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Città capitali della cultura: anche il Piemonte è in gara

Sono quarantasei le città d’Italia candidate a Capitale della Cultura 2020. Tre del Piemonte (Asti, Casale Monferrato e Cuneo), nessuna della Liguria né della Valle d’Aosta.

di Aldo A. Mola | 18 Settembre 2017

Senza un’“idea” forte, un progetto, un “mito” non si va in alcuna direzione e non si costruisce nulla. Lo si scopre quando ci si mette in gioco. Un Paese, una città, una persona… non valgono perché lo dicono altri, ma di per sé. Ne sono consapevoli e sanno dimostrarlo. Sono quarantasei le città d’Italia candidate a Capitale della Cultura 2020. Tre del Piemonte (Asti, Casale Monferrato e Cuneo), nessuna della Liguria né della Valle d’Aosta. Entrare nelle dieci finaliste vuol dire richiamare i fari dell’attenzione non solo nazionale. La designazione finale, entro il gennaio 2018, assicura fondi e al tempo stesso comporta oneri. Chi prevarrà? I criteri per la selezione del vincitore sono quelli oggi in voga. Per “cultura” la gara non intende le “scienze” ma un miscuglio di creatività, innovazione, sviluppo economico individuale e collettivo, valutato su parametri molto opinabili. Gareggiare con Agropoli, Bellano, Bitonto, Lanciano, Pieve di Cadore, Telese Terme, Tramezzina e Villa Castelli apre spiragli di successo alle città piemontesi. Però esse debbono misurarsi anche con Agrigento (la Valle dei Templi e l’olivo cinerario di Pirandello), Capaccio Paestum (altri incantevoli Templi della Magna Grecia), Caserta (una tra le Regge più belle d’Europa), Catania… sino a Parma e Piacenza, Salerno (dalla celebre Università fridericiana) e Siracusa, cioè la storia millenaria greco-romana.

Scendere in campo comporta di avere un patrimonio di memorie e di progetti per convincere le giurie e, ne valga o meno la pena, essere decretati vincitori, un po’ come per le aspiranti miss di questo o quel concorso, che alle loro “forme” (ormai seriali) aggiungono varie amenità.

Casale Monferrato ha all’attivo la guerra narrata da Alessandro Manzoni e, ancor meglio di lui, da Guido da Verona nella spassosissima versione dei Promessi sposi pubblicata all’indomani dei Patti Lateranensi. In una robusta biografia dello scrittore, Enrico Tiozzo ricorda che all’autore di “Mimì Bluette, fiore del mio giardino”, quell’innocuo “divertimento” costò la messa al bando dal regime fascista, improvvisamente bacchettone (la facciata era una, ma la faccia era un’altra: retro-stante). Città fortificata, obliviosa verso Ugo Cavallero, il Maresciallo d’Italia “suicidato” da Albert Kesselring a Frascati perché rifiutò il comando di un esercito vassallo dei tedeschi, e verso Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, Casale ha orgogliosamente risalito la china dopo lungo declino. Patria di Vittorio Alfieri (“fulvo, irrequieto” profeta dell’Italia nuova, come cantò Carducci in Piemonte), Asti aveva suoi banchieri a Londra prima che ci arrivassero “lombardi” e fiorentini”. Lo scrisse Ito De Rolandis in una ghiotta storia pubblicata qualche anno addietro.

E Cuneo? Città militare, si guadagnò le palme per l’eroica resistenza ai nemici più disparai, dai francesi ai gallo-ispani, assedio dopo assedio, dai tempi di Emanuele Filiberto (“Testa di Ferro”) a Carlo Emanuele III. “Caput Pedemontis”, dalla geografia la carducciana città “paziente e possente” venne elevata (o destinata) a baluardo verso la Francia e, all’inverso, contro le invasioni d’Oltralpe. A Palazzo Lovera, affacciato su via Roma, una lapide ricorda ospite Francesco I di Francia. Il re conquistatore non aveva motivo di distruggere. Sottometteva, come avevano fatto e fecero i Savoia, in lunghe tenzoni con i “cugini” d’Oltralpe. Lo stesso Palazzo ospitò Pio VII nel transito da Nizza a Savona (la costiera ligure non esisteva e il valico del Tenda era la scorciatoia, passando per Cuneo e Mondovì).

A cambiare volto e destino di Cuneo fu Napoleone che ne fece abbattere le mura. Come città fortificata in Piemonte gli bastava Alessandria, avamposto di una guerra continentale che avrebbe dato tempo ai francesi di arroccarsi a Marsiglia e contrattaccare. A quell’epoca Cuneo pensò in europeo, con rappresentanti come Francesco Giacinto Caissotti di Chiusano che cambiò casacca quattro volte in pochi anni perché lì aveva i suoi beni immobili ed era meglio adattarsi al vento per difendere sé e la popolazione che fare l’esule chissà dove e forzatamente a servizio di potenze ancor più voltagabbana. Altrettanto fece il meglio della aristocrazia e della borghesia dei Dipartimenti della Stura, del Po e di Marengo, raccolto in logge italo-francesi.

L’“idea di Cuneo” maturò nell’Otto-Novecento ed è legata a due personaggi chiave: Tancredi Galimberti e suo figlio, Tancredi Olimpio. Cresciuto alla scuola di Nicolò Vineis, massone, direttore della “Sentinella delle Alpi”, Tancredi sr fu consigliere comunale e provinciale, deputato, sottosegretario e ministro. La politica per lui era vocazione, passione e umori, battaglie e ideali, niente affatto “professione” (come invece scrisse una sua biografa). Giolittiano, antigiolittiano, anticlericale, catto-moderato, interventista ma soprattutto “galimbertiano”, Tancredi sr nel 1916 si offrì agli industriali torinesi per pugnalare alle spalle Giolitti. Le sue lettere furono rinvenute e pubblicate durante l’occupazione delle fabbriche del 1920. Proto-fascista e senatore del regno, indossò sino all’estremo la camicia nera. Però nel 1898, nel VII centenario della città, fu proprio lui a inventare il mito di Cuneo “capitale della libertà”. “Vir bonus, dicendi peritus” mostrò di avere genio. Ingrata, Cuneo non lo ricorda in alcun modo.

Suo figlio, Tancredi jr, “Duccio”, mazziniano, militante del partito d’azione, nel settembre 1943 organizzò la prima banda partigiana del Cuneese, “Italia Libera”, comprendente anche Dino Giacosa, europeista, e due ebrei, i frateli Riccardo ed Enzo Cavaglion. Col viatico di Ferruccio Parri Duccio imbastì gli accordi tra i partigiani italiani e la Resistenza francese: i “Patti di Saretto” dalla cui firma, però, venne tagliato fuori all’ultimo momento da compagni di partito che lo detestavano, convinti che volesse farne piedestallo per carriera politica. Sempre esposto in missioni pericolose e con in tasca troppe carte compromettenti, catturato a Torino su delazione e tradotto a Cuneo da “repubblichini”, venne ucciso in circostanze tuttora oscure. A differenza di altri, troppo tardivamente ne venne abbozzato lo scambio. Il processo a carico degli imputati incappò in un vizio di forma clamoroso: l’errore di datazione dell’assassinio. “Duccio” divenne e rimane insegna della libertà. Nel Progetto di Costituzione confederale europea e interna (1943) pubblicato da Antonino Repaci, che collaborò alla sua redazione, oltre a vietare i partiti politici e  a “impedire la disoccupazione”, egli riservava il diritto di voto ai maschi alfabeti e l’eleggibilità  a cariche nazionali ai soli diplomati e laureati. Ci aveva pensato a lungo. Il voto (come la cittadinanza) non è un diritto ma un dovere. Presuppone consapevolezza e responsabilità.

Come per suo padre e per l’intera dirigenza cuneese tra metà Ottocento e il 1947, anche per Duccio Galimberti il mondo non finiva a Cuneo: la città era terra di frontiera e crocevia d’Europa. Da secoli era fulcro tra l’Italia e la Francia, come Alessandria lo è fra Milano-Torino e Genova. La geografia condiziona. Perciò, a differenza di quanto oggi avviene a scuola, essa va studiata. E’ “morale”, come insegnò Carlo Denina. Consapevole di tale retaggio nel 1940 il podestà di Cuneo, Michele Olivero, propose l’autostrada Torino-Nizza passando per Cuneo: una linea retta. Tutti quei patrioti avevano alle spalle Luigi Parola, clinico illustre, sindaco della città, deputato, venerabile della loggia “Roma”, in controcanto col consigliere provinciale e deputato Alerino Como, fondatore della “Vagienna” di Alba: due modi di costruire il rapporto tra locale, nazionale e universale.

Quell’antica insuperata dirigenza spese la vita per costruire un’“idea”, creare un mito, fornire una ragion d’essere per un’aspirante “capitale”. Anche perché Cuneo doveva liberarsi dalle storielle circolanti sul suo conto, raccolte sessant’anni fa da Piero Camilla, direttore della Biblioteca Civica e studioso di garbo. Una narra che in onore di Vittorio Emanuele II in visita alla città il Comune accese in pieno giorno i lumi di cui Cuneo era orgogliosa. La sua dirigenza, invero, sapeva che Illuminati sono quanti vedono nelle tenebre. Non hanno bisogno di accensioni occasionali. Perciò a lungo il collegio deputatizio di Cuneo fu rappresentato alla Camera da politici di rango nazionale (come Carlo Brunet, Pier Carlo Boggio, Vittorio Bersezio, Cesare Correnti…), sino a quando scese in campo Marcello Soleri, col sostegno determinante della “Vita Nova” di Angelo Segre ed Eugenio Cavaglione. E così venne varato il viadotto che fece di Cuneo una città di pianura, dominata dallo svettante faro della Stazione, ideato dall’ingegnere comunale. Non ornata da alcun monumento di straordinaria bellezza, Cuneo è irrorata dalla razionalità che alimenta sentimenti duraturi, come, appunto, l’idea della libertà. Lo ripeté Dante L. Bianco quando il 18 settembre 1948 Luigi Einaudi vi andò per il conferimento di ricompense al valor militare. Ma per capire meglio la città candidata a capitale della cultura e il territorio che la sostiene in questa avventura (l’Albese appare defilato…) occorrerebbe una storia generale della dirigenza della Provincia. Sarebbe una carta da giocare; l’ultima sua “storia”, però, fu pubblicata nel lontano 1971; e si fermò al 1925. Oggi la “Granda” è pressoché isolata. Sospeso il collegamento ferroviario con Ventimiglia-Nizza, interdetto al traffico “pesante” l’unico “Tenda” ereditato dal passato remoto, il Cuneese ha strade sempre più dissestate e pericolose. Come spiegò Antonio De Rossi in La costruzione delle Alpi (ed. Donzelli), ottimo Premio Acqui Storia, le montagne sono lì da sempre. Tocca agli uomini vederle, capirle, viverle e farne una risorsa anziché subirle quale ostacolo come fortilizio in perenne stato d’assedio e senza sbocchi.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, asti, capitali, centenario, costituzione, dante, europa, figlio, francia, genova, grecia, italia, luigi einaudi, milano, missioni, mondo, parri, partiti politici, personaggi, processo, regime, riccardo, roma, savoia, scambio

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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