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Ciccio Bomba e la bomba

Kim Jong-un è stato di parola. Ha annunciato la “conquista” da parte del suo regime della superarma nucleare.

di Alberto Pasolini Zanelli | 10 Gennaio 2016

Kim Jong-un è stato di parola. Ha annunciato la “conquista” da parte del suo regime della superarma nucleare. Lo aveva fatto annunciare due giorni prima, dato come un appuntamento ad un nemico cui di solito le innovazioni militari vengono nascoste o comunicate il più tardi possibile. Invece il dittatore di Pyongyang – l’ultimo comunista del pianeta – ci teneva che tutti, proprio tutti, i destinatari della sua minaccia lo ascoltassero, possibilmente non troppo rilassati. L’annuncio in sé non era infatti da ascoltare distrattamente: dice che è riuscito a superare tutti gli ostacoli politici, giuridici e militari e a cogliere il frutto proibito, soprattutto per una nazione che vive da quasi settant’anni sotto controllo e in una sorta di cella di rigore. La notizia è precisa, indiscutibile anche nei tempi. Il “botto” è stato sentito e ascoltato in mezzo mondo, registrato dalle agenzie che tengono d’occhio, in America, in Cina, nella Corea del Sud e certamente anche in Russia, terremoti e affini. La scossa si è verificata alle 10.30 del mattino dell’Epifania (ora coreana), ha avuto una potenza di grado 5.1, è avvenuta a una trentina di chilometri dalla base atomica di Punggye-ri, sede di tutti gli esperimenti precedenti del genere, nel punto in cui erano state rilevate nelle ultime settimane le prove dell’attività di scavo di un nuovissimo tunnel apposito. Anche l’“onda” è stata molto simile a quella registrata nelle passate occasioni. Il “quando” e il “come” non sono dunque in discussione. Non così il “cosa”. Kim dice che è una bomba “nucleare” e segna dunque lo sfondamento da parte del suo Stato dell’ultima barriera che separa l’arma atomica da quella nucleare, molto più potente e dunque potenzialmente risolutiva.

Il problema è che i destinatari di un così robusto messaggio non sono finora del tutto convinti della sua natura. I governi sia dell’America, sia del Giappone e i loro addetti militari, si mostrano anzi scettici, anzi convinti che quella detonata dell’altro giorno sia una “mera” atomica, simile a quelle sperimentate dalla Corea del Nord negli ultimi anni, la penultima volta nel 2013. Le super-risorse specifiche sono considerate tuttora limitate, l’arsenale atomico sufficiente per nutrire da otto a dodici bombe, anche se da tempo sono in corso almeno due nuovi programmi, uno per arricchire l’uranio, l’altro in direzione di un’arma davvero nucleare. Il mondo si troverebbe dunque davanti a una miscela tra progressi reali ma limitati e una componente di bluff. Anche per questo ci sono dei precedenti. La penultima volta Kim Jong-un si fece addirittura riprendere di fronte a una carta geostrategica incollata sul muro del comando supremo nordcoreano, corredata da una scritta: “Piani per attaccare la terraferma Usa”. Egli era in uniforme militare e per l’occasione egli aveva ordinato ai suoi sudditi in uniforme di far conoscere psicologicamente questa sua intenzione aggressiva, che sarebbe condotta tramite un “missile alla coreana” munito di testata nucleare e “legato” sul dorso di un missile intercontinentale. Le ultime informazioni vanno nella stessa direzione, indicando che la testata è stata “ridotta” in modo da contenere un livello di potenza normalmente associato a vettori molto più grandi. L’atomica di Pyongyang, insomma, sarebbe micro nucleare.

Ai destinatari di quest’annuncio e di questa minaccia tocca ora approfondire le immagini al fine di separare il progresso militare e il suo scopo “diplomatico”. Secondo alcuni la mossa non sarebbe che una ripetizione di quella inscenata da Pyongyang da anni. Ci sono precedenti in altri Paesi, che però in genere manipolano la realtà per definirsi forti ma ragionevoli e si presentano in genere più deboli di quanto siano. Una strategia usata anche di recente dall’Iran e dall’Irak, quest’ultimo effettivamente a mani vuote. Erano gli anni in cui il presidente George W. Bush aveva creato la formula “Asse del Male”, includendovi Bagdad, Teheran e Pyongyang, sottoposti a ultimatum molto simili, trasformati in realtà dall’attacco all’Irak concluso con l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e dalla sua morte, contemporanea all’ammissione da parte Usa che le famose “super armi” non esistevano. Deve essere stata quell’occasione a spingere i nordcoreani a trarre una conclusione: che la “dichiarazione di guerra” americana era stata seguita dai fatti contro un nemico “disarmato”, mentre era stato risparmiato quello di cui si sospettava che quelle armi le avesse. Da questa deduzione potrebbe essere nata la strategia nordcoreana: non dobbiamo temere troppo l’America. Possiamo anzi costringerla “a trattare” e non fare la fine di Saddam.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bomba atomica, bush, cella, cina, dittatore, Kim Jong-un, mondo, natura, nazione, notizia, Pyongyang, regime, saddam hussein, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Fogazza

    10 Gennaio 2016 alle 21:49

    Kim Jong-un ha messo nei guai la Cina , che è costretta ad agire , per non cadere nel declino economico e politico

    Rispondi

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