Nella illuminata, progressista e democratica Firenze, mentre i compagni del Pd si scannano fra loro consumando gli ultimi tentativi a loro disposizione per la salvaguardia di uno strapotere esercitato per anni tra gli applausi delle folle, supine ad ogni prevaricazione pur di garantirsi un posticino al sole – dell’avvenire, sia chiaro – accade questo. Durante le proteste degli studenti contro la riforma Gelmini, in un noto liceo classico della città due animose ragazzine di sedici anni hanno aperto le porte della scuola ad una pletora di sedicenti studenti rivoltosi e li hanno guidati all’interno, riuscendo contemporaneamente nella mirabile impresa di chiudere a chiave una serie di porte al loro passaggio, imprigionando così studenti e professori che, ignari di quanto stava accadendo, stavano regolarmente svolgendo le lezioni in corso. In questi giorni, dopo attenta ricostruzione dei fatti, il consiglio di istituto del liceo ha deliberato di punire le due ragazze con una sospensione da scuola di una settimana, ma non aveva evidentemente fatto i conti con le madri delle due eroine in erba che si sono ribellate al provvedimento disciplinare ed hanno annunciato un ricorso a vie legali con la seguente motivazione: il provvedimento di espulsione è indice di una volontà fortemente repressiva, volta a censurare il diritto alla libertà di espressione. Proprio così, qui non si è voluto capire che fare entrare estranei in una scuola e chiudere a chiave studenti ed insegnanti in aula è una forma alta e soprattutto insindacabile di libertà di espressione, diritto assai caro alle giovani generazioni che lo esercitano con entusiasmo pari alla loro ignoranza sublime sull’argomento. Ed è dunque più che giusto che genitori che si dichiarano “attenti alla capacità educativa e socializzante della scuola”, intervengano duramente in difesa dei diritti lesi dei loro pargoli. Che ci vogliamo fare? Questa vicenda è il realistico quadro di insieme di una situazione che ormai da decenni si è affermata nel nostro paese e che permette di capire con molta chiarezza come il completo sfascio della nostra scuola non sia solo responsabilità di riforme scellerate – Berlinguer e Moratti su tutte – e di un corpo insegnanti quasi mai all’altezza del proprio ruolo, ma prima di tutto e sopra a tutto di genitori che hanno fatto del politichese un lessico familiare, allevando i propri figli a colpi di banalità deresponsabilizzanti. Perché la colpa, si sa, sta sempre da un’altra parte.
Chi scrive ha frequentato il liceo teatro di questa vicenda in anni diversi, per nulla politicamente corretti ma tanto più formativi. Per intenderci, allora si poteva essere bocciati con il sette in condotta – e succedeva davvero – si poteva essere bocciati, al classico, in matematica, si iniziava in quarta ginnasio in 27 e si arrivava alla maturità in 17, senza che alcun genitore perdesse il sonno per questo o ricorresse al Tar per far valere i diritti del proprio figlio. C’era questa curiosa idea – del tutto stravagante, si capisce – che oltre al latino, al greco ed a tutte le altre materie, noi ragazzi dovessimo acquisire, in base alle esperienze quotidiane, un senso di responsabilità individuale rispetto alle nostre azioni. Nel leggere il resoconto della vicenda delle due ragazzine, è riaffiorato, tra tanti, un ricordo preciso: la sottoscritta aveva 9 in italiano scritto, dunque non se la cavava male, ma fu spedita a scuola con la febbre a 40 – via, non esageriamo, per la precisione 39.6 – a fare il tema in classe dalla propria madre, per nulla incline a ritenere un febbrone una buona scusa per mancare ad un compito importante. E sono del tutto certa, anche se non ho la controprova – il tema andò bene e presi il solito 9 – che se avessi preso un brutto voto il mio incerto stato di salute non avrebbe affatto costituito un alibi sufficiente agli occhi dei miei genitori. Eppure non era il ventennio fascista, era l’anno 1982 – e c’è ancora chi chiama gli anni Ottanta gli anni del disimpegno. Ma de che?! A ripensarci oggi, questo ricordo suscita tenerezza e gratitudine: mia madre non c’è più, ma quel tema con la febbre alta resta una lezione di vita, una delle tante preziose lezioni che mi ha lasciato. Per questo, compatisco con tutto il cuore le due ragazzine di cui sopra: non per la loro leggerezza, chè a sedici anni tutti siamo stati naturalmente inclini alle scemenze, ma per le loro madri. Da quelle non c’è possibilità di salvezza.
ChiBo

Non ci sono parole! Quella era la scuola seria e di qualità! I genitori di oggi? Molti, non dico tutti, portano i figli al “pascolo” e li vogliono sempre “grassi!” anche quando non c’è l’erba, . . . . perché non l’hanno seminata!
Non ci sono parole! Quella era la scuola seria e di qualità! I genitori di oggi? Molti, non dico tutti, portano i figli al “pascolo” e li vogliono sempre “grassi!” anche quando non c’è l’erba, . . . . perché non l’hanno seminata!
questo articolo me l’ero perso, vale sempre la pena rivisitare gli scritti di ChiBo. L’ho inoltrato agli amici del gruppo di Firenze, sensibili al tema.
Ho vissuto le stesse esperienze, vent’anni prima. Ma concordo anche sugli anni 80. Sono stati gli ultimi a farci ancora sperare, o sognare.
Vale
Non serve che ti dica che sono totalmente d’accordo con te, vero?
Ciao
Caro Giampaolo, non sono reazionaria, semplicemente per mia fortuna ho avuto una buona educazione liberale che dunque prevedeva anche il senso della responsabilità…
Che forza!
Non ti facevo così………..”reazionaria”!
Ciao, complimenti al coraggio.