanciata la proposta di approvare una legge che introduca nel nostro ordinamento il reato di negazionismo. L’idea è di Riccardo Pacifici, Presidente della comunità ebraica di Roma, ed è stata prontamente accolta dai politici di tutti gli schieramenti.
Ecco: voglio spiegarvi perché questa idea non mi trova d’accordo.
Bisogna partire dalla premessa che la legislazione di uno Stato dovrebbe essere improntata ad una tendenziale snellezza e sobrietà. E’ anche vero che l’accresciuta quantità e importanza delle funzioni dello Stato moderno, per come si è evoluto nel XX secolo, hanno reso difficile il raggiungimento di questa condizione. La produzione di leggi ha seguito inevitabilmente questo imponente processo di ingigantimento, che probabilmente ha ingenerato anche la convinzione che con la legge si possa risolvere quasi qualunque problema. Ma è un assunto indimostrato. Di più: spesso è vero – o potrebbe essere vero – l’esatto contrario.
E’ il caso della introduzione del reato di negazionismo: che non cancellerebbe il fenomeno e probabilmente non servirebbe neppure ad arginarlo – ammesso che abbia un qualche seguito significativo. Peggio, potrebbe – dico potrebbe – conferigli maggiore appeal, come spesso accade a ciò che è vietato, proibito; che sa di trasgressivo. Gli effetti della norma incriminatrice potrebbero essere una inedita ‘invisibilità’ del fenomeno a livello sociale (non ci si potrebbe più esprimere pubblicamente o apertamente) unita ad uno strisciante rafforzamento del medesimo.
Io preferisco che i ‘negazionisti’ si esprimano alla luce del sole. Che assumano fino in fondo la responsabilità di quello che affermano o negano. Che affrontino la reazione di chi li ascolta. Che sprofondino nel ridicolo in cui si infilano. Che si rendano conto della marginalità culturale, sociale, psicologica cui essi stessi si condannano. Ha ragione Sergio Luzzatto, che sulle pagine del Sole 24 Ore ha scritto che il negazionismo va “affrontato con anticorpi culturali e sociali, non attraverso la repressione giudiziaria”. Sono la memoria e/o la comprensione storica, la vigilanza e lo spirito civico di ciascuno di noi a potere e – se del caso – dovere quotidianamente porre un chiaro argine a teorie folli (nel senso anche etimologico, rammentando con il Devoto-Oli che il latino ‘follis’ stava per ‘pallone’ ma avrebbe assunto il significato di ‘testa vuota’). Lasciare la difesa di certi territori alla legge è un po’ come deresponsabilizzare i singoli – ovvero tutti noi – lasciando allo Stato un compito di tipo repressivo. Di dubbia efficacia, come ho spiegato.
Sono convinto che più di una legge possano, per esempio, programmi televisivi come “La storia siamo noi” dell’eccellente Giovanni Minoli, con cui si raccontino e si spieghino – ad uso soprattutto delle nuove generazioni – anche le pagine più vergognose della storia del Novecento. Pure la scuola e la famiglia hanno compiti di non secondaria importanza nella lettura e metabolizzazione dei fenomeni storici. Senza questi passaggi fondamentali i giovani possono diventare preda delle più disparate suggestioni.
I politici – che sono adusi al conformismo e preoccupati soprattutto del consenso – non hanno nulla da opporre ad una legge, perché consente loro di prendere i classici due piccioni: una bella figura e… l’archiviazione del problema. Sono avvezzi a blandire quella società che invece possiamo e vogliamo far crescere: perché se non lo abbiamo capito la società siamo noi, con tutti gli oneri e tutte le responsabilità del caso.
Paolo Marini

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