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COMPETITIVITA’ E SVILUPPO. ITALIA IN DIFFICOLTA’ PER LE POLITICHE DEL PASSATO. LE AMMISSIONI DEL PRESIDENTE MONTEZEMOLO

Rigidità del mercato del lavoro e protezionismo sociale. Sono queste le cause della perdita di competitività dell’Italia. Le organizzazioni internazionali spingono per la liberalizzazione del sistema

di Redazione Pensalibero.it | 6 Marzo 2005

Bontà sua. Incontrando a Bruxelles gli europarlamentari italiani il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha gettato la maschera. La perdita di competitività dell’Italia –ha detto – non è colpa del governo in carica. Poi, forse colpito dal suo stesso coraggio, ha aggiunto che non è colpa nemmeno dei sindacati. La responsabilità sarebbe di una insufficiente propensione agli investimenti e all’innovazione degli imprenditori. Ancora una volta una parte della verità, un tentativo di non dispiacere a nessuno salvando capra e cavoli. In realtà non si esce dalla crisi dell’industria italiana se non si comprendono fino in fondo le cause dell’impasse attuale. Queste sono da ricercare in un clima politico e culturale che si è venuto consolidando in Italia dopo il boom degli anni ’60 e che è possibile ascrivere alle culture politiche allora prevalenti, democristiana e comunista, sostanzialmente avverse ad una concezione aperta e liberale della società. E’ un clima che vige anch’oggi e che solo da poco, in pratica con l’azione di questo Esecutivo, si tenta di smantellare. Quindi l’esatto contrario di quello che cerca di dimostrare la campagna che viene portata avanti da molti mass media, oltre che naturalmente, dal centro sinistra. Vediamo le idee forza che ci hanno portato alla situazione attuale. E’ stato dagli anni ’70 che si sono progressivamente affermati alcuni principi: su tutti l’aumento della rigidità del mercato del lavoro e del protezionismo sociale con il conseguente incremento dei costi e quindi del livello delle tasse. Accanto a questo, il mancato adeguamento infrastrutturale del Paese. Ad aggravare la situazione un sistema scolastico burocratizzato e l’ipersindacalizzazione della vita di tutto il Paese. Le conseguenze non si fecero attendere. La grande industria, che nella competizione globale risente del funzionamento del sistema-paese, entrò in crisi. Resse ancora un po’ a livello nazionale, grazie ad aiuti ed incentivi, come dimostra il caso Fiat. Ma sul piano internazionale furono dolori. Non una delle nostre cosiddette grandi aziende riuscì ad affermarsi fuori dei confini. Lì il mercato era mercato, non c’erano i sostegni e la concorrenza era reale. Si salvarono solo le piccole e piccolissime aziende, più duttili, meno sindacalizzate, più adatte ad adeguarsi alle esigenze della società. La cosa funzionò sul piano interno. Anche sui mercati esteri la loro maggiore flessibilità portò i suoi frutti. Poi arrivò la globalizzazione con una competizione sempre più esasperata fra stati e realtà economiche. Serviva la grande industria per reggere l’urto. Ma in Italia non c’era. E le PMI cominciarono ad entrare in crisi. E’ questo il contesto del nostro Paese. In Toscana la situazione è anche più esasperata. I parametri sono lì a dimostrarlo. I prossimi anni lo renderanno ancora più evidente. Tutto il tessuto produttivo regionale sarà investito dallo tsunami della liberalizzazione che ad inizio anno ha interessato il settore del tessile e delle pelletterie, assi portati della struttura produttiva regionale.
Per invertire la tendenza il Governo ha avviato le riforme della scuola, del mercato del lavoro,delle pensioni. Tentativi giusti ma ancora parziali che però hanno trovato e continuano a trovare la resistenza della sinistra, dei sindacati, delle lobby di vario genere abituate da sempre a rendite di posizione non più ammissibili. I giornali ne parlano poco, e la cosa non meraviglia, ma le grandi organizzazioni internazionali indicano per l’Italia la strada che il Governo ha già imboccato. Così tempo fa la Commissione europea, sulla strada degli obiettivi della conferenza di Lisbona così più recentemente l’OCSE ha messo a fuoco un programma che va molto al di là delle misure già messe in cantiere. Ne riportiamo alcuni punti salienti: 1) riduzione della presenza dello stato nell’economia 2) introduzione della concorrenza nell’ambito dei servizi pubblici 3) riduzione delle imposte e dei contributi sociali sul lavoro 4) miglioramento del tasso di scolarità legando ai risultati la carriera degli insegnati 5) riforma delle regole societarie 6) introduzione di salari diversi fra Nord e Sud del paese ad iniziare dal settore pubblico.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bruxelles, centro sinistra, commissione, commissione europea, confindustria, costi, crisi, giornali, globalizzazione, governo, italia, lavoro, Luca Cordero di Montezemolo, mass media, mercati, mercato, mercato del lavoro, misure, organizzazioni, pensioni, riforme, scuola, sindacati, sviluppo

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