
La stagione degli utili dura circa sei settimane e segue tradizionalmente un ordine settoriale ben preciso. Negli Stati Uniti il via è storicamente dato dai colossi bancari come JPMorgan Chase e Citigroup. I loro conti offrono una fotografia immediata sullo stato di salute del credito, dei consumi e dell’economia generale. Nelle settimane successive il focus si sposta sui colossi tecnologici e sul comparto manifatturiero/industriale. Infine, la stagione si conclude con i grandi marchi della grande distribuzione e del commercio al dettaglio. Per valutare la reazione dei mercati alla pubblicazione di un bilancio, non basta guardare i profitti. Bisogna analizzare diversi elementi, tra cui, in primis, le aspettative e il consensus. Di fatto, il prezzo di un’azione riflette già le stime degli analisti. Un’azienda può registrare ottimi utili, ma se questi sono inferiori alle attese, il titolo rischia di perdere valore. Un altro elemento da considerare è relativo all’aumento degli utili generato esclusivamente dal taglio del personale, il che ha meno valore nel lungo periodo rispetto a una crescita trainata dal fatturato reale. Infine occorre considerare la guidance, ovvero le previsioni future. Spesso diventa l’elemento più importante pèerchè i mercati guardano al futuro. Se il trimestre passato è stato eccellente ma il management taglia le stime per i mesi successivi, gli investitori tenderanno a vendere.
WALL STREET NELL’INCERTEZZA.
Wall Street, nella seduta operativa di ieri, ha chiuso contrastata. Nonostante la ricorrenza del Columbus Day, che ha visto la chiusura del mercato obbligazionario e degli uffici federali, le contrattazioni azionarie si sono svolte regolarmente. I listini sono stati frenati dal balzo dei prezzi del petroli, ancora generato dalle tensioni geopolitiche e da un atteggiamento di generale cautela in vista dei dati sull’inflazione (CPI) e dell’avvio delle trimestrali bancarie. Il Dow Jones ha chiuso a +0,38% trainato dal settore tech/corporate, in particolare da Salesforce. L’S&P 500 invece ha ceduto lo 0,06%, zavorrato dall’andamento dell’energia. Infine il Nasdaq Composite ha perso lo 0,44% , in ragione della discesa della debolezza del reparto dei semiconduttori.
VALUTE ANCORA MISTE.
Sui cambi ancora debolezza della moneta unica, generata dalle tensioni in Francia, dai problemi fiscali del paese transalpino, oltre alla crisi politica in Spagna. Infine non possiamo certo rallegrarci della condizione macro tedesca e delle prossime elezioni, nel 2027, nel nostro paese, tutti elementi che in questo momento appesantiscono il valore dell’Euro. EurUsd dopo aver toccato il minimo ieri notte a 1.1150, ha recuperato una ventina di pips, rimanendo comunque in bilico e pronto eventualmente ad un ulteriore ribasso. Per contro, sorprende il UsdJpy che, dopo aver visto ieri quasi 159.00, è sceso nella seduta asiatica fino ai minimi di 158.30, probabilmente sostenuto da dichiarazioni a favore della tenuta del cambio e da prese di beneficio di posizioni long, timorose di un possibile intervento a sostegno della valuta del paese del sol levante. Cable stabile a ridosso di 1.3200, mentre EurGbp rimane sotto pressione a ridosso di 0.8420 30 area. Il franco svizzero rimane forte contro Euro a 0.9300 mentre il UsdChf non riesce a salire della stessa proporzione in cui scende l’EurUsd, cosi che il cross riprende la sua tendenza naturale a scendere. Oceaniche sempre sotto pressione con AudUsd non lontano dai supporti chiave di 0.6870 80 area. NzdUsd sul supporto a 0.5580. Infine anche il UsdCad continua a salire verso 1.4300, prossima resistenza.
PETROLIO.
Prove di correzione per il Wti nella seduta asiatica, dopo i massimi di ieri pomeriggio in area 93.50. Il prezzo dell’oro nero è sceso sotto quota 92 dollari al barile, interrompendo una serie positiva di tre sedute consecutive, mentre gli investitori rimangono in attesa di comprendere l’impatto delle esportazioni di diesel russo rispetto all’escalation delle tensioni geopolitiche. La Russia ha parzialmente revocato le restrizioni all’esportazione di diesel il 10 ottobre, a seguito di un accordo con gli Stati Uniti, contribuendo ad alleviare le difficoltà di approvvigionamento nei mercati globali dei carburanti. Tuttavia, i legislatori statunitensi hanno sostenuto che l’accordo tra il presidente Trump e il presidente russo Vladimir Putin sembrerebbe violare la legge statunitense che vieta le importazioni di energia russa fino a quando Mosca non avesse posto fine all’aggressione contro l’Ucraina. Anche il presidente ucraino Zelenskyy ha promesso di continuare gli attacchi contro la Russia, poiché Mosca persiste nel colpire le infrastrutture energetiche ucraine, violando il “cessate il fuoco energetico” precedentemente annunciato da Trump. Nel frattempo, l’amministrazione Trump si trova ad affrontare crescenti pressioni per sostenere l’Arabia Saudita nella sua lotta contro i militanti Houthi, sostenuti dall’Iran, in Yemen, dopo gli attacchi missilistici e con droni contro il principale aeroporto di Riyadh.
GOLD.
Martedì l’oro si è mantenuto al di sotto dei 4.200 dollari l’oncia, rimanendo sotto pressione a causa dell’apprezzamento del dollaro statunitense, che ha raggiunto il massimo degli ultimi 18 mesi, in vista della pubblicazione di importanti dati sull’inflazione che potrebbero influenzare la prossima decisione della Federal Reserve sui tassi d’interesse. Mercoledì è prevista la pubblicazione dell’indice dei prezzi al consumo, seguito giovedì dai dati sull’inflazione alla produzione. I mercati attribuiscono circa l’80% di probabilità che la Fed mantenga i tassi d’interesse invariati questo mese, mentre stimano quasi l’88% di possibilità di un aumento dei tassi a dicembre. L’oro rimane comunque, nel medio termine, in una fase di accumulazione, iniziata il 7 ottobre, a massimi e minimi crescenti, con possibile breakout dei massimi di breve precedenti, posti a 4.220 area, la cui violazione rappresenterebbe il via libero per un rialzo con obiettivi possibili in area 4.400 dollari l’oncia.
RENDIMENTI .
Nella notte, i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi sono scesi, con il decennale tornato al 3%, livello più basso in quasi tre settimane, in corrispondenza con un calo generalizzato dei rendimenti obbligazionari globali, in seguito all’attenuarsi della recente ondata di vendite di debito pubblico. Gli investitori hanno anche reagito ai dati che mostrano un aumento dei prezzi alla produzione in Giappone del 6,8% a settembre, inferiore alle aspettative del mercato del 7,6% e che segna l’incremento più lento da maggio. Ciononostante, i dati indicano la persistenza di pressioni inflazionistiche, rafforzando le aspettative di un potenziale aumento dei tassi di interesse a breve termine. Il governatore della Banca del Giappone, Ueda, ha affermato che i tempi e il ritmo dei futuri aumenti dei tassi dipenderanno dall’inflazione e dal conseguente impatto sui consumi. Tuttavia, permane l’incertezza sulla possibilità che la banca centrale aumenti nuovamente i tassi questo mese, sebbene i mercati continuino ad anticipare una possibile mossa a dicembre o gennaio.
Saverio Berlinzani

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