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L’Italia ha bisogno di ricominciare daccapo

e le “forze paradossali” potrebbero tornarci utili. Paradossalmente

di Enrico Cisnetto | 21 Maggio 2018

Ammesso, e per ora non (ancora del tutto) concesso, che Matteo Salvini sia così folle da far davvero decollare il governo “mister X” dei dilettanti allo sbaraglio, invece di sottrarsi a quello che inevitabilmente sarà un clamoroso – e per l’Italia doloroso – suicidio politico e lasciare nelle più sagge mani del Capo dello Stato la gestione di una crisi che comunque ci riporterà alle urne al più tardi il 26 maggio 2019 in concomitanza con le elezioni europee, assisteremo non alla nascita della Terza Repubblica bensì all’epilogo della Repubblica nata dopo la seconda guerra mondiale. E non è detto che tutto ciò rappresenti, pur nella sua drammaticità, un male. O comunque, solo un male. Ha ragione, infatti, Ernesto Galli della Loggia quando scrive, sul Corriere della Sera di oggi, che l’Italia va rifondata. Letteralmente, completamente. Dobbiamo recuperare quella dimensione di nazione la cui ragion d’essere è stata soffocata dal combinato disposto tra la nostra storia unitaria – che ci ha privato di autonomia, e quindi del senso di unità e appartenenza, e di una vera classe dirigente – e il nostro dna, un’antropologia individualistica dove non alberga il concetto di Stato di diritto e di interesse generale.

Naturalmente, per quanto le ambizioni proclamate siano “rivoluzionarie”, non sarà il “governo del cambiamento” basato su un contratto stipulato tra parti che non conoscono il concetto di alleanza politica e sono del tutto prive di un progetto strategico – e quindi tantomeno potrebbero averne uno comune – a portarci virtuosamente alla rinascita dello Stato democratico, delle sue regole e delle istituzioni che lo incarnano. Ma, paradossalmente, potrebbe essere proprio lo shock provocato da un’esperienza come questa a rendere chiara a noi stessi, e di conseguenza praticabile, la necessità di ricominciare daccapo. Non fosse altro perché essa si profila come l’epilogo di una crisi che formalmente si era aperta nel 1992 (Tangentopoli e fine del ruolo dei partiti politici di massa come tramite tra società e Stato), ma che risale al 1989, con la caduta del muro di Berlino e fine degli assetti planetari stabiliti a Yalta (cambiamento epocale che da noi è stato anticipato nel 1978 dall’omicidio Moro). E che secondo Galli della Loggia ha i suoi prodromi anche prima.

Ma per riscrivere le regole fondative, ripensare totalmente le istituzioni, immaginarci di nuovo nell’ambito di un mondo globalizzato e di un’Europa che o sarà unica o nel corso di questo secolo sarà destinata a perdere quei vantaggi, economici, sociali e culturali che la rendono tuttora il miglior posto del mondo dove vivere – anche di questo c’è maledettamente bisogno – occorre un passaggio politicamente traumatico. Quello che si produsse nel 1994 con la nascita della cosiddetta Seconda Repubblica non è stato sufficiente, perché pur spingendoci alla deriva è stato compensato da una fase di crescita economica mondiale – la più forte e lunga dell’epoca industriale e post-industriale – che ha fatto da ammortizzatore. Non a caso ci siamo ridotti a scoprire il declino italiano – che pure veniva da lontano, e ha sommato la fine della politica, il collasso delle istituzioni (centrali e, ancor di più, di territorio), l’impoverimento culturale e la crisi dell’economia (che ha smesso di essere un sistema per ridursi a tanto patrimonio e relativa rendita, e poca e sempre più circoscritta produzione di nuova ricchezza) – solo con l’interruzione di quel ciclo economico, causata dal crack finanziario mondiale del 2007-2008 e da tutte le sue ricadute recessive. Effetti che, non a caso, per noi sono stati i più gravi di tutto l’Occidente e hanno finito con l’essere un acceleratore della crisi politico-istituzionale latente, culminata nel 2011 con la caduta da spread del governo Berlusconi e la fine della stagione, quella del bipolarismo all’italiana, iniziata 17 anni prima. Poteva essere quello il momento della nascita di una terza fase repubblicana, ma anche l’ultimo tentativo di raddrizzare il legno storto della Repubblica si è rivelato fallimentare. Anzi, così pesantemente rovinoso da consegnarci, ora, a quelle che Emmanuel ha brutalmente, ma efficacemente, definite “forze paradossali”, intendendo con ciò qualcosa di peggio, se possibile, di populiste. Perché, in fondo, anche il peronismo sovranista, per potersi dispiegare appieno, richiede un tasso di dilettantismo decisamente inferiore a quello che si vede oggi in campo.

Tutto questo per dire che abbiamo bisogno di un punto di rottura. Purtroppo, ma è così. Può sembrare cinismo, il nostro, ma è solo sano realismo. D’altra parte, neppure la ricerca di svolte strutturali attraverso le due riforme costituzionali tentate prima dal centro-destra e poi da Renzi hanno funzionato, sia perché erano largamente insufficienti e per molti versi sbagliate – nel merito e nel metodo – sia perché prive del giusto retroterra venendo da forze che, essendo al governo, negavano pervicacemente l’esistenza del declino e quindi la necessità di fermarne il corso. Per questo il passaggio politico che abbiamo di fronte potrebbe rivelarsi utile a produrre un effetto catartico. Certo, ce lo risparmieremmo volentieri, ma ci essendoci dentro – e ci siamo a prescindere che nasca o meno il governo Di Maio-Salvini, non fosse altro per effetto della scelta degli italiani, che non ci piace ma che democraticamente rispettiamo – ci sforziamo di trovarci il potenziale beneficio. In fondo il voto del 4 marzo segnala – non solo, ma anche – la necessità di voltare pagina. Ma perché questa accada in modo positivo, occorrono tre condizioni. La prima è che non venga travolta anche la figura del Capo dello Stato, ultimo baluardo della residua credibilità repubblicana. Per questo ci siamo molto arrabbiati nel leggere gli attacchi, in puro stile luddista-nichilista, di Giuliano Ferrara a Mattarella. Alimentare l’idea, peraltro totalmente infondata, che il Quirinale in questi due mesi e mezzo avesse la possibilità di giocare un’altra partita rispetto a quella che con dignità e fermezza ha svolto, e non l’abbia fatto per ignavia e meschineria, significa gettare benzina sul fuoco, e noi abbiamo bisogno di una sana “rupture”, mica della guerra civile. La seconda condizione è che la reazione a ciò che accadrà venga dalla parte sana e ricca di esperienze e competenze della società – che pure c’è anche se porta la grave responsabilità di non averlo mai fatto prima – perché il serbatoio della politica è ormai vuoto avendo purtroppo del tutto esaurito le riserve della credibilità necessaria a prendere il Paese per mano. E la terza e ultima condizione è che chi ci dovesse provare a fare l’indispensabile conversione a U abbia ferma la convinzione che due sono gli strumenti più indispensabili di altri per riuscire nel difficile ma non impossibile tentativo di “ricominciare daccapo”: riscrivere le regole e ridisegnare l’architettura istituzionale attraverso l’alto magistero di un’Assemblea Costituente; il tenere fermo l’ancoraggio all’Europa, che il nostro unico destino di salvezza è il “fonderci” negli Stati Uniti d’Europa, o almeno in qualcosa che gli somigli.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, berlusconi, bipolarismo, caduta del muro, capo dello stato, classe dirigente, corriere della sera, crisi, elezioni, galli della loggia, governo, governo berlusconi, guerra mondiale, massa, merito, mondo, nazione, partiti politici, renzi, repubblica, riforme, rinascita, seconda guerra mondiale, seconda repubblica

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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