
Quella volta parlammo tanto di Mantova. Della bella Mantova di cui tutti ricordano fascino e atmosfere, storia, personaggi e piatti. Questo è il suo-bello. Telefono al Censis, si proprio il Centro ricerche fondato dal prof. De Rita, per un’informazione di servizio e presentandomi en-passant come mantovano, la signora del Censis si è catapultata in lodi e apprezzamenti, in “ah che bella Mantova”.
Evviva. Quella volta si capitò, in una bella casa di Bologna, ospiti a cena di Giustina Magagnoli, con il gruppo di amici e sostenitori delle “Cesarine”, le padrone di casa che tramandano le buone ricette familiari, tra cui il professor Ugo Ruffolo noto per le suoi angoli legali a Mi manda Raitre, la professoressa Egeria Di Nallo, già direttrice del Dipartimento di sociologia, e inventrice delle Cesarine, l’amicone Giancarlo Mazzucca, già direttore di Qn e Resto del Carlino e il Giorno con la moglie Gabriella e quasi come un copione come mi vedono esclamano: “Ah, son passato da Mantova. Ah che bella Mantova!”.
Qualche sera prima, ad un convegno sul vino, un ex sottosegretario all’’Agricoltura brioso e preparato di nome Guido Tampieri e una professoressa estrosa e raffinatissima come Cristina Bragaglia ,docente -pensate- di Cinema e cibo, mi ripetono. “Ah, che bella Mantova.” Costantino Giordano, avvocato internazionale è di Tramonti, provincia Salerno, studi a Bologna, ricapita a Mantova, dopo una gita delle medie e mi smessaggia: “Fabri, che bella Mantova”.
Ovviamente solitamente convengo, anche per onore di radici e passato professionale, familiare e di lavoro. A volte convengo con ragionamento ed emozione, ricordando anche io il profilo del castello, le piazze brumose, i portici la magia di piazza delle Erbe, a volte convengo con silenzio assenso. Evitando di finire dalla parte dei cantori, fuori le mura. Quando riesco, con un po’ di coraggio e se ho tempo aggiungo: “Si Mantova bella bellissima, tuttavia…” E’ il “tuttavia” spesso lascia perplessi gli amabili interlocutori. Il “tuttavia” che onestamente cerca di smontare un luogo comune.
Mantova bella, tuttavia a rischio fiction. Cioè mostre, turismo, manifestazioni e monumenti tutto bello ma se uno cerca altro, tipo prospettive alternative sviluppo beh puntini puntini.. Fiction, storie, racconti, tutto dunque piacevole tra Gonzaga e tortelli, maiali e banche ma per quelli che vogliono vivere un po’ meno fitcion e un po’ più di realtà, spesso occorre andare oltre i laghi, ma molto oltre. Insomma, bisogna cercare di evitare il rischio Grazzano Visconti, un borgo un po’ Gardaland ricostruito vicino a Piacenza per le visite dei turisti. Loro mi guardano un po’ stupiti. “Eh vabbè ma tu hai lavorato a Roma, Napoli, Torino e le città piccole vanno gustate per quelle che sono”.
Talora combatto, spesso mi arrendo. Ma non è colpa di nessuno, se poi va bene così a chi la vive, va bene a tutti. Questione di scelte e questione di parametri. C’è chi sceglie la cosiddetta vita di provincia tra portici, aperitivi e varie sicurezze, e chi quella più frenetica di una grande città. Senza escludere le fasi della vita che possono alternarsi. Si può convenire sulle bellezze di Mantova ma non certo sulla sua capacità di dare ai giovani le più varie prospettive di lavoro, di ricerca o di sviluppo. Vecchio problema ma sempre moderno dibattito sulle città vivibili e il benessere, tra arredo urbano e qualità della vita.
Tanti anni fa Mantova faceva notizia per le classifiche sul benessere più o meno comprensibili. Fece storia quella classifica del Sole 24 ore dei primi anni Ottanta secondo la quale Mantova veniva subito dopo Aosta per benessere sociale, risparmi e divertimenti. Come cambiano i tempi! Se due cinema e un palasport fanno la differenza, se due concerti e una mostra e qualche banca bella risparmiosa fanno la grande differenza per una piccola città.
Secondo altre ricerche la città più vivibile è Belluno. Ho studenti di Belluno a Bologna che non vedono l’ora di trasferirsi a Bologna. In testa o a metà classifica Mantova è bella in tutte le stagioni, appetitosa come una quattro-stagioni, la pizza.
La stagione più bella per Mantova? Molti dicono l’autunno perché la luce si fa più dolce su palazzo Ducale, si allunga l’ombra della Torre su piazza delle Erbe, e poi arrivano le prime nebbioline, forse, che fanno di Mantova una città anche incantata. Quando cadono le foglie e i viali del Te sembrano una scena di un film con l’Esedra che domina il panorama e il bugnato che quasi si protende nell’atmosfera. Una protrusione di Giulio Romano nell’aria virgiliana. Con la nuova sistemazione in realizzazione si annuncia un nuovo incanto.
Molti dicono che la più bella stagione di Mantova sia la primavera perché tutto fiorisce e quasi tutto si risveglia e piazza Virgiliana diventa un giardino e il Parco di Viale Piave si fa più rigoglioso. A suo tempo si parlava anche di “Mantova bella addormentata”, cioè di una principessa bellissima ma non così viva e vitale, per cui il risveglio primaverile non era fuori luogo, e a volte più che auspicabile.
Poi ci sono gli amanti dell’inverno rigido durante il quale Mantova è sotto il ghiaccio e magari ammantata di neve, dove le torri del Castello di San Giorgio spuntano dalla pianura imbiancata. Ed infine ci sono gli innamorati della Mantova da canicola, ardente di calura tra i corsi del centro sbracciati e sventolanti di agognata frescura, la Mantova dell’estate che corre alla Canottieri e alla piscina comunale.
A ben guardare Mantova si crogiola anche nelle mezze stagioni che forse da altre parti non ci sono più. Perché Mantova è Mantova. Ti basta un tortello e un cotechino, un giro alle Grazie, una tappa in piazza Mantegna, un salame e una sbrisolona per trovarti bene in ogni stagione. Con popolazione in riduzione rispetto agli anni Settanta e Ottanta ma è tutto il sistema delle province di periferia che è soggetto a riflussi ed esodi. Poi confidi nel turista e nella buona promozione.
Se andiamo di cuore, di ricordi e di emozioni, come efficacemente emblematizzato anche nel film Ratatouille (il critico gastronomico piange all’assaporare la ricetta della mamma), allora anche Adria, Pozzallo, Monteriggioni e Garlasco possono essere bei posti, ma se poi cominciamo ad esaminare qualche parametro oggettivo, beh allora scattano gli inevitabili “tuttavia”. Come soleva fare l’indimenticato onorevole Cesare Baroni, consigliere provinciale ai miei tempi di cronista mantovano.
Quando in un articolo riportavo un suo intervento poteva accadere che mandasse una lettera al giornale, sempre garbata, così redatta: “Ho apprezzato il resoconto del giornalista ecc ecc; tuttavia, e partivano 30 righe di precisazioni”. Ecco, è il “tuttavia” che ci salva. Ma Mantova è sempre bella.
Fabrizio Binacchi

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