Se Craxi fosse ancora vivo, se cioè fosse stato curato come avrebbe avuto il diritto d’essere, avrebbe certamente dedicato molto tempo e spazio alla celebrazione del trentennale della morte di Pietro Nenni, il padre del socialismo italiano, morto proprio il 2 gennaio 1980.
Si è scritto molto dei suoi “errori” con particolare riferimento a quel 1948 che vide, soccombenti, contro De Gasperi, i socialisti per di più cannibalizzati dagli altrettanto perdenti comunisti nella stessa lista con il simbolo garibaldino.
Si ricorda troppo poco invece il ruolo che Nenni ebbe nello sbloccare una situazione politica italiana che era arrivata al punto, nel ’60, di dover ricorrere ad un governo DC (Tambroni, della sinistra democristiana vicino a Gronchi, allora Presidente della Repubblica) con l’astensione dell’MSI di Almirante a soli 15 anni dalla Liberazione dal fascismo. Quei primi anni ’60, videro grandi movimenti di massa di giovani e di lavoratori nonché molti caduti sotto i colpi della polizia. Allo strumentalismo comunista con in pancia ancora largamente l’illusione della rivoluzione similsovietica, Nenni oppose, tra molti ostacoli, la linea politica d’un governo in cui la sinistra democratica potesse rappresentare le istanze del mondo del lavoro con le necessarie riforme per sbloccare a sinistra la situazione italiana. Ricucendo con Saragat, a ragione fratello separato dal ’47, intrecciando contatti concreti con la sinistra DC di Fanfani e Moro, tentando persino l’aggancio con il comunista riformista Amendola, purtroppo minoritario nel suo partito, fu prima apripista e poi protagonista nel governo del Paese: in quella “stanza dei bottoni” secondo una sua definizione non senza qualche sprezzante autoironia, che portò però a quel Centrosinistra promotore della stagione delle più importanti riforme in questo Paese per il mondo del lavoro, per la sanità, per la casa, per l’economia e che andò tramontando al sorgere dell’alba funesta che illuminò di luce livida gli anni dell’ “album di famiglia” secondo la definizione di Rossanda con protagonisti i figli armati di quell’interminabile ’68 italiano cui qualcuno si ostina ancora ad attribuire segno positivo e la cui onda lunga, non a caso, uccise Moro, per colpire la sua politica riformista. Sotto quell’onda lunga eruttarono per il tempo restante vulcani subacquei, che, non a caso, poco più di dieci anni dopo travolsero Craxi e la sua politica riformista al di là dei non pochi suoi “errori”. Finché proruppe sulla scena, in testa agli ascari forcaioli, il “grande” azzeccatore ed epuratore di nome Di Pietro seminando il panico su d’una legione in fuga. Ma “attento – ammoniva Nenni – ch’è c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”. Ogni riferimento ai vari Flores o quidam de populo o de magistris è puramente voluto.
Come sarebbe la Sinistra italiana oggi se al sano REVISIONISMO nenniano fosse seguito quello amendoliano – napoletano?
Al diavolo la litania del pappagallo ammaestrato che gorgoglia “la storia non si fa con i se ed i ma!”.
CIAO NENNI, ti voglio bene.
Guelfus (da www.leragioni.it)

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