I Neet: la putrefazione dell’unità nazionale
La notizia è che non fa notizia. La “disfatta” si consuma quotidianamente sotto gli occhi di ciascuno, ma se ne parla poco; e meno ancora se ne ragiona. Un quarto dei cittadini tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non cerca alcun impiego. Campa. Nella panna montata dell’uso improprio della lingua italiana, quando (di rado) se ne scrive, se ne parla come di “ragazzi”, mentre si tratta di uomini e di donne, persone spesso precocemente “mature”, capaci di tutto tranne che di assumere la “banale” responsabilità di esistere. Il silenzio su questa catastrofe, rotto di quando in quando da inchieste e da saggi dolenti, come il denso libro di Alessandro Rosina, docente all’Università Cattolica di Milano (“NEET. Giovani che non studiano e non lavorano, ed. Vita e Pensiero), ha una motivazione imbarazzante. All’attuale stadio di decomposizione della società non si è arrivati d’un botto, ma scendendo la china un anno dopo l’altro, governo dopo governo, tutti: inizialmente lenta, poi più accentuata, infine precipitosa, come accade alle frane da tempo annunciate, auscultate, vezzeggiate (quanta bolsa retorica sull’arretramento dei ghiacciai, quasi fosse un accadimento eccezionale, mentre esso si è ripetuto nei millenni, esattamente come la loro avanzata). Il punto è che l’“occidentale” contemporaneo, armato di scienza e tecnologia, di capacità previsionale e dei conseguenti rimedi, sa, se lo vuole, come fronteggiare inquinamento e mutamenti climatici, ma non affronta in termini coraggiosi la missione antica e nuova: congegnare istruzione e educazione, trasmettere il testimone dall’una all’altra generazione, “da pare ‘n fieul”, come dicono gli alpini, riecheggiando la saggezza millenaria delle genti che ne hanno viste di tutti i colori, senza lasciarsi scoraggiare né isolarsi nell’autocontemplazione ombelicale.
Ora siamo al dunque: o una svolta vera o la disfatta diverrà irrimediabile e la “generazione perduta” dei Neet contaminerà l’altra parte della società. Al confronto con questa sfida, la chiassosa disputa su rifugiati politici e migranti economici (realtà del tutto diverse e facilmente discernibili) si rivela per quello che è: retorica e distrazione di massa. Lo dicono i numeri. I Neet in Italia sono ormai quasi 2.200.000: una faglia tellurica che apre un vuoto nel corpo del Paese, anche perché nel Mezzogiorno i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano impiego schizzano dalla media nazionale del 23,4% (quasi un quarto del totale) al 35-36% in Calabria e Campania e al 38,6% in Sicilia. Tutta colpa di Cavour? Di Garibaldi? Dell’unificazione nazionale? A soffocare un confronto serio su questa angosciante priorità hanno concorso decenni di chiacchiere neoborboniche, di fatue nostalgie dei governi pre-unitari, tutti (tranne il Regno sabaudo) succubi diretti o indiretti di potenze straniere.
“Porro unum necessarium” è la restaurazione della Pubblica istruzione, minata alla radice mezzo secolo addietro, alla metà degli Anni Settanta, dai famigerati Decreti delegati che introdussero i consigli di istituto e di classe, misero in riga i docenti, passarono la mano a genitori e studenti e, a responsabilità immutate (anche per edifici non a norma e servizi servizi mai forniti da amministrazioni locali che spendono in sagre e pagliacciate quanto negano alle scuole), imbalsamarono presidi e collegi docenti e svuotarono la funzione pedagogica della Scuola. Gonfie le gote del vacuo titolo di “dirigenti”, gli eredi dei presidi d’antan oggi comandano navi senza conoscerne il pescaggio, la rotta, gli ufficiali, i marinai…Vagano in acque tempestose e concorrono a spingere il Paese contro gli scogli di un fallimento epocale.
In sintesi i Neet danno oggi lo spettacolo di un’Italia che ha perduto una lunga e dolorosissima guerra e non sa come risalire la china, recuperare la vera pace interna: l’unione tra i cittadini e fra le diverse generazioni. Il silenzio dei Neet (e sui Neet) è persino più grave dei gutturali incitamenti alla secessione in voga decenni addietro. È diserzione quotidiana nei confronti della coesistenza civile: l’opposto di quel plebiscito che giorno dopo giorno cementò lo Stato. Ed è appena ovvio che il gregge divenga preda di tutti i lupi che combattono le istituzioni, valendosi dell’organizzazione capillare della criminalità che dispensa “a pioggia” un obolo ai nullafacenti, più della carità dei tempi andati e di certe farraginose leggi dei nostri tempi.
Risorgere?
Perciò non è vano vedere come un secolo fa venne affrontato il dopoguerra. Vale la pena ricordare le parole di Giovanni Giolitti, massimo statista dell’Italia unita.
“Per il risorgimento economico dell’Italia, per metterla in condizione di sostenere la concorrenza dei popoli più progrediti, una riforma soprattutto si impone: la completa trasformazione dell’istruzione pubblica, che è quella fra tutte le nostre istituzioni che procede con maggior disordine e con minor efficacia, mentre non vi è pubblico servizio il cui disordine abbia effetti così deleteri dal punto di vista del valore di un popolo, poiché un popolo tanto vale quanto sa”.
Lo disse a Dronero lo Statista ormai quasi ottantenne il 12 ottobre 1919, esattamente un secolo addietro, per indicare la via della riscossa dell’Italia dalle rovine materiali e finanziarie della partecipazione alla Grande Guerra. I “social” dell’epoca erano i giornali e il “passaparola” tra le persone pensose, consapevoli di avere sulle spalle le sorti del Paese in un’Europa in fiamme ma con gli occhi bendati dai nefasti Trattati di pace che attizzarono nuovi conflitti. Quattro volte presidente del Consiglio dei ministri fra il 1892 e il 1914, “cugino del Re” dal 20 settembre 1904, considerato all’estero il politico italiano più avveduto e affidabile, Giolitti parlò dinnanzi a 650 commensali e a una folla di inviati speciali di quotidiani e agenzie di stampa. In linea con la severità imposta dai tempi, il menù fu sobrio: minestrina in brodo, arrosto con contorno, formaggio, dolce e un litro di vino da pasto a persona e uno di barbaresco ogni quattro. Altri 847 notabili non trovarono posto al banchetto, si dispersero nelle trattorie della zona, firmarono l’apposito registro delle adesioni o lasciarono il biglietto da visita (come trecento parlamentari il famoso 10 maggio 1915 alla portineria di via Cavour a Roma) e accorsero ad ascoltarlo, “orgogliosi di essere rappresentati da una serena e forte tempra di carattere subalpino”. Lo Statista parlò per un’ora e mezzo filata. Aveva tra le mani cartoncini con appunti scheletrici manoscritti con grafia già un po’ tremolante, a volte sottolineati con due o tre barre, sui quali di quando in quando gettava gli occhi grifagni. Come di consueto parlò in piedi, svettante sugli astanti.
Giolitti aveva chiarissimo il caotico paesaggio postbellico europeo: dalla rivoluzione bolscevica in Russia (a differenza del visionario presidente americano Wilson, non se ne attendeva nulla di buono), ai trattati di pace che stavano seminando mine di futuri conflitti, la profonda delusione dei reduci da anni di guerra. “Alla grandezza della vittoria – affermò- non corrisposero certamente le condizioni fatte all’Italia nelle trattative diplomatiche e particolarmente ingiusto mi parve il rifiuto di riconoscere alla città di Fiume il diritto di ricongiungersi alla madre patria”. Sennonché la città quarnerina era stata “dimenticata” dai compensi ai quali l’Italia aveva diritto per ripagare il suo intervento asimmetrico a fianco dell’Intesa anglo-franco-russa, così come il 26 aprile 1915 concordato a Londra da Salandra e Sonnino, che esplicitamente riconobbero spettasse invece alla Croazia (all’epoca manco esistente come Stato). Lo Statista ricordò perché fosse stato contrario all’intervento nel conflitto: “Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per sentimentalismo verso altri popoli; per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del proprio paese”, tanto più che nella primavera del 1915 era ormai chiaro che la guerra sarebbe stata lunga e sempre più “grossa”, del tutto sproporzionata alle risorse dell’Italia. Poiché “quando la casa brucia ogni sforzo deve tendere a spegnere l’incendio; a rendere la casa più comoda si penserà dopo”. Al momento occorrevano riforme radicali. In primo luogo bisognava trasferire dalla Corona al Parlamento il potere di dichiarare la guerra, per scongiurare futuri colpi di mano del governo all’insaputa delle Camere e dei cittadini. Urgeva risanare il bilancio dello Stato, anche tassando tutti i titoli di azioni e obbligazioni. Mentre nella maggior parte erano anonimi, “al portatore”, questi dovevano essere mutati in nominativi: un provvedimento che avrebbe fatto emergere i profitti di guerra e l’immensa ricchezza mobiliare di enti ecclesiastici, ed era quindi inviso alla Santa Sede.
Il debito pubblico era schizzato dai 13 miliardi anteguerra, comprendenti i debiti dei governi preunitari, a 94 miliardi, sui quali lo Stato pagava interessi salatissimi. Non era più tempo di “sermoneggiare” ma di agire, da un canto tagliando tutte le spese superflue, gli sperperi, le mance elettorali; dall’altro trasferendo le imposte dai consumi alla ricchezza accumulata nei modi da accertare. Occorreva “ridurre la eccessiva circolazione di moneta cartacea” che faceva crollare il potere d’acquisto di stipendi e salari, aumentando il malcontento popolare, l’instabilità dell’ordine pubblico e le tensioni sociali artificiosamente esasperate da chi mirava alla guerra civile per instaurare un regime comunque reazionario.
Con la visione lungimirante di consigliere e presidente di un consiglio provinciale all’avanguardia nell’opera di rimboschimento e tutela delle acque e dell’ambiente (che non sono “scoperte” dei giorni nostri ma furono sempre in cima agli obiettivi della dirigenza liberale, formata da ingegneri, agronomi, medici, oltre che di avvocati dalla cultura multiforme: si pensi a Claudio Calandra, ideatore degli speciali “tubi” per la bonifica delle vastissime aree paludose tra Fossano e Carmagnola), Giolitti esortò a ricorrere all’energia idraulica per sostituire il carbone, avviato all’esaurimento e comunque inquinante. In quegli stessi anni fiancheggiava la moltiplicazione delle centrali idroelettriche in Piemonte, tra le quali svettò quella ideata da Luigi Burgo e da Giolitti stesso inaugurata nel settembre 1922.
Ma – concluse lo Statista il 12 ottobre 1919 – la riforma fondamentale per la riscossa dell’Italia era quella della Scuola. “Da noi, osservò, l’istruzione elementare è insufficiente; ciò che si impara in tre anni (quanti all’epoca erano obbligatori) non basta più alle limitate esigenze e, dopo abbandonata la scuola, si dimentica quasi interamente. Molto peggio procede l’istruzione media, quella forse che esercita la maggiore influenza sull’indirizzo generale del Paese. La scuola classica è ancora la parte principale dell’insegnamento medio; ma è una scuola in piena decadenza; gli allievi, ad esempio, studiano il latino otto anni e, dopo così lungo studio, tranne rarissime eccezioni, non sono neppure in grado di leggere e capire gli autori classici. La scuola tecnica non ha di tecnico che il nome, ed è in massima parte il duplicato della classica, sostituendo al latino e al greco alcune lingue moderne, insegnate in modo così imperfetto che gli allievi, tranne rare eccezioni, non imparano né a parlarle né a scriverle”.
Però non erano impossibili rimedi efficaci. In primo luogo “la parte principale dell’insegnamento di Stato dovrebbe in tutti i gradi essere l’istruzione veramente pratica, sapientemente specializzata, alla testa della quale l’alta istruzione tecnico-scientifica, industriale ed agricola, con larghi mezzi di studio e di esperimenti, così che vi si interessi e contribuisca l’alta industria, e organizzata in modo da attrarre all’insegnamento le migliori intelligenze del paese, e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente della scienza.” In secondo luogo, poiché “l’alta scienza tecnica, e in specie la fisica, la chimica, l’elettrotecnica, la meccanica progrediscono rapidamente (e, aggiungiamo, lo aveva incentivato proprio la Guerra), il professore che non si tiene al corrente di ogni nuovo passo della scienza diventa un ostacolo al progresso del Paese e deve essere messo a riposo. A tal fine non esiterei a stabilire che queste cattedre si rimettano ogni dieci anni a concorso. Solo così l’Italia può mettersi in condizione di sopportare e vincere la concorrenza dei popoli più progrediti”.
“Governo e Parlamento, infine, dovranno dire sempre al Paese la rude verità, abbandonando la vuota retorica la quale, ponendo sotto falsa luce fatti e apprezzamenti, costituisce una delle forme più insidiose di menzogne. Occorre ricordare che i governi sono fatti per servire i popoli, non per dominarli, per condurli dove non desiderano di andare. Occorre soprattutto ricordare che sempre che la sola fonte sicura di ricchezza, di prosperità e anche di vera gloria per un popolo è il lavoro”. Detto trent’anni prima che i costituenti scrivessero che l’“Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Lo era il regno d’Italia, che, per di più poggiava su un’Istituzione di garanzia e di continuità, la monarchia, proprio perché la Corona era volano di certezze, come in Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Danimarca, nei Paesi scandinavi…: cosa ben diversa, anzi opposta, all’elezione diretta di un presidente di Repubblica, fatalmente preda di pulsioni umorali che, sic stantibus rebus, spingerebbero alla scelta di un qualunque Barabba…: celebre “plebiscito”.
Secondo Giolitti occorrevano dunque anni di coraggioso impegno legislativo. L’introduzione del riparto dei seggi della Camera dei deputati in proporzione ai voti ottenuti e l’abolizione dei collegi nominali determinarono non solo il successo di due partiti antirisorgimentali (i socialisti e i cattolici del partito popolare italiano) ma anche la moltiplicazione dei gruppi parlamentari, l’instabilità dei governi, la crisi del sistema, con quanto ne seguì. La riforma della scuola, modellata da Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione nel V governo Giolitti (1920-1921), poi riformulata da Giovanni Gentile (all’Istruzione dal 1922 al 1924), rimase lontana dagli orizzonti indicati dallo Statista cent’anni fa.
Come lontani dalla realtà sono stati i lamenti estivi sulle condizioni della scuola, nelle prime settimane di ritorno in aula scanditi da incitamenti al lassismo, alla sostituzione dello studio in classe con libero passeggio a difesa dell’ambiente, a dispute sul diritto degli scolari di portarsi da casa la refezione come nei secoli andati e in assenza di un vero “progetto Scuola”. Nulla di strano, quindi, se la voragine dei Neet si amplierà sino a determinare il cataclisma : è semplicemente la certificazione della mancanza di vera politica fornita di senso dello Stato.
“Quos Deus vult perdere, dementat prius”.
Aldo A. Mola
Neet: Persona, soprattutto di giovane età, che non ha né cerca un impiego e non frequenta una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale.

Lascia un commento