
Immaginiamo per un istante che a essere arrestato fosse Netanyahu. Non un’ipotesi fantasiosa: su di lui pende una richiesta della Corte Penale Internazionale dell’Aia, legata a un bilancio di decine di migliaia di morti palestinesi, metà dei quali bambini. Che cosa accadrebbe? Probabilmente nulla. O meglio: accadrebbe l’opposto. Indignazione selettiva, sdegno a intermittenza e immediata archiviazione del principio di giustizia universale. Il problema non è Maduro. Il problema è il precedente. Perché se si accetta l’idea che un capo di Stato possa essere catturato come un narcotrafficante qualunque, fuori da qualsiasi mandato internazionale condiviso, allora il diritto internazionale diventa un’opinione. O peggio: uno strumento a geometria variabile utile solo quando coincide con gli interessi del più forte. Seguendo questa logica dovremmo organizzare una caccia globale ai satrapi del pianeta, prelevarli ovunque si trovino e processarli in qualche tribunale improvvisato. Il dettaglio è che molti di questi governano Paesi membri dell’ONU, siedono a tavoli diplomatici, stringono mani rispettabili e firmano trattati. Non vendono droga, certo, ma reprimono dissenso, incarcerano oppositori e governano a colpi di macete. Tuttavia fino a quando restano “amici” nessuno li disturba. Il barbaro più onesto resta allora il tycoon che senza ipocrisie ha spiegato che il vero obiettivo era il petrolio venezuelano. Altro che lotta al narcotraffico. Se fosse davvero una questione di droga basterebbe attraversare il Rio Grande e intervenire in Messico, con costi infinitamente più bassi e senza muovere flotte oceaniche. Ma lì il petrolio non c’è, e quindi si guarda altrove. Ogni potenza ha bisogno di una scusa morale per colpire il più debole: esportare la democrazia, difendere i diritti umani, salvare il mondo da un pericolo imminente. È la versione geopolitica del bullo che ti ruba la merendina sostenendo che lo hai guardato male. Funziona sempre, soprattutto quando nessuno osa contraddirlo. Del resto non è una novità. Saddam è stato impiccato per armi di distruzione di massa che non esistevano. L’Afghanistan è stato “liberato”, occupato, ricostruito a parole e poi riconsegnato ai talebani quando l’esperimento ha smesso di essere redditizio. Nel frattempo è cresciuta un’intera generazione convinta che il cambiamento fosse reale, mentre chi decideva sapeva bene, in perfetto stile gattopardesco, che tutto sarebbe rimasto com’era. La vita, come la politica internazionale resta un gioco crudele per i deboli. E oggi con l’arresto improprio di Maduro non si è colpito soltanto un leader controverso: si è certificata la morte del diritto internazionale. Da ora in poi la caccia al “cattivo” è ufficialmente aperta. Il problema è che il cattivo, quasi sempre, è solo quello senza abbastanza potere per difendersi.
Angelo Santoro

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