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Combattenti di altre patrie per la libertà d’Italia.

di Livio Ghelli | 23 Ottobre 2011

Parte seconda 1882-1918: tutti i popoli oppressi sono fratelli e combattono per la stessa causa!  

Il 20 dicembre 1882 alle 7 del mattino Wilhelm Oberdank –italianizzato in Guglielmo Oberdan- veniva impiccato nel cortile piccolo della Caserma Grande di Trieste,  che era  il principale porto marittimo dell’Impero Asburgico e la città dove era nato.

Aveva 24 anni.

Era stato condannato come disertore dell’esercito austro-ungarico e per progettato regicidio nei confronti dell’Imperatore Francesco Giuseppe.

Il medico del carcere, imbevuto della cultura lombrosiana di quegli anni, si affrettò a prelevare la testa del cadavere e ad inviarla d’urgenza, adeguatamente confezionata, al direttore del Museo Antropologico di Vienna. Sicuramente i colleghi della capitale avrebbero potuto ricavare elementi molto interessanti dall’esame della scatola cranica e del cervello del giovane cospiratore e aspirante regicida[1].

Si presume che la lettera di ringraziamento da parte del direttore del Museo di Vienna (assieme ad una torta Sacher, gentile presente da Vienna, da condividere con familiari e amici in occasione  delle feste natalizie) sia pervenuta al medico del carcere a stretto giro di corriere.

Intanto in Italia la censura governativa interveniva per oscurare la notizia dell’esecuzione e delle manifestazioni di protesta che ne erano seguite: pochi mesi prima, infatti, era stata stipulatala Triplice Alleanzatra Germania, Austria e Italia, e il governo di Depretis si era implicitamente impegnato a rinunciare alle rivendicazioni sul Trentino ela Venezia Giuliache rimanevano parte integrante dell’Impero Austro-Ungarico. Va da sé che, prima che diventassero troppo imbarazzanti per la nuova politica estera, il nostro governo cercasse di bloccare le manifestazioni e la propaganda degli irredentisti come già faceva  per gli anarchici e i socialisti.

Del resto c’erano punti di contatto tra le diverse posizioni: gli anarchici avevano come patria il mondo intero, ma nel grido di rivolta dei popoli –Irlandesi, Polacchi, Bosniaci, Macedoni, Italiani e cento altri- a cui una patria era negata dalla politica imperialista di poche grandi potenze, essi  avvertivano i rintocchi  della campana a morto che preannunciava la fine dei grandi imperi autocratici come Russia, Impero Austro-Ungarico e Germania.

I socialisti dal canto loro volevano unire i proletari di tutto il mondo, al di là delle barriere nazionali, nella lotta universale contro gli sfruttatori e il capitalismo. Di fronte alla “guerra dei padroni” e alle stesse guerre per l’indipendenza  nazionale, che consideravano comunque funzionali agli interessi di una borghesia rispetto ad un’altra, tendevano a dare una risposta pacifista: i proletari non devono sparare contro altri proletari, i padroni le loro guerre se le combattano da soli.

Tuttavia molti socialisti ritennero giusto appoggiare la lotta dei dinamitardi irlandesi contro l’Impero Britannico, dei separatisti catalani contro la Corona Spagnola, dei ribelli algerini contro l’espansione coloniale francese, del popolo macedone contro l’oppressione turca e degli abitanti della Bosnia-Erzegovina contro il nuovo padrone asburgico: pensavano che la solidarietà e l’aiuto dato ai ribelli sarebbe servito a far collassare un po’ prima le già indebolite fondamenta dell’Impero Russo, Ottomano e Austro-Ungarico liberando milioni di contadini da una situazione medioevale e dischiudendo nuove inimmaginabili energie di popoli finora imbavagliati e legati: Polacchi, Cechi, Serbi, Croati, Bulgari, Greci o Italiani.  Russia, Turchia, Austria sarebbero uscite ridimensionate da questo processo,  costrette a rinnovare in senso democratico le loro strutture sociali, mentre le più progredite  democrazie borghesi come Francia ed Inghilterra, messe in seria difficoltà nella loro espansione coloniale dalle lotte dei popoli, avrebbero dovuto cambiare radicalmente, diventando democrazie vere e aprendo la porta al socialismo.

Il volontariato, dall’Ottocento fino alla guerra di Spagna, ha avuto questo aspetto incredibile: centinaia di migliaia di persone diversissime per lingua,  nazionalità, fede politica, provenienza sociale,  hanno messo in gioco la vita e tutto ciò che avevano e sono andate a combattere per la libertà della propria gente, e quando questo non era possibile hanno combattuto per la libertà di altri popoli, ritrovandosi insieme, uomini e donne venuti dalla Russia e dagli Stati Uniti, dalla Bulgaria, dall’Italia, dalla Boemia, dal Brasile, da tutti gli angoli della terra: in Sicilia con Garibaldi, a Digione assediata dai Prussiani, nella Parigi insorta durantela Comunedel 1870, nei Balcani, nelle trincee a fianco degli Italiani dopo la tragedia di Caporetto.

Da Dublino a San Pietroburgo, da Monza a Sarajevo irredentisti e anarchici utilizzarono le stesse armi e si confusero gli uni con gli altri nell’applicazione della etica suprema del tirannicidio in nome della libertà e della giustizia: il tiranno lo si uccide pubblicamente col pugnale, con la dinamite, col revolver, e l’attentatore solitamente non si concede vie di fuga ma si fa prendere per trasformare il proprio processo  e la propria condanna in un pubblico atto d’accusa contro la tirannia e l’oppressione. Il popolo avrebbe raccolto l’esempio.

Così, dall’ultimo quarto dell’Ottocento fino allo scoppio della Grande Guerra, la tensione ideale è fortissima e  diffusa. Si tratta, come abbiamo visto, di fedi e ideali diversi, ma coincidenti in diversi punti. Alla morte di Oberdan Boemia, Moravia, Slesia e Slovacchia erano i territori  dell’Impero Austro Ungarico che rivendicavano con più forza il diritto all’autonomia o addirittura all’indipendenza.

Dopo l’attentato di Sarajevo, nel giugno del 1914, ci furono frequenti episodi di diserzione da parte di giovani slavi provenienti da questi territori, che andarono ad arruolarsi negli eserciti serbo e russo. Se cadevano prigionieri degli Austriaci la loro fine era ovviamente identica a quella dei disertori come Cesare Battisti e Nazario Sauro che, originari del Trentino e della Venezia Giulia, rifiutarono di vestire la divisa dell’esercito asburgico e andarono ad arruolarsi nell’esercito italiano e, catturati dagli Austriaci, furono impiccati come rei di tradimento.

Di noi chi s’arrende? – Chi vivo lo prende?

Non palla l’attende – ma corda e sapon.

Va ben se all’estremo – supplizio anderemo,

Il popol Boemo – più vivo sarà. [In: Le sgradite sorprese del tenente Kappa Kappa – da una pubblicazione di trincea per i volontari della Divisione Cecoslovacca, che combatterono a fianco dei soldati italiani nella Prima Guerra Mondiale]

Cosa voleva dire nel 1914 per milioni tra Cèchi, Bosniaci, Polacchi, Sloveni, Italiani ed altri, tutti sudditi dell’Impero Austro-Ungarico, ricevere la chiamata di leva e andare a combattere per conto dei loro oppressori? In molti casi la chiamata alle armi contro popoli fratelli fu vissuta con grande sofferenza interiore: erano stati repressi subito duramente dal governo Austro-Ungarico gli episodi di ammutinamento e diserzione  -in alcuni casi anche di massa- verificatisi soprattutto all’inizio, ma dopo la maggior parte dei coscritti slavi, gettati nell’orrenda fornace della guerra, compirono il loro dovere militare come tutti gli altri, dimostrando coraggio e spirito di sacrificio più per lealtà verso i propri compagni di trincea che per corrispondenza alle direttive degli Alti Comandi.

Quelli che caddero prigionieri degli Italiani avrebbero potuto starsene tranquilli e fuori dal macello, per loro la guerra era finita, bastava aspettare che quei mesi grami passassero e a guerra finita avrebbero fatto ritorno a casa.  Ma quale casa?  Tanti consideravano inaccettabile ritornarsene come se nulla fosse stato, sudditi di un Impero e di una Casa Regnante a loro estranea, odiosa, opprimente: molti prigionieri, soprattutto Cecoslovacchi, chiesero agli ufficiali italiani di essere utilizzati in guerra, in qualsiasi modo.

Nonostante diffidenze e lentezze burocratiche l’opportunità fu còlta e gradualmente i prigionieri Cecoslovacchi, Bosniaci, Sloveni, Romeni e Polacchi  che avevano chiesto di collaborare furono messi alla prova: inizialmente utilizzati come informatori per ricavare notizie, dai prigionieri di guerra appena arrivati, sulla composizione, gli spostamenti e gli obbiettivi dei reparti austriaci[2], vennero  più tardi impiegati come esploratori oltre le linee austriache.

Se cadevano vivi in mano al nemico venivano impiccati, bene in alto in modo da risultare visibili anche dalle nostre linee, di solito con un cartello legato addosso che li definiva spie e disertori.

Piero Crociani nella sua bella introduzione al libro scritto da Wojtěch Hanzal, Il 39° reggimento esploratori cecoslovacco sul fronte italiano, scritto negli anni venti del Novecento e pubblicato in Italia nel2008, a novant’anni dagli eventi narrati, documenta l’attività pericolosissima svolta dagli esploratori che si spingevano molto al di là delle linee nemiche, prendendo contatto e facendo direttamente propaganda tra le sentinelle nemiche di etnia serba-cèca o romena per  spingerle alla diserzione o per ricavarne informazioni, realizzando colpi di mano contro piccole guarnigioni, facendo da anello di congiunzione, in territorio nemico, per eventuali contatti con ufficiali cèchi, serbi o romeni.

La sconfitta di Caporetto con la destituzione del Generale Cadorna e la nuova strategia inaugurata dal Generale Diaz affrettò la costituzione di una divisione cecoslovacca di volontari, con ufficiali suoi propri e proprie mostrine, che partecipò coraggiosamente,  a fianco delle divisioni italiane, all’ultima fase della guerra.

Sul fronte italiano i nostri fratelli d’arme cecoslovacchi ebbero oltre 300 caduti, circa 60 impiccati e diverse centinaia di feriti. 16 medaglie d’argento, 18 di bronzo e 110 croci al merito di guerra ne testimoniano l’eroismo. Purtroppo non ho saputo rintracciare i dati riguardanti gli altri nostri fratelli d’arme volontari  di etnia serba, polacca, bosniaca e romena.

I volontari cecoslovacchi furono ricordati nel Bollettino della Vittoria[3]; poi, tornati a casa,  parteciparono attivamente alla creazione del nuovo stato cecoslovacco, ma subito dopo le vicende politiche internazionali, l’avvento del fascismo e infine l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe hitleriane, nostre alleate, ne imposero ipocritamente la disconoscenza e l’oblìo. Una sorte analoga la ebbero anche gli altri volontari ed “esploratori”, provenienti da altre nazionalità oppresse come Polacchi, Romeni della Transilvania, serbi delle province meridionali asburgiche, che  combatterono al nostro fianco dallo Stelvio all’Adriatico, fino alla conclusione della guerra.

Il dovere della memoria e della riconoscenza per ciò che ci hanno dato spetta a noi, Italiani di oggi.

Pubblicato in : Primo pianoTag: guglielmo oberdan, imperatore francesco giuseppe, impero asburgico, impero austro ungarico

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