Abbacinati dalle vicende talvolta tragicomiche del pdl, l’opa di Vendola sulla leadership della sinistra non conquista le prime pagine, ma qualche reazione fra gli addetti e gli interessati la suscita. E se fantasia ed immaginazione devono essere buone qualità del politico moderno, il leader pugliese sta ai primi posti della classifica. Qualcuno lo paragona all’outsider Obama, e lui non ci pensa per niente a respingere il confronto, anzi se ne lusinga. Qualcun altro più prosaicamente gli accredita, mutatis mutandis ed anche direttrici politiche, un tentativo di riproporre, sul piano nazionale, l’esperienza fiorentina di Renzi. Il raffronto si regge però solo sul metodo dello spariglio. Tutto il resto, direzione e condizioni politiche, non è rapportabile: il sindaco di Firenze andava alla conquista di uno schieramento che comunque maggioritario lo era già, il governatore della Puglia si propone invece di acquisire la leadership dell’attuale minoranza, con scarse speranze però di ribaltare i rapporti di forza in Italia e quindi, in pratica, col solo obiettivo di secondo livello di cambiare l’opposizione. Anche in questo caso sarebbe un’opera comunque meritoria, ma poi chi li sopporterebbe altri cinque anni di Berlusconi o di chi per lui?
Ecco quindi un limite la cui risoluzione Vendola ancora non ci svela: la questione infatti non è se possa vincere, né le primarie, né tanto meno le prossime elezioni politiche, ma quali siano le forze da mettere in campo e la loro destinazione futura. Ed anche qui un problema sarà se queste forze rappresenteranno solo una protesta, quasi un grillismo interno, oppure saranno coagulate verso la preparazione di un’ipotesi politica [un nuovo sbocco politico] che, per dirla con una frase che più fatta non si può, sappia innovare rispetto al passato. Però per innovare non basta innovare le forme, ma si attende di conoscere le proposte, gli schieramenti, le alleanze, oltre che le fonti di ispirazione, in una parola la politica. La strategia delle “fabbriche vendoliane” rivela un’esigenza di partecipazione e la ricerca di nuovi protagonisti, ma il rischio rimane, come qualcuno ha detto, che vengano messi in soffitta i vecchi riferimenti, senza ripensarli, per nutrirsi di nuove suggestioni e che le suggestioni restino a questo livello.
Perciò, contrariamente alle intenzioni conclamate, il movimento rischia di restare d’élite, se non si propone, oltre che di mettere in crisi lo sconclusionato assetto interno della sinistra, di affermare un altro assetto, che può benissimo usare la fantasia, ma per ridare un corpo, un’anima, delle aspirazioni ad un soggetto politico nuovo ed antico allo stesso tempo. Nuovo perché può avvalersi delle forme emergenti di partecipazione e comunicazione, antico naturalmente non sto a dir perché. E considerando il vuoto che c’è, un tentativo, anche velleitario, ma deciso, ha buone possibilità di innescare una reazione a catena e proporre alcune condizioni minimali per rilanciare nella sinistra, con buona pace dei dirigenti del pd o del centro sinistra, un’ipotesi socialista di movimento più agguerrita, che guardi dentro ed anche fuori dal pd stesso.
Tra i protagonisti di questa ipotesi dovrebbero esserci anche coloro che continuano a chiamarsi socialisti, ma nella loro grande maggioranza sono rimasti ancora a quasi vent’anni fa e restano a piangere su quelle disavventure o magari a farsi eleggere in qualche listone. Facciamo qualcosa?
Silla Cellino

Bravo,ben scritto. Ma di fronte a certi personaggi delle due parti incomincio a convincermi che noi abbiamo avuto dei giganti della politica (Rumor,Piccoli,Gava,Tanassi,Longo etc.etc).Sara’ in grado Bocchino dj toccare quelle vette? E Franceshini? Poveri noi e poveri loro!