
Dunque, due bambini che frequentano lo stesso asilo, le stessa scuola, gli stessi amici e la stessa palestra e che crescono e diventano adolescenti e poi giovani maggiorenni, per la legge italiana non sono la stessa cosa se uno è nato da (almeno) un genitore italiano e l’altro invece no. Il film documentario “18 Ius Soli” del regista e produttore Fred Kuwornu, nato a Bologna ma di origini ghanesi, porta all’attenzione del pubblico le storie di 18 ragazzi e ragazze di famiglie provenienti dai quattro angoli del globo ma nati qui, in territorio italiano, italiani ad ogni effetto se non per quel piccolo particolare: che a 18 anni non sono ancora cittadini italiani e devono molto faticare per diventarlo. E parla del senso di frustrazione, di spaesamento e delle difficoltà burocratiche e lungaggini temporali connesse alla procedura attivata con la dichiarazione del comma 2 del citato art. 4, di cui spesso è tutt’altro che scontato l’esito finale. Il paradosso si può portare più in là: se è cittadino italiano “il figlio di padre o di madre cittadini” (art. 1, lett. a) della stessa legge), non importa se nato e vissuto in Italia (codificazione del principio del c.d. ius sanguinis), allora la legge riconosce la cittadinanza a chi per avventura può trovarsi a non conoscere, a non aver mai neppure visto il ‘proprio Paese’ e, d’altro canto, ne condiziona pesantemente l’acquisto a coloro che invece vi sono nati e vi hanno sempre vissuto, sovente distinguendosi dagli altri solo per il colore della pelle o le fattezze del volto e, magari, per un naturale bilinguismo, ovvero per nessuna di queste tre cose.
Le contraddizioni procurate da questa legge non possono non far riflettere:
1) prima di tutto, sulla costante necessità di aggiornamento dell’ordinamento giuridico nel nome di un principio di ragionevolezza che la legge non può non incorporare e che presuppone un aggancio all’evoluzione della società, dell’economia e della cultura, in difetto di che la legge stessa rischia di perdere la necessaria autorevolezza, per poggiare soltanto su un principio di autorità; così favorendosi, oltretutto, la scollamento tra i sentimenti, le opinioni, le percezioni degli individui e le istituzioni e l’ordinamento stabiliti dalle norme;
2) in seconda battuta, sulla necessità che la produzione e la tecnica legislativa si avvalgano 1) di un criterio di chiarezza, di semplicità e di snellezza non solo delle norme, ma anche degli istituti e delle procedure che con esse si vanno a costituire e 2) di un principio di servizio per cui le norme non possono che essere fatte per gli uomini, ad utilità degli uomini e per la loro convivenza nel consorzio civile; eppertanto, nell’incorporare quel principio di ragionevolezza di cui sopra, non possono non farsi carico di valutare gli effetti che si producano sulle vite delle persone, prese nella loro quotidiana esistenza e non secondo un principio di superiore e imperiosa astrattezza. Le norme, inoltre, debbono dare vita – quando quelle siano strettamente necessarie – a procedure comprensibili, corredate di tempi certi e con diritti da azionare tempestivamente in procedendo, oltre che in iudicando;
3) in terza battuta: le leggi non sono mai una realtà casuale, esse riflettono e rendono evidenti molte cose, di un Paese, del suo popolo, della sua classe dirigente. Qui in Italia e non da ora, la legislazione in materia di immigrazione (si è partiti, qui, dal ragionare della legge concernente la cittadinanza ma con riferimento alla c.d. ‘seconda generazione’ di immigrati) è il prodotto faticoso di una elaborazione viziata dall’irresponsabile – poiché inconcludente e colpevolmente incosciente – condotta di molti leaders e politici italiani, che hanno anche nell’occasione dimostrato l’esclusivo ossequio a inputs di batteria e calcoli elettorali, dimenticando – appunto, come sopra detto – che le leggi sono destinate a regolare la vita di milioni persone;
4) da ultimo: la crisi strutturale del nostro Paese è crisi morale, istituzionale, politica, finanziaria ed economica, ma anche – per chi non lo rammentasse – demografica; ed è all’origine crisi di valori, perdita di senso, di significato del valore della vita individuale e delle relazioni interindividuali che si sviluppano in una società e così anche della cittadinanza, cioè del significato di essere cittadini, con i diritti e i doveri connessi. Essa esige una liberazione delle nostre vite dalla cappa oppressiva che le sovrasta da tempo, impone di mettere da parte una volta per tutte un apparato complesso, politico e istituzionale, che drena energie e ricchezza al Paese, restituendogli burocrazia, inefficienza, corruzione e mafia. E’ l’ora di una politica nuova, per la quale le ricchezze individuali e sociali (cioè, per meglio dire, derivanti dalle innumerevoli micro-interazioni individuali, che anche gli immigrati di seconda generazione potrebbero vieppiù contribuire a creare da cittadini italiani senza troppi se e senza troppi ma) debbono essere letteralmente sprigionate e una legge che rivedesse in profondità i meccanismi della cittadinanza potrebbe liberare risorse, importanti e assai preziose per questo delicato frangente storico.

PURTROPPO UN SE ED UN MA grossi quanto una montagna ossia quanto la ideologia nazi-islamista, esistono. Gli attentati di Londra 7 Luglio 2005 ai treni della metropolitana furono condotti da parte di figli e nipoti di immigrati pakistani, ossia da cittadini britannici di seconda e addirittura terza generazione grazie allo ius soli.
Chi nasce all’estero da cittadini italiani, e’ italiano per ius sanguinis spesso studia l’italiano, ma comunque lo apprende in famiglia, ma soprattutto col latte succhia l’amore per l’Italia, magari non esclusivo, ma poco male senza dubbio amera’ anche l’Italia, a meno che non sia il figlio del criminale Battisti. Chi cresca in famiglie e comunita’ chiuse, ultrareazionarie, nutrendosi di predicazione jihadista (all’odio ed alla guerra eterna, programmatica contro gli infedeli), e di predicazione shariatica coranica alla DISEGUAGLIANZA con gli infedeli specie addirittura diversa, scimmie e maiali, o alla diseguaglianza fra uomo e donna, a me sembra poco un fratello. Insomma secondo la sinistra proposta basta che questi “scelgano” burocraticamente!
E’ no. Servirebbe anche una verifica sul loro modo di pensare non comunitaristico e non antagonistico. E’ difficile. Certo. Studiamo come farlo, ma non imputatelo a me, imputatelo a chi catto buonista o sinistro sfascista ha VOLUTO una immigrazione illimitata incontrollata, in gran parte inutile economicamente e dannosissima per l’ordine pubblico, distruttiva per la pressione antropica sul nostro sovrappopolatissimo territorio che continua ad aumentare invece di diminuire e la prospettiva stessa di sopravvivenza nazionale piuttosto che di sostituzione demografica pura e semplice.