Si è discusso e si discute molto sulle cifre della Finanziaria di Prodi. I dati oggettivamente sono preoccupanti. Ma ancora più preoccupante è la cultura politica che la manovra economica sottintende, una cultura impregnata di vetero marxismo e populismo come non si vedeva da anni. Due esempi su tutti: la tassa sui Suv, il cui gettito sarà risibile, e l’impianto dell’Irpef con i nuovi scaglioni, le nuove aliquote e le relative deduzioni e detrazioni. Questo secondo aspetto è quello più emblematico perché poi è da questo che è scaturita la penosa querelle sulla “ricchezza” che a detta del nostro Governo, Padoa Schioppa purtroppo compreso, scatterebbe dalla soglia di 40mila euro lordi all’anno. Merita prestare attenzione alla rimodulazione degli scaglioni e delle aliquote. Se si fa il conto senza tenere conto delle deduzioni e delle detrazioni si vede subito che le tasse aumentano per la quasi totalità dei cittadini. Il discorso cambia, fino ai 40mila lordi, con le deduzioni e le detrazioni. Insomma è come se lo Stato dicesse: le tasse le dovete pagare poi siamo noi nella nostra magnanimità che vi permettiamo di detrarre qualcosa in modo tale che fino alla soglia indicata abbiate un risparmio. Lasciamo stare poi se il risparmio nella maggior parte dei casi non raggiunge i 10 euro al mese (viene da ridere a pensare cosa avrebbe detto il centro sinistra se un simile risparmio per le fasce meno fortunate lo avesse predisposto il governo di centro destra). Insomma siamo in presenza di una benevola concessione. La base dell’organizzazione sociale non è il cittadino ma lo stato. Secondo punto: la ricchezza. Avere affermato che la soglia della ricchezza sono i 40mila lordi è la buccia di banana su cui sta scivolando questo governo. Bisogna essere fuori del mondo per fare una affermazione simile. I primi scricchiolii si stanno già avvertendo. La mazzata però sta arrivando dalla rivolta dei sindaci rossi. Ci hanno pensato qualche giorno poi, a fronte dell’evidenza, hanno dovuto parlare e fare sentire la loro voce. Altro che tagli di Berlusconi. Con la Finanziaria a regime delle due l’una: o a livello locale vengono chiusi i servizi, tutti, o si aumenta in modo tale la tassazione locale da dare ragione a quello che aveva detto subito Tremonti: siamo in presenza di due finanziarie, quella del governo e quella che dovranno fare gli enti locali. Da qui la rivolta. Il governo dovrà venire incontro alle richieste dei Comuni ma facendo questo dovrà in pratica riscrivere tutta la manovra. Sarà la morte politica di Prodi che, a meno di un miracolo, leverà le tende prima della fine dell’anno. Anzi possiamo contare i giorni, come a militare: 86 all’alba.
Contiamo i giorni: 86 all’alba. Entro la fine dell’anno il Governo se ne dovrà andare. L’impronta vetero marxista della finanziaria e la rivolta dei sindaci ci libereranno del “professore”
I sindaci rossi in rivolta. I Comuni attaccano il Governo e lo obbligano a riscrivere la manovra. Prodi e Padoa Schioppa fanno ridere tutta l’Italia con il loro moralismo contro i “ricchi” da 40mila euro lordi all’anno.

CAPITALISMO ALL’ITALIANA
(articolo tratto dalla rubrica “7 giorni di cattivi pensieri” pubblicata sul sito web http://www.diario21.net)
Io non sono pregiudizialmente contrario alla proposta di una conduzione ‘bipartisan’ della nostra politica economica. E comprendo bene le perplessità che hanno accompagnato la presentazione della ‘bozza’ di legge Finanziaria preparata dal Ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. La riduzione di spesa prevista dalla manovra del governo potrebbe costringere gli enti locali a ricorrere a nuove forme di tassazione cosiddetta ‘indiretta’. Mentre alcuni aspetti ‘dirigisti’ che hanno portato l’esecutivo a ridisegnare il sistema delle fasce di reddito dei ceti produttivi italiani, ha delineato una tendenza a non ‘disturbare’ più di tanto un certo ‘corporativismo’ sindacale che, per indole naturale, è portato a proteggere quelle classi sociali che subiscono il prelievo fiscale direttamente alla fonte (senza contare la spinosa questione degli accantonamenti per i trattamenti di fine rapporto, il cosiddetto Tfr, che ha lasciato la nostra classe imprenditoriale assai perplessa). Tuttavia, come diceva Thomas Griffiths, “un giornalista deve saper dare momentanea stabilità ad equilibri precari, al disordine un ordine implicito”. Dunque, ritengo a questo punto indispensabile fornire una bella ‘fotografia’ del sistema capitalistico italiano, al fine di riuscire a far comprendere la vera ‘direzione econometrica’ della Finanziaria 2007. Sin dal decennio ’60 – ’70, le casate più illustri del nostro capitalismo hanno dimostrato di difettare di intraprendenza. Qui non si intende accusare qualche imprenditore in particolare, bensì segnalare una determinata inadeguatezza del nostro sistema economico rispetto al dinamismo generalmente imposto dagli eventi. Una cronica scarsità di capitali e una storica ritrosia all’autofinanziamento ed al reinvestimento dei profitti, hanno spesso indotto i nostri manager a reagire all’atrofia del mercato azionario attraverso l’indebitamento e la conseguente emissione di obbligazioni, costringendo le banche ad assorbire le obbligazioni stesse e il Tesoro e la Banca d’Italia a sottoscrivere il deficit delle aziende. La gravità di questo saccheggio discende direttamente da un complesso intreccio storico tra affari e politica che ha generato una decennale tendenza alle sollecitazioni e ai baratti, ai nepotismi e alle regalie, le quali hanno a loro volta alimentato un’economia sostanzialmente sovvenzionata in barba alla tanto decantata ‘libera iniziativa’ sventolata ai ‘quattro venti’. L’Italia, dal punto di vista capitalistico, ha visto solamente la fossilizzazione di una ‘razza padrona’ che ha provveduto a confiscare il potere politico ed economico utilizzando il denaro dello Stato per finalità che non sempre con lo Stato avevano a che vedere. L’unico grande personaggio che ebbe il coraggio di denunciare i guasti inferti alla nostra economia da parte di una determinata ‘borghesia’ fu Enrico Cuccia, la cui mancanza, in questi anni, si sta facendo particolarmente sentire. In ogni caso, Cuccia era un banchiere che ragionava come tale. Dunque, non sempre riusciva ad affondare il ‘coltello’ tra i guasti più profondi del sistema economico, danni provocati da una leva di ‘capitalisti all’italiana’ che ha storicamente trasformato intere schiere di esponenti politici in autentici ‘fantocci merovingi’, ‘feudalizzando’ lo Stato al fine di assoggettarlo ad una infinita serie di conflitti tra dovere e interessi. Non esistendo più, oggi, luoghi riconoscibili di potere legittimo, come si può stabilire se sia più opportuno, per lo Stato italiano, stanziare fondi per sostenere le spese di amministrazione del sistema giudiziario o per conservare il posto di lavoro degli operai della Fiat o degli impiegati dell’Alitalia? La sinistra italiana, in questo particolare settore, ha commesso un errore storico di valutazione gravissimo: la cosiddetta ‘questione morale’ non avrebbe dovuto riguardare un particolare quoziente di disonestà e di corruzione del nostro ceto politico, ma l’inesausta proliferazione di un’economia ‘mista’ – senza riscontri negli altri Paesi dell’occidente capitalistico – che ha finito col sopprimere ogni auspicabile distinzione tra etica pubblica e utile privato. Eppure, l’Italia è anche il Paese di una solidissima ‘piccola industria’, di imprese ‘residuali’ che approvvigionano un mercato ‘atomizzato’, di aziende ‘anticicliche’ che assoldano mano d’opera nelle fasi di bassa congiuntura, di industrie ‘interstiziali’ che soddisfano una domanda fortemente specializzata. Insomma, il nostro sistema economico ha un’altra grande ‘spina dorsale’: quella dell’imprenditoria ‘periferica’, che non è affatto marginale rispetto ai tradizionali circuiti di scambio. Le manifatture con meno di 250 addetti sono compattamente distribuite nel centro – nordest della nostra penisola ed hanno avuto una forte propagazione per via imitativa, generando un’area del mobile nel veronese, della produzione di scarpe nel varesotto, delle cucine componibili nelle Marche e cosi via. E’ la cosiddetta ‘terza Italia’ quella che deve trovare la strada per espandersi e rilanciare il nostro ‘Made in Italy’ sui mercati internazionali, poiché presenta forti fattori di integrazione socio – culturale che riducono la conflittualità riproducendo una forza – lavoro saldamente affidabile nei confronti di un sistema intrinsecamente ‘altro’ rispetto ai tradizionali rapporti di produzione capitalistica. Insomma, i capitalisti ‘veri’, che rischiano i propri soldi, in questo Paese esistono, ci sono. Ed essi andrebbero tutelati, incentivati, aiutati, poiché lo meritano. Da questo punto di vista, non ha tutti i torti chi vede nella manovra predisposta dal governo un qualcosa che non pone molto in evidenza le esigenze di rilancio economico del tessuto produttivo ‘medio’ italiano. Tuttavia, non è certo la protesta dei grandi imprenditori, dei Berlusconi o dei giovani ‘rampolli’ di ‘casa Agnelli’, che può convincermi intorno ai difetti di una Finanziaria che si vorrebbe predisposta contro il ‘ceto medio’. Ciò non mi convince e non mi risulta. La Finanziaria ‘prende tempo’, questo sì. Ma, in verità, punta proprio a creare le basi di una futuribile ‘nuova alleanza’ tra le classi medie e quelle basse, cercando altresì di resistere a quelle pressioni che contrappongono le esigenze di controllo della spesa pubblica al sostegno da garantire a quei grandi ‘carrozzoni’ che, nel corso dei decenni, hanno assecondato, in linea di fatto, un sistema finanziario di aiuti statali salvo disdegnare in pubblico ogni genere di teoria tesa a razionalizzare un sistema di servizi pubblici dignitosamente efficienti. In ciò, lo stesso ceto medio dovrebbe essere assai più attento, al fine di non lasciarsi incantare dalle ‘sirene’ della demagogia imprenditoriale più dirigista ed ipocrita. Il ceto medio deve invece cominciare a guardarsi proprio dai grandi capitalisti, anziché dubitare delle intenzioni dello Stato, il quale, per indole naturale, è indotto a fare il proprio interesse al fine di predisporre una seria regolamentazione della spesa ed un plausibile riassestamento del proprio bilancio. Gli slogan populisti e le proteste in piazza dei ‘ricchi’ appaiono considerazioni risibili, che rendono soddisfazione proprio a quell’intellettualità politicizzata che pretende l’avvento di un socialismo burocratico alle cui enunciazioni di principio non seguono quasi mai puntuali elaborazioni programmatiche. Compito della classe media italiana è invece quello di comporre un nuovo ‘mosaico’, un novello atlante delle affinità e delle differenze, provando a smantellare quelle incrostazioni clientelari che creano solamente un’economia di relazioni a vantaggio di pochi, che ha già causato una serie di crack finanziari che hanno fortemente danneggiato la nostra immagine sui mercati internazionali, che hanno reso il nostro capitalismo un coacervo di interessi oligarchici e parassitari, chiusi ad ogni genere di espansione e di nuova cittadinanza economica in favore di imprenditorialità e di soggetti produttivi moderni, innovativi e realmente competitivi.
El Presidiente che è nella foto mangi con calma il suo gelato visto che rischia di non mangiar il panettone a Natale.