
Il problema non è il 30 per cento: è come costruiamo le classi
Sul cosiddetto “tetto del 30 per cento” nella scuola rischiamo di discutere della cosa sbagliata.
Se il criterio fosse semplicemente quello di stabilire quanti alunni stranieri, o di una determinata origine, possano stare nella stessa classe, la questione diventerebbe immediatamente problematica. La scuola non dovrebbe classificare i bambini in base all’etnia, e nemmeno confondere la cittadinanza con le capacità linguistiche o con i bisogni educativi.
Il problema vero, a mio avviso, è un altro: come vengono composte le classi e quanto sono equilibrate rispetto ai bisogni educativi degli alunni.
Una classe può avere alunni italiani, stranieri, italiani di seconda generazione e bambini provenienti da famiglie di ogni origine. Ma ciò che dovrebbe interessare la scuola, nella formazione delle classi, è soprattutto la situazione concreta: quanti alunni hanno difficoltà linguistiche? Quanti necessitano di particolare supporto? Qual è il livello complessivo della classe? Ci sono situazioni che richiedono maggiore attenzione educativa? Come distribuire questi bisogni in maniera equilibrata?
Perché il vero problema nasce quando l’equilibrio salta.
Non è difficile immaginare un istituto nel quale alcune classi siano relativamente omogenee e tranquille, mentre altre concentrino una quantità molto maggiore di alunni con difficoltà linguistiche, educative o di apprendimento.
A quel punto una percentuale media riferita all’intera scuola dice poco.
Se in un istituto ci sono, complessivamente, cento alunni con determinate necessità, la questione non è soltanto quanti siano in percentuale. È come vengono distribuiti nelle classi.
Una classe con due alunni che hanno bisogno di un particolare sostegno linguistico è una cosa. Una classe nella quale la grande maggioranza degli alunni presenta difficoltà linguistiche è un’altra. Anche se entrambe rientrano nella stessa statistica generale.
Ed è qui che bisognerebbe avere il coraggio di parlare anche di un altro problema: la formazione delle classi non è sempre un processo neutro.
Ci sono genitori che, comprensibilmente, vogliono il meglio per i propri figli. Ma talvolta questa legittima preoccupazione si trasforma nella ricerca della “classe buona”: quella con gli alunni più bravi, quella con meno problemi, quella considerata più facile da gestire.
E allora arrivano telefonate, richieste, segnalazioni, preferenze, pressioni più o meno esplicite sulla dirigenza, sugli insegnanti o su chi si occupa della formazione delle classi.
Ma non sono soltanto i genitori a poter alimentare questo meccanismo.
Può accadere anche che siano gli stessi adulti della scuola, magari in buona fede, a preferire una classe “facile”: una classe composta da alunni autonomi, con buoni risultati, poche difficoltà e un clima tranquillo.
Il risultato, però, può essere paradossale: si costruiscono classi sempre più diverse tra loro, invece di distribuire in modo equilibrato le difficoltà.
E così alcuni bambini finiscono nella classe “buona”, mentre altri si ritrovano in classi nelle quali la somma delle difficoltà rende molto più complicato il lavoro di tutti: degli alunni, degli insegnanti e delle famiglie.
Per questo penso che il dibattito sul 30 per cento dovrebbe partire da una domanda diversa.
Non: “Quanti stranieri possiamo mettere in una classe?”
Ma: “Come possiamo costruire classi equilibrate, tenendo conto dei bisogni educativi di tutti gli alunni?”
Le difficoltà linguistiche sono certamente uno degli elementi da considerare. Ma non sono l’unico. Una buona composizione dovrebbe tenere conto dell’insieme delle situazioni che possono incidere sul percorso scolastico e sulla vita della classe.
Il principio dovrebbe essere semplice: nessuna classe deve diventare la classe dei problemi e nessuna deve diventare la classe dei privilegiati.
Se davvero vogliamo una scuola capace di includere, dobbiamo intervenire sul meccanismo che produce le classi squilibrate, non limitarci a guardare una percentuale.
“Un po’ per uno, in braccio alla mamma”, verrebbe da dire.
Distribuire equamente le difficoltà significa infatti non scaricarle tutte sulle stesse classi e sugli stessi insegnanti. Significa evitare che il diritto di alcuni genitori a ottenere una “bella classe” finisca, inevitabilmente, per trasformarsi nel diritto di altri bambini ad avere una classe molto più difficile.
E soprattutto significa smettere di confondere origine, cittadinanza e bisogno educativo.
Un bambino non ha un problema educativo perché è straniero o perché ha genitori stranieri. Può avere una difficoltà linguistica, così come può non averne alcuna. Un italiano di seconda generazione può parlare perfettamente italiano oppure avere necessità di un supporto linguistico. Sono le condizioni concrete dell’alunno che dovrebbero essere considerate.
Se il 30 per cento deve servire a qualcosa, dunque, sarebbe molto più utile chiedersi se contribuisce davvero a rompere i meccanismi che producono classi squilibrate.
Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere avere classi con una certa percentuale di stranieri.
Dovrebbe essere avere classi equilibrate, eterogenee e sostenibili, nelle quali i bisogni educativi siano distribuiti e nessuno possa costruirsi, attraverso pressioni e preferenze, la propria “classe dei bravi”.
Questa, forse, è la discussione che dovremmo avere.
Matteo Bettini

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