
Spoiler: prendendo atto che la globalizzazione è diventata selettiva, che l’economia finanziaria dovrà legarsi in modo più stretto allo sviluppo tecnologico e industriale, che l’industria degli armamenti dovrà essere funzionale alla difesa e non avere come parametro le oscillazioni sul Pil, che il benchmark della politica europea sarà la salvaguardia dell’integrità territoriale dell’Ucraina e la sua integrazione nelle istituzioni europee che, volenti o nolenti, dovranno essere sempre più federali.
Chi può fare in modo che ciò che è necessario divenga reale? La sinistra? È distratta da utopie etiche. La destra? Sembra orientata a un internazionalismo nazionalista (Trump e Meloni ne sono i migliori interpreti). Il centro? C’era una volta in Europa un centro conservatore e liberaldemocratico atlantista che via via si allargò alla sinistra socialdemocratica. Oggi è in larga misura da ricostruire non so se dalle fondamenta o dai certificati di abitabilità.
La lettura di questo post di Nane Cantatore offre un esempio di quello che definirei Utopismo Realistico.
Nane Cantatore – Si parla sempre più spesso di un possibile inasprimento del confronto tra Europa e Russia. Ora, io credo che per il momento sia da escludere uno scontro militare ad alta intensità: la Russia ha occupato praticamente tutte le sue forze in Ucraina e l’Europa, compresi gli asset NATO che verrebbero coinvolti anche in caso di scarsa partecipazione americana, ha comunque una netta prevalenza aerea e navale. Certamente è necessario che il riarmo europeo permetta di raggiungere una valida deterrenza in tempi brevi, il che significa incrementare drasticamente le forze disponibili e le scorte ma, almeno per qualche anno ancora, credo che i possibili scontri con la Russia saranno di portata molto più ridotta.
Il punto centrale di tutta la questione è quella che Orio Giorgio Stirpe chiama la soglia del dolore. Questa misura la quantità di danni, perdite e privazioni che una società può sopportare e dipende da una quantità di fattori molto volatili ma, all fine, è legata essenzialmente al rapporto tra quanto può costare proseguire le ostilità e quanto, invece, piegarsi all’avversario (il che poi coincide con le considerazioni clausewitziane circa la fine delle ostilità).
Un buon esempio è la crisi energetica del 2022-23: mentre l’Ucraina affrontava le prime, drammatiche fasi dell’invasione russa. l’offensiva nel Donbas e l’entusiasmante controffensiva di Kharkiv e di Kherson, con la prima campagna missilistica contro la sua rete energetica, in Europa si viveva l’aumento dei prezzi dell’energia e la conseguente fiammata inflazionistica. Una crisi economica nascente, di fatto gestita con notevole efficienza dalla Commissione europea e dalle altre istituzioni comunitarie, ma ci dovremmo ricordare gli alti lai di chi prediceva inverni al gelo, crollo dell’economia, crisi occupazionale, cavallette, rane e morte dei primogeniti, se non ci si fosse sbrigati a dare a Gollum ciò che voleva.
Ecco, io credo che questo sia il copione che ci aspetta. Ormai la Russia ha perso praticamente ogni leva economica nei confronti dell’Europa e, anzi, siamo stati in grado di costruire spazi di scambio e collaborazione che ci hanno resi più autonomi di prima anche dagli USA e dalla loro propensione al ricatto. Ma siamo pur sempre, noi europei, una popolazione fondamentalmente in pace, non toccata da nessun conflitto reale, che si deve fabbricare le emergenze della criminalità per dare un po’ di pepe alla vita di tutti i giorni e che, per ragioni variamente fondate, ha più paura di perdere il benessere che speranza di aumentarlo. Una popolazione siffatta ha una soglia del dolore bassissima, dato che basta il minimo sommovimento, la più finitima sensazione di pericolo per spingere molti europei a dar retta ai peggiori catastrofismi.
Probabilmente, se questi rischi fossero reali, se davvero i corazzati russi si mettessero in moto verso il Suwalki gap e i missili colpissero le città europee, ci sarebbe una reazione rabbiosa e magari anche determinata: la portata della minaccia sarebbe chiara e la soglia del dolore si innalzerebbe per poterla contrastare.
A partire da qui, provo a capire che tipo di strategia possa adottare Mosca. Lo scopo è chiaro: distaccare l’Europa dall’Ucraina, ora che le possibilità di una vittoria sul campo sono sempre più scarse. Bene, la via è chiara, bisogna fare in modo che il costo del sostegno all’Ucraina superi la soglia del dolore europeo, il che significa anche evitare che questa salga troppo, per esempio in seguito ad attacchi diretti. Credo che vi siano tre componenti chiave:
– continuare, per quanto possibile, ad alimentare la convinzione che la Russia sia a un passo dalla vittoria in Ucraina. Su questo sono collaudati, visto che sono più di tre anni che vanno avanti così e un bel po’ di fagiani continuano a crederci;
– creare continue occasioni di disagio, dagli attacchi cyber agli sconfinamenti, dalle incursioni di droni “anonimi” che bloccano aeroporti alle azioni di sabotaggio, dalle forme di vandalismo “sponsorizzato” di cui parla Alexander Malato Palermo fino a eventuali attacchi terroristici false flag (che però non sono facili);
– al tempo stesso, creare l’impressione di un pericolo russo immediato, almeno in alcuni paesi chiavi, per spingere i governi a puntare tutto sul potenziamento delle proprie forze, bloccando il sostegno all’Ucraina (ci sono sostanzialmente riusciti in Polonia, per esempio).
Gli alleati sono sempre gli stessi, i sovranisti di destra e di “sinistra”, che sono programmaticamente fautori dell’egoismo miope e contro ogni forma di solidarietà, vista come tradimento degli interessi nazionali. Non è nemmeno il caso di dire come, in un mondo intrecciato come quello di oggi (e dell’ultimo millennio o giù di lì) una simile posizione sia sostanzialmente indice di pochezza intellettuale, morale e politica, ma oggi questa roba continua ad andare parecchio forte.
Bene, se questa è la linea di attacco russa, che fare?
In primo luogo, ovviamente, continuare a sostenere l’Ucraina: il campo di battaglia decisivo è quello e una vittoria in quell’area sarebbe risolutiva, almeno per qualche anno. La seconda azione è altrettanto semplice e ovvia: rispondere colpo su colpo, con azioni dirette in Russia. Credo che i cyberattacchi contro obiettivi russi degli ultimi mesi, ufficialmente condotti da hacker ucraini, abbiano ricevuto notevoli aiuti dalle agenzie europee; bene, è il caso di alzare di qualche tacca. Idem per le azioni di guerriglia di vario genere, contro infrastrutture, nodi ferroviari, fabbriche, basi e uffici. Anche qui, i servizi ucraini sono già attivi e la collaborazione occidentale ha buone possibilità di farsi valere.
Ma l’asse decisivo è il terzo, che richiede una forte azione politica, ma può permettere di voltare davvero pagina, agendo alla radice anche del consenso sovranista. Infatti, il pericolo russo e il cambiamento delle condizioni internazionali hanno sostanzialmente mandato in soffitto la globalizzazione pura, nella quale le aziende trasferivano impianti e processi produttivi ovunque facesse comodo, con una costante erosione dei diritti e dei redditi dei lavoratori. Bene, questa fase è finita: nel nuovo disordine mondiale, è necessario che tutti gli attori, compresa l’Europa, siano protetti dalle fluttuazioni dei flussi economici mondiali, abbiano accesso indipendente alle tecnologie e ai processi chiave, dispongano di forze armate in grado di tutelarne gli interessi senza ricorrere a potenze esterne. Tutto ciò richiede una profonda revisione, praticamente di ogni elemento dell nostra architettura economica, sociale e persino istituzionale. Reindustrializzazione (a partire dalla difesa, ma certo non limitandosi a essa), ruolo chiave delle politiche industriali pubbliche, formazione continua sul lavoro, integrazione e rimodulazione delle catene logistiche, politiche europee della digitalizzazione, nuove politiche energetiche (con un ritorno del nucleare) e tanto altro. Tutto questo significa anche rivedere le politiche del lavoro e della cittadinanza: probabilmente, il ritorno dell’industria metterà di nuovo il lavoro al centro dell’agenda politica e sociale e la necessità di disporre di reti di protezione di vario tipo richiederà un ripensamento e un’estensione del welfare. Insomma, c’è da rifare il patto di cittadinanza, con un modello di alleanza tra cittadini e istituzioni tutto da ripensare.
Questo significa anche passare dalla paura alla speranza, dalla difesa feticistica di identità sghembe alla progettualità condivisa. Sarebbe anche la sfida su cui si dovrebbe misurare la sinistra, se esistesse. Ma, se non si saprà prendere questa strada, a ogni elezione staremo a sperare di reggere ai demagoghi sovranisti, ogni volta accettando un cedimento in più, un trucchetto nell’immediato, un’ulteriore restrizione dell’orizzonte. Fino alla fine.
Bene, adesso per tirare su il morale una bella musichetta allegra.
Marco Taradash

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