
Scarsi i risultati del vertice Usa Cina, da cui francamente ci si aspettava di più. Tra gli ultimi sviluppi, il presidente Donald Trump ha avvertito l’Iran di “darsi una mossa” o di subirne le conseguenze dopo aver lasciato la Cina senza aver ottenuto importanti progressi commerciali o significativi, in relazione ad una eventuale fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz. A ciò aggiungiamo il fatto che gli ultimi dati sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) e alla produzione (PPI) statunitensi, pubblicati la scorsa settimana, indicano che lo shock dei prezzi dell’energia sta alimentando l’inflazione generale negli Stati Uniti, portando gli operatori a escludere completamente qualsiasi taglio dei tassi da parte della Federal Reserve quest’anno. Si parla invece nuovamente di possibile rialzo dei tassi entro la fine dell’anno. Gli investitori attendono ora i verbali dell’ultima riunione del FOMC e i dati preliminari sull’indice PMI statunitense per ulteriori indicazioni sulle prospettive di politica monetaria e attività economica.
WALL STREET IN CALO.
La seduta di Wall Street di venerdì 15 maggio 2026 ha registrato una chiusura in netto ribasso. I listini americani hanno subìto una brusca correzione, allontanandosi dai massimi storici toccati nei giorni precedenti. Il Dow Jones ha chiuso a -1.07% mentre S&P e Nasdaq hanno registrato perdite rispettivamente per lo 0.91% e l’1.19%. Ovviamente il trend di fondo resta rialzista, ma a deludere le aspettative degli investitori sono stati gli scarsi risultati prodotti dal vertice Usa Cina, ma anche il balzo dei rendimenti obbligazionari, che ha riacceso le paure per una persistenza dell’inflazione, minacciando il rally azionario dei mesi precedenti. Tra le altre cose, la sessione ha coinciso con lo storico passaggio di consegne formale alla Federal Reserve, dove Jerome Powell ha ufficialmente concluso il proprio mandato da presidente, lasciando la guida dell’istituto a Kevin Warsh. La delusione dei mercati dipende dal fatto che a Pechino non è stato prodotto alcun risultato che possa in qualche modo portare alla fine delle ostilità tra Usa e Iran, con la tensione che sui mercati rischia decisamente di aumentare nelle prossime ore. Il petrolio ha continuato a salire con i prezzi ormai nella parte alta del trading range dell’ultimo periodo, e a ridosso dei 104 per il Wti e 108.50 per il Brent.
VALUTE.
Sui cambi la tensione aumenta con il dollaro a farla da padrone, soprattutto contro Jpy, i cui prezzi hanno sfondato quota 159.00, livelli che potrebbero vedere Boj e Fed intervenire congiuntamente per limitare la discesa della valuta giapponese, e contestualmente dare un segnale ai mercati, considerato che il dollaro sta rompendo le resistenze chiave contro le principali valute concorrenti. EurUsd a ridosso di 1.1600 con obiettivi possibili anche a 1.1500, mentre il Cable è sceso a ridosso di 1.3300 con possibili target a 1.3150. Scendono le oceaniche a 0.7100 e 0.5820 rispettivamente per AudUsd e NzdUsd. Interessante l’evoluzione del cross EurJpy che potrebbe anche mollare la presa in caso di intervento della Boj. In sostanza, il dollaro è tornato protagonista sia perché rende di più della altre valute, sia perché è e rimane valuta rifugio in un momento tanto complicato. Anche l’indice del dollaro ha superato quota 99,3, raggiungendo il livello più alto delle ultime sei settimane, in quanto le crescenti pressioni inflazionistiche legate al conflitto in Medio Oriente hanno rafforzato le aspettative di un possibile aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve entro la fine dell’anno.
CINA, VENDITE AL DETTAGLIO.
Ad aprile 2026, le vendite al dettaglio in Cina sono aumentate solo dello 0,2% su base annua, rallentando bruscamente rispetto all’aumento dell’1,7% registrato a marzo e ben al di sotto del +2,0% previsto. Si è trattato della crescita più debole da dicembre 2022, a causa delle ripercussioni della guerra in Iran che hanno frenato la domanda dei consumatori. Una debolezza generalizzata si è registrata negli acquisti di beni durevoli, con le vendite di automobili in calo del 15,3%. Su base mensile, le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,5%, dopo un calo dello 0,1% a marzo. Nel periodo gennaio-aprile, le vendite al dettaglio sono aumentate dell’1,9%. UsdCnh stabile a 6.8000.
PETROLIO.
Lunedì i prezzi del Wti hanno superato i 103 dollari al barile, consolidando i guadagni della scorsa settimana, mentre lo stallo dei colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran e la quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, vitale per l’approvvigionamento globale, mantengono alta la tensione. Il presidente Donald Trump ha avvertito che Teheran sta esaurendo il tempo per raggiungere un accordo con Washington, mentre i media iraniani hanno indicato che le due parti rimangono profondamente divise, con gli Stati Uniti che non offrono “alcuna concessione tangibile” durante i negoziati. Nel fine settimana, anche le infrastrutture energetiche nel Golfo Persico sono state oggetto di attacchi, tra cui un impianto nucleare negli Emirati Arabi Uniti. Allo stesso tempo, l’amministrazione Trump ha concesso una deroga che ha permesso la scadenza delle vendite di greggio russo, nonostante la richiesta di proroga da parte dell’India, esercitando ulteriore pressione su forniture già limitate. Nel frattempo, il vertice di due giorni della scorsa settimana tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping si è concluso senza progressi concreti verso la riapertura dello Stretto di Hormuz.
GOLD ANCORA IN CALO
L’oro scende ancora, in ragione del rialzo dei rendimenti che ne diminuiscono l’appetibilità in quando la materia prima non produce rendimenti. I prezzi hanno visto il Gold scender eanche sottoquota 4.500 dollari l’oncia, dopo un crollo di quasi il 4% la scorsa settimana, a causa delle crescenti prove che lo shock dei prezzi energetici proveniente dal Medio Oriente stia alimentando pressioni inflazionistiche più ampie, e rinforza le aspettative di una stretta monetaria da parte delle banche centrali. Il metallo prezioso è stato inoltre appesantito dai forti guadagni del dollaro statunitense e dei rendimenti dei titoli del Tesoro, dopo che i dati sull’inflazione statunitense, superiori alle attese, hanno indotto gli investitori a escludere qualsiasi taglio dei tassi da parte della Federal Reserve nel 2026.
Saverio Berlinzani

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